Archivio | febbraio, 2013

La Madonna del Campione e li campioni

27 Feb

Campioni


L’immaggine de la Madonna, un dipinto de la Sacra Famija, stéa in un picculo oratorio sotto ‘l palazzo communale e la sacra effige venéa ditta del “Campione” perchéne se truàva ‘ndel sito addò c’erono puro li cambioni de li pesi e de le misure. ‘Sto oratorio stéa in un voltone do’ oji c’è l’androne de le poste col bancommatte (in piazza Garibbaldi) co’ l’andra uscita in via San Bonaventura. ‘Ntel 1837 la tela fune rubbata e allora facettero un doppione e la metterono ne’ la chiesa de San Bonaventura, che da quil momendo è jamata “Santuario de la Madonna del Campione”.
Li campioni de le misure lineari e de volume, in vigore nel territorio tuderte a quilli tembi, prima che s’addottasse ‘l sistema metrico decimale, oje se trùano incastrati sul muro, ai lati del portone d’ingresso de la Sala de le Pietre (mo de l’Arengo), in cima a la scalinata del Palazzo del Capitano. Su la dritta del portone c’è una striscetta de ferro ditta “passo” che era la misura pel tajo de la legna pe’ arde. A mangina, invece, ce stonno du’ striscette e so’: “la canna”, equivalende a dui metri e l’andra jamata “el braccio”, che corrispondéa a metri 0,56.
Sembre a mangina, attorno a la finestrella co’ la grata, ce stonno le sagome de le tre misure che doéano aécce li laterizzi, cioè: ‘l mattone doppio, quillo commune e quillo pe’ li pavimenti a spina. Ce stonno poi le sagome de comme doéono esse fatte le tegole e le pianelle.

 

Madonna del Campione (copia)Madonna del Campione (copia conservata nella Chiesa della Nunziatina)

La devozione mariana a Todi: il santuario della Madonna del Campione (di Elisa Picchiotti)
Tratto da “Todiguide”

Forse pochi tuderti sanno che nel lontano 1488, esattamente il 21 settembre, dopo la visita di Fra Bernardino da Feltre che mise pace fra Guelfi e Ghibellini, la nostra città si è solennemente consacrata alla Madonna col nome di “Città della Vergine”. Questa cosa mi ha molto colpito anche perché, a pensarci bene, abbiamo tante chiese in città dedicate a Maria: fra le più importanti e visitate cito soltanto il Tempio di S.Maria della Consolazione e la Cattedrale di S. Maria Annunziata. A pochi passi dalla cattedrale però, si trova un piccolo santuario sconosciuto ai turisti, ma tanto caro a noi tuderti: il Santuario della Madonna del Campione. L’oratorio era praticamente un lungo voltone del Palazzo Comunale che sbucava in Via S. Bonaventura (il voltone fu chiuso poi nel 1774). L’immagine era molto venerata e portava lo strano nome “del Campione” perché proprio lì vicino venivano conservati i campioni dei pesi e delle misure. Nel 1718 venne aggiunto al nome originale anche l’appellativo “Aiuto dei Cristiani”. Fino al 1753 i tuderti adoravano l’originale affresco posto in una nicchia semicircolare: l’opera però era molto rovinata e scolorita e per questo venne sostituita da una copia su tela, sempre rappresentante la Santa Famiglia di Betlemme. La devozione per la Madonna del Campione si fece ancora più stringente quando il 24 luglio 1796 si verificò il prodigio della Madonna che apriva e chiudeva gli occhi: il prodigio durò per una ventina di giorni “Sono ora 20 giorni, tolto qualche intervallo, e Maria prosegue a consolare Todi, che non sa saziarsi di vedere e venerare quelle aperte luci amabilissime” (Parole del vescovo Giovanni Lotrecchi). Purtroppo nel 1837 dei ladri rubarono la tela della Madonna insieme a tutti gli ex-voto a lei donati dai tuderti e dai tanti pellegrini che la visitavano giornalmente. Venne quindi fatta un’altra copia. Nel 1890 l’immagine venne portata nella Chiesa di S. Bonaventura che da quel momento assunse il nome di Santuario della Madonna del Campione. Un incendio notturno distrusse anche la terza copia nel 1904: fortunatamente il prof. Alessandro Zucchetti (prof. di disegno presso l’Ist. tecnico) ne aveva fatto una copia. E’ l’immagine che ancora oggi veneriamo nel santuario. Nel 1913 ci furono grandi festeggiamenti per il XVI anniversario dell’Editto di Costantino (313): più di 10.000 persone vennero a Todi ed adorarono la santa Famiglia di Betlemme in Piazza. In quell’occasione Todi rinnova la sua consacrazione alla Madonna. Poi arrivarono i periodi bui della Prima e Seconda Guerra Mondiale: la città raccomandò sé stessa e i suoi giovani soldati alla Madonna, anche con la composizione di alcune preghiere ufficiali. Nel 1930 l’interno del santuario venne rinnovato così come lo vediamo oggi. Il restauro avvenne anche grazie a molte offerte fatte da benefattori locali: senza pensare tanto alla privacy vennero quasi tutti ricordati con nomi e cognomi su una lapide ed una stampa esposte in chiesa. E voi direte “Beh, che c’è di male?”…niente, se non fosse che li hanno divisi in Benefattori Insigni, quelli che hanno donato 1000 Lire, Benefattori Distinti, che donarono 500-600 lire e Benefattori in generale, cioè tutti coloro che donarono non meno di 100 lire. Dopo la Seconda Guerra Mondiale la ricostruzione morale della città si fondò intorno all’immagine del Campione. Nel 1949 si effettuò la “Peregrinatio Mariae”: l’immagine venne portata in tutte le frazioni e in molte case di famiglie di Todi e in molti fecero fare copie dell’icona, come quella bellissima in majolica che vediamo all’incrocio fra Via S. Benedetto e Corso Cavour (sopra Bar Pianegiani). Ancora oggi la Madonna ha la sua festa che cade l’ultima domenica di maggio: certo, la processione è meno solenne rispetto all’antichità e ormai quasi ci si vergogna di andare in processione dietro ad un’immagine sacra, con la banda che suona canti popolari…Ma questa è la nostra tradizione e non va persa, altrimenti di tutto ciò che hanno fatto i nostri avi non resterà nulla! Pensiamo soltanto al grande lavoro che ha fatto Don Angelo Alcini rettore del santuario dal 1985 al 2000, anno della sua morte. Grazie a lui per esempio è stato pubblicato il volume dal quale ho preso tutte le notizie utili per scrivere questo articolo! Se volete approfondire l’argomento, troverete in questo libro tanti altri particolari e foto d’epoca incredibili!
Elisa Picchiotti

La leggenda del dragone

27 Feb

Leggenda del dragone

Intorno al 1450, secondo una leggenda, nella boscaglia, nei pressi del romitaio di Santa Romana (Forello), viveva un mostro alato di grandissima corporatura, un drago che seminava morte tra le persone e gli animali. Nelle sue scorribande sarebbe stato avvistato nei pressi di San Giacomo (Villa dei conti Bizzarri). In questo luogo, dopo vari cruenti tentativi di alcuni ardimentosi, fu colpito a morte. La leggenda è arrivata ai nostri giorni, generazione dopo generazione, infiorita sempre più da particolari che ne narrano la sua ferocia e il coraggio dei tuderti nel combatterlo e ucciderlo. Vero è che da secoli, dietro l’altare maggiore del Tempio di Santa Maria della Consolazione è stata conservata una mezza costola appartenente a qualche bestia preistorica, che per la sua grandezza non è riconducibile ad altro animale conosciuto. Essa è tuttora serbata nel Tempio e l’antica tradizione vuole, appunto, che sia una costola del dragone del Forello, ucciso a Villa San Giacomo.

Costola

Foto della mezza costola appoggiata al Tempio
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La Serpentina (Francesco Pianegiani)

26 Feb

la-serpentina

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LA SERPENTINA (Francesco Pianegiani))

Ti snodi tutta dove sotto appare
tra il verde degli olivi e degli incanti
la chiesa bella fra le tante care.
Sui tuoi declivi che gioconda canti

sei fatta passeggiata per sognare
nata pei bimbi quieti e quei festanti
atta pei baldi e i vecchi a consolare
strada del sud e nido degli amanti.

Entro la volta azzurra celestiale
la cupola rivela il portamento
di un’arte solitaria magistrale.

E dopo contemplato il monumento
altra consolazione con me sale
intimo senso di un rinascimento.

Francesco Pianegiani

Laude a Jacopone (Pasquino da Todi)

25 Feb

Jacopone monumento

Jacopo Benedetti nacque a Todi nel 1230 da famiglia nobile e studiò legge a Bologna. Ritornato a Todi, esercitò la professione di procuratore e nel 1267 sposò una nobildonna, Vanna di Guidone, figlia, secondo alcune fonti, di Bernardino, Conte di Collemedio o Colledimezzo. La moglie ebbe un anno dopo, durante una tragica circostanza, un’influenza decisiva sulle decisioni spirituali di Jacopone. Infatti, nel 1268, mentre assisteva ad una festa dall’alto di una tribuna provvisoria, Vanna morì per il crollo della stessa. Jacopone, accorso affranto presso la consorte morente, scoprì che sotto le vesti, essa portava un tessuto di crine, in segno di penitenza per i peccati del marito. Jacopone rimase sconvolto da questa scoperta e decise di abbandonare la sua professione e di vendere i suoi beni. Per i successivi 10 anni visse secondo le usanze dei terziari francescani e, vestito con un saio, compì delle frequenti penitenze pubbliche sull’orlo della follia mistica, diventando lo zimbello dei ragazzi di Todi e guadagnandosi il soprannome spregiativo di Jacopone.
Nel 1278, dopo qualche esitazione egli fu accettato nell’ordine francescano, e si ritirò nel convento di San Fortunato a Todi. Tuttavia, neppure qui ottenne la pace, poiché i suoi confratelli parteggiavano per la corrente dei francescani conventuali, interessati ad un ammorbidimento della dura Regola francescana, mentre le simpatie di Jacopone andavano per l’altra corrente, quella degli spirituali, che volevano mantenere lo spirito di povertà e di rinuncia ai beni dell’originario spirito francescano e che furono sempre più perseguitati dalla Chiesa.
Nel 1294 Jacopone fu tra gli spirituali, capeggiati da Angelo Clareno da Cingoli, che chiesero ed ottennero da Papa Celestino V (1294) di poter vivere isolati per praticare l’ascetismo in maniera più incisiva. Tuttavia la situazione cambiò radicalmente con il successore Papa Bonifacio VIII (1294-13039), che revocò la concessione e perseguitò gli spirituali.
A questo si aggiunse la malaugurata decisione di Jacopone di schierarsi a fianco dei due cardinali, Jacopo e suo nipote Pietro, membri di quella famiglia Colonna, oppositrice dei modi e dei metodi, utilizzati da Benedetto Caetani per accedere al soglio pontificio come Bonifacio VIII, dopo il “gran rifiuto” di Celestino V. In particolare essi appesero in tutte le chiese di Roma il 10 Maggio 1297, un manifesto, detto di Longhezza, compilato da Jacopone in persona, che chiedeva la convocazione di un nuovo concilio e denunciava le malefatte di Bonifacio, dichiarato decaduto. Lo stesso Jacopone prese ad attaccare Bonifacio nei suoi versi con una notevole violenza.
Il Papa non fece attendere la sua risposta: scomunicò sia i due cardinali che Jacopone e nel Settembre del 1298 fece espugnare dalle sue truppe la roccaforte della famiglia Colonna, la città di Palestrina. Jacopone fu catturato e imprigionato nella rocca della città dove rimase per ben 5 anni, non potendo usufruire neppure di un perdono in occasione del giubileo del 1300. Infatti, solo dopo la morte di Bonifacio, nel 1303, Jacopone fu liberato e si ritirò nel monastero delle Clarisse di San Lorenzo di Collazzone, dove morì la notte di Natale del 1306. Egli viene comunemente definito Beato, sebbene un vero proprio processo di beatificazione a suo carico non è mai stato iniziato. Jacopone è famoso per le sue (circa) 100 laudi (ballate d’argomento sacro) in volgare e per gli inni in latino: Stabat Mater Dolorosa e Stabat Mater Speciosa.

Laude a Jacopone

Rissa in Piazza Grande

24 Feb

La Scoletta

Dal diario di ser Tommaso di Silvestro

Memento come ogie che fu sabbato a dì xviiij de frebaio 1502, ad mezo dì, ad Tode fu uno chiamato Cathalano figluolo de Jpolito pur de Tode, della parte catalanescha piacendo, overo havendo una certa lite con una altra persona, et uno chiamato messer Fortunato era doctore et giovene de xxij anni o circha, et era della parte chiaravailese, et era procuratore della parte adversa del decto Cathalano, lo decto Catalano ad mezo di assaldò lo decto misser Fortunato in Piazza de Tode et si gle diede con uno coltello nella trippa et un altro nella gola. Se disse che stava molto male. Et anque lo decto misser Fortunato fu, lo carnasciale, pochi dì nanti, un’altra volta ferito da uno mascharo, quale se stimava che fusse stato pure lo decto Catalano.

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1951: quanno ce stéano l’Asutte e la Marzia

23 Feb

Asut e Marzia

La Consolazione (Getulio Ceci)

20 Feb

Che spettacolo

 

LA CONSOLAZIONE

È ‘n cuppolino sopr’un cuppolone
su quattro menze cuppole più ciuche,
e ognuna sta sur un menzo pilone
a cinque facce; e attorno, tante buche
de finestre, e loggiati, cornicioni,
capitelli, colonne … che a vedella
sé rimane a guardà come minchioni,
ma senza poté di’ dov’è più bella.
Quanno po’ cala ‘l sole a le montagne,
e ‘l solitario in cima de la croce
chiama i fratelli giù pe’ le campagne,
el piommo de le cuppole se dòra,
e te pare sentì dentro ‘na voce
che te dica : “ Si’ bono, fijo, e adora!”
Getulio Ceci