Archivio | gennaio, 2013

Todi: tra storia e leggenda

24 Gen

Moneta

 

TRA STORIA E LEGGENDA di Carlo Grassetti

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In ogni città dall’illustre passato la leggenda tende a fondersi con la storia, sia per ingrandirne la fama che per riempire in qualche modo le lacune sulla sua incerta nascita.
Dalle varie e nebulose origini di Todi è nata, così, una leggenda ben nota a tutti i tuderti; “Quando Todi non era ancora stata costruita, Tutero, da cui deriverebbe il nome Todi, capo degli abitanti della valle del fiume Tevere voleva costruire vicino al fiume una città, tanto che ne erano stati già tracciati i confini con l’aratro ed erano state alzate le prime mura. In un momento di riposo, mentre i futuri tuderti stavano desinando all’aperto sopra ad una tovaglia, sopraggiunse un’aquila che si calò in basso, prese la tovaglia con gli artigli, poi si librò in alto e la lasciò cadere sul colle soprastante.
Gli abitanti della Valle del Tevere, consideran¬do il fatto come segno premonitore degli Lei, costruirono sul colle la potente città di Todi”.
La storia si svolse, invece, in modo diverso. Nell’antichità Todi fu città Umbra, poi Etrusca sotto il nome di Tuder o Tudere (confine) e dovette essere centro di notevole importanza perché fu insieme a GUBBIO L’UNICA CITTA’ UMBRA A BATTERE MONETA PROPRIA. Il suo territorio era ampio, ma subì in ogni caso la guerra sociale dalla quale ne uscì a testa alta come”Municipium”; prese poi il nome di”Colonia Julia Fida Tuder”, con l’aggiunta dell’attributo MARZIA, essendo evidentemente Sacra al Dio della guerra, fatto non del tutto chiaramente spiegato. Sfuggita alle peggiori invasioni barbariche, grazie anche al’intercessione del Santo Vescovo Fortunato, era già un forte Comune libero verso il 1120 e, unita nella pur precaria “Lega Umbra” delle città Guelfe” a quasi tutti i maggiori centri della zona, con un valido aiuto da parte guelfa-vaticana, riuscì a sfuggire a Federico II. Solo nel 1300 cominciò la sua decadenza, ma l’abile Signoria degli Atti le concesse ancora un periodo di florida indipendenza.
Poi, come in tutte le città umbre, le milizie vaticane ed il ferreo Cardinale Albornoz fecero si che tornasse per secoli nel grigio governo pontificio.
Si configurò, infine, con quegli ideali di libertà ed indipendenza che permisero all’Italia di liberarsi dall’ingerenza papale.

Le frazzioni de Todi: Pesciano

24 Gen

Frazioni e territorio tuderte

Pesciano d

PESCIANO

Da “Todi e i suoi castelli” di Franco Mancini
Popolazione (1808): 209; (1951): 488. Leggendaria è l’origine del nome Pesciano. Secondo una tradizione popolare esso deriverebbe dal fatto che un nobile pisano (fuggito dalla città nativa) avrebbe provveduto alla costruzione del castello; il quale, comunque, venne restaurato e fortificato nel 1421.
Essendo l’antica Chiesa di San Lorenzo caduta in rovina, un’altra fu consacrata allo stesso martire romano entro le mura: quest’ultima fu poi, nel 1946, quasi dalle fondamenta ricostruita.
Ai piedi del colle, non lontano dal paese, si trova la chiesetta dedicata a Sin Liberatore, sorta a proteggere una graziosa maestà quattrocentesca. Gli abitanti di Pesciano (ai quali, nel 1550, Todi concesse il privilegio della cittadinanza) celebrano, il 17 agosto di ogni anno, la festa di San Liberatore, il quale, insieme a Sant’Angelo e Sant’Erasmo, condusse vita di penitenza e di preghiera sui monti di Cesi. Viva è la devozione per l’antico eremita, tuttora creduto sommamente miracoloso: ai piedi della sua statua i malati gravi fanno accendere ceri votivi, che, qualora stentino ad ardere, costituiscono l’indizio e la premessa di morte certa.
Il paese, rifornito di acqua potabile e di energia elettrica, è tra i più sviluppati della circoscrizione del Comune: in passato, lungo il torrente Amata, ricco di pesce (ha origine da Collesecco e riceve l’impetuoso fosso di Camerata) si vedevano numerosi molini per grano ed olive, non ancora del tutto scomparsi. Notevole anche un ponte romano in buono stato di conservazione.
Ricordiamo, presso il castello, la Cappella di Sant’Anna (la cui pietra d’altare è certo assai antica), la Chiesa di Sant’Egidio (della quale non si hanno più tracce) e in mezzo al bosco, sulla destra della strada da Todi, gli avanzi del vetusto oratorio romanico (forse del X sec.), detto di San Giovanni de Scoplellis.

 

2015 Pesciano

2015

Pesciano

Pesciano (acquedotto)

PESCIANO (da “L’acqua dei castelli” di Massimo Rocchi Bilancini)
Dopo Vasciano, dopo Montenero, c’è Pesciano, Ma non è una tappa obbligata lungo la strada. Perché a Pesciano devi scegliere di andare, lasciando la viabilità principale diretta a sud, verso Sismano. Presa la deviazione, si continua a lungo su terreno pseudopianeggiante finché la strada, in vista del borgo abbarbicato in cima da un poggio, prende a salire. Un brusco tornante annuncia l’ultimo, ripido rettilineo. In cima, ben curato, trovi il paese, Il classico paese delle nostre campagne, con le case attaccate le une con le altre in un gomitolo, le mura conservate dove sì e dove no, le stradine strette, E sulle panchine, seduti, trovi gli anziani. I giovani, invece, dove sono?
Massimo Rocchi Bilancini

Pesciano

Pesciano 1922 SIEra il 1922

Cenni storici da “I luoghi del silenzio”

Secondo una tradizione popolare il nome Pesciano deriverebbe dal fatto che un nobile pisano (fuggito dalla città nativa) avrebbe provveduto alla costruzione del castello. Nel XIV secolo Pesciano contava cinquantacinque fuochi, e le sue proprietà si estendevano fino a Sismano. Nel 1421 il castello fu ricostruito e fortificato, con le resistenti mura che ancora oggi restano intatte. In passato, lungo il torrente Amata, ricco di pesce, si vedevano numerosi molini per grano ed olive, non ancora del tutto scomparsi. Notevole anche un ponte romano in buono stato di conservazione. Ai piedi del colle, non lontano dal paese, si trova la chiesetta dedicata a Sin Liberatore, sorta a proteggere una graziosa maestà quattrocentesca. Gli abitanti di Pesciano (ai quali, nel 1550, Todi concesse il privilegio della cittadinanza) celebrano, il 17 agosto di ogni anno, la festa di San Liberatore, il quale, insieme a Sant’Angelo e Sant’Erasmo, condusse vita di penitenza e di preghiera sui monti di Cesi. Viva è la devozione per l’antico eremita, tuttora creduto sommamente miracoloso: ai piedi della sua statua i malati gravi fanno accendere ceri votivi, che, qualora stentino ad ardere, costituiscono l’indizio e la premessa di morte certa. Ricordiamo, presso il castello, la Cappella di Sant’Anna (la cui pietra d’altare è certo assai antica), la Chiesa di Sant’Egidio (della quale non si hanno più tracce) e in mezzo al bosco, sulla destra della strada da Todi, gli avanzi del vetusto oratorio romanico (forse del X sec.), detto di San Giovanni de Scoplellis

 

Pesciano ruderi chiesa di S.Giovanni Scopiellis)

Ruderi della chiesa di San Giovanni Scoplellis

Chi cià vecchie foto o conosce fatti e misfatti avvenuti a Pesciano, pote inviamme documentazzioni e scritti, che siranno messi a integrazzione de li cenni storici sopra pubblicati
Jacopino Tudertino

jacopino.tudertino@libero.it

Todi e la sua espansione

23 Gen

 Avigliano Umbro

Barattano

Castel del Monte

Castel dell'Aquila

Castel Todino

Ceralto

Cisterna

Civitella del Lago

Collepepe

Collesecco

Colpetrazzo

Configni

Doglio

Farnetta

Gaglietole

Le Torri

Marcellano

Melezzole

Montecastrilli

Montignano

Morre

Pozzo

Quadrelli

San Terenziano

Santa Ristituta

Tenaglie

Tusolano

Villa San Faustino

Le Rocchette Massa Martana

Castello delle Rocchette (Massa Martana)

La Charta Rogeriana

20 Gen

Charta

 

 

La Charta Rogeriana

Nel 1145 viveva a Palermo il famoso scrittore e geografo arabo Al Idrisi. Il normanno Ruggero II, re di Sicilia, gli commissionò l’illustrazione geografica delle terre conosciute a quel tempo. Al Idrisi incise su di una lastra di argento, del peso presunto di centocinquanta chili, il mondo così come si conosceva e si pensava che fosse. Questa mappa idrisiana del globo terrestre, che oggi avrebbe un immenso valore, purtroppo, è andata persa. Per fortuna esiste una copia originale su carta, conservata nella Biblioteca Nazionale di Parigi, nota con il nome di Charta Rogeriana. Su tale mappa, dove è riportata l’Europa, appare anche l’Italia e, laddove c’è l’Umbria, sono indicate le città, evidentemente considerate le più importanti e degne di essere menzionate. Le città, presenti su questa carta geografica, sono soltanto due: Tûd e Nârâwm, cioè Todi e Narni. Le altre città umbre sono, comunque, nominate su di un libro che accompagna questa antichissima carta geografica e sulla quale sono elencate quelle presenti sulla lastra scomparsa e sulla copia in carta.

 

 La Charta Rogeriana (dialetto  tuderte)

Se stéa ‘ndel milleccendoquarandacengue. A Palermo vivéa l’arabbo Al Idrisi, famoso scrittore e geografo. El normanno Ruggero II, re de la Cicilia, lo chiamò e jé commissionò l’illustrazzione geografica de le terre allora conosciute. L’arabbo riportò supra ‘na lastra d’argendo, che pesàa cendocinquanda chili, ‘l monno cusì comme lùe lo vedéa e se penzàa che fusse. ‘Sto mappamonno idrisiano, disgraziatamente è jìto perzo. Ce sta, però, ‘na copia origginale su la carta, conzervata ‘nte la la Bibblioteca Nazzionale di Pariggi e ‘sta spece de cartina geografica è nota col nome de Charta Rogeriana. In carche modo è ariportato puro un facchesimile de l’Europa. Al centro de l’Italia, dòe c’è l’Umbria, El Idrisi, cià signato le città ma quille che ereno conziderate ‘mportandi e degne d’esse mentoàte. Soltanto due so’ le più famose e conosciute, de quill’epoca: Tûd e Nârâwm, cioè Todi e Narni. Le andre so’ appena mentoàte sul libbro che accumpagna la carta geografica, dòe viengono ricordate le città presenti supre la lastra.

Le frazzioni de Todi: Collevalenza

19 Gen

Collevalenza oggi

COLVALÉNZA

Da “Todi e i suoi castelli” di Franco Mancini

Popolazione (1808): 369; (1951): 924. Affermano taluni antiquari che sul colle, dove poi sarebbe stato costruito il castello, esistesse un tempio dedicato a Giunone Valentia, da cui il nome Colle Valènza (oggi Colvalènza). Un grosso melograno in travertino, trovato fuori la porta di cinta, avrebbe fatto parte del fregio ornamentale del tempio. Nelle varie epoche sarebbero venute alla luce idoli e statuette, tra cui una (posseduta dal prete Vincenzo Mascioli, studioso di antichità) rappresentante una figura muliebre dal volto maestoso e solennemente atteggiata.
Il castello, fortificato fin dalla prima metà del sec. XIII, dovette assai spesso subire i rabbiosi assalti delle opposte fazioni (guelfa e ghibellina ) di Todi. Attaccato dai chiaravallesi nel 1272, fu espugnato e arso con grande strage. Nel 1310 venne messo a sacco dal cavalier Savelli, capitano dei ghibellini tuderti, che vollero così rifarsi dello scacco subìto a Castelrinaldi, inutilmente assediato. Il papa ricorse allora alla rappresaglia: fatto catturare il fratello del cavalier Savelli, lo tenne, benché vescovo e governatore di Campagna, prigioniero e ostaggio. Il distruttore di Colvalenza, onde liberare il fratello, si reco a Roma, dove per ordine del pontefice fu fatto subito decapitare.
I guelfi, tuttavia, non si comportarono meno crudelmente dei ghibellini: nel 1377 le genti di Catalano degli Atti, avendo perpetrato orribili crimini e uccisioni, imposero sugli abitanti del castello il loro durissimo giogo; snidati, dopo un secolo circa, nel 1487 (anno in cui come affermano concordi e stupefatti i cronisti) nacque a Colvalenza un fanciullo con testa di vitello, recante in fronte la lettera V), dagli uomini dei Chiaravalle (già padroni di Rosceto) i seguaci degli Atti ricorsero per aiuto ai signori di Alviano e insieme a questi, di nuovo impadronitisi del castello, inseguirono i ghibellini fin sotto le mura di Acquasparta.
Quando non funestata dalle discordie, Colvalenza venne a ragione ritenuto uno dei migliori luoghi di villeggiatura di tutto il contado: alle sue pendici (dove oggi si snoda la bella strada d’asfalto che conduce a Terni) era la grande Selva di Pugliano, vero paradiso per i numerosi « uccellatori » di colombi migratori. A Colvalenza volle celebrare splendide nozze (1409) Muzio Attendolo Sforza, allorché tolse in moglie Antonia Salimbeni, vedova di Francesco Casale, signore di Cortona e di Chiusi.
Recentemente (1925) il paese è stato abbellito della nuova chiesa parrocchiale (dove può ammirarsi un grazioso battistero del 1466) e da numerose moderne costruzioni. Notevole, tra queste ultime (lungo la strada che da un antico oratorio mariano viene oggi, molto ambiziosamente, denominata Viale Madonna delle Grazie), il vasto Collegio dell’Amore Misericordioso, dove (sotto la guida di alcuni religiosi) numerosi allievi attendono agli studi.
Oltre alle sparse ville di Folignano, San Giacomo (dove questo Santo era venerato in una chiesa che in antico fu la parrocchiale di Colvalenza) e San Serio, è opportuno ricordare Romagnano (poi Torre Cecco Cínelli), la cui chiesa dedicata a Sant’Angelo de Serchiano era già diruta nel sec. XVI: in questa località furono trovati oggetti e iscrizioni romane. Verso la fine del cinquecento, Angelo Cesi costruiva (vocabolo Logge) al confine tra la parrocchia di Colvalenza e quella del SS. Crocifisso una villa con loggia rinascimentale, che, dopo i recenti restauri, ha ripreso il primitivo, elegante aspetto.


COLLEVALENZA (da “L’acqua nei castelli” di Massimo Rocchi Bilancini – Anno 2015)

Collevalenza, una e trina. Anzi, una e quadrupla. C’è infatti il castello, dove ormai pochi risiedono, unito alle nuove palazzine costruite a Sud, fra questo e Casa Capone. Prima del paese c’è il borgo rivale di Torrececcocinella. Anche qui, nelle sue adiacenze, è sorto un quartiere residenziale. Oltre, verso Massa Martana, lungo la provinciale per Foligno, da San Giacomo a vocabolo Paradiso, come funghi sono spuntate le villette. Proprio laddove, fino a pochi decenni fa, erano solo campi e poche case sparse. Collevalenza è cresciuta, molto in fretta. Ed è cresciuta soprattutto in virtù di un’eccezione, di qualcosa che mai sarebbe stato possibile immaginare, di un santuario magnifico, sorto dal niente per opera di una suora carismatica di nome Speranza, oggi beata. Dove accorrono pellegrini e malati, come in una Lourdes in miniatura, confidando in una grazia.

Collevalenza  (Chiesa parrocchiale)

Chiesa parrocchiale

Collevalenza (Palazzo Bartolini) SI

Palazzo Bartolini

Collevalenza

Collevalenza (panorama)

Collevalenza (Torrececcocinella nel 1930)

Torrecoccinella

Collevalenza Anni 50 SI

Panorama nel 1952

Collevalenza centro SI

La piazzetta

Collevalenza ingresso paese

Ingresso di Collevalenza

Collevalenza nel 1950

Collevalenza nel 1950

Collevalenza t

I finestroni

Collevalenza Via centrale)

Il corso

Collevalenza

Chi cià vecchie foto o conosce fatti e misfatti avvenuti a Collevalenza, pote inviamme documentazzioni e scritti, che siranno messi a integrazzione de li cenni storici sopra pubblicati
Jacopino da Todi

jacopino.tudertino@libero.it

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Nengue

17 Gen

 

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NENGUE

Nengue sui coppi rosci, su l’ajole.
Li fiocchi, comme fussero cotoni,
stonno a cuprì li vicoli e i balconi.
Testo è l’inverno. Nengue siddiovòle.

‘Gni biocco pare ‘na farfalla bianca
che scegne jù, svolazza e pu se posa.
La née, co’ lemma, cupre ‘gnicheccosa
e prùi ‘na quete dorce che t’abbranca.

Guasi fusse un zignale de natura,
sembra che quil mandello ‘mmacolato,
arrìi a nisconne tutta la bruttura

de ‘sto monnaccio storto e sregolato.
Nengue. De core spera ‘gnj cratura
che da la née un fior sirà spuntato.

Jacopino 17 gennaro 2013

La battaja de Canne

17 Gen

 

Canne

 

TUTERE (Todi) era conziderata da Roma “fedelissima”. Quanno Annibbale passò vicino a Todi, pe’ scegne verzo Caputtemundi, nun c’ébbe curaggio d’avvendurasse condro ‘l Tudero Colle e s’accambò sopre ‘n’altura ciuca che pu vinne chiamata Cecanibbi, propio perchéne è tullì che ‘l cartagginese perze guasi del tutto la vista. Se stéa ‘nde l’anno 216 avandi Cristo. Annibbale avanzò pu verzo la Puja e conquistò Canne, un borgo cino che inzistéa presso ‘l fiume Ofanto e che era un granaro romano. Annibbale aéa sistimato l’esercito a mandritta del fiume, aspettanno l’assalto de li romani. ‘Na schiera de tuderti, commannati da Lucio Crista, facéa parte de l’esercito de Roma. Pe’ li romani fu ‘no sfracello e Lucio Crista, co’ li fiji sua, perze la vita in quilla battaja, commattenno da eroe. Abari, Luca, Volsone, Vesulo, Telesino, Quercente e Perusino, morzero col babbo a uno a uno, comprennose de grolia. Silvio Italico ne ricconda le gesta in quista maniera: “ Così Crista cadeva col suo drappello e fra gli Umbri ne suona il chiaro nome.”