Archivio | aprile, 2013

Li castelli de Todi: Colpetrazzo

30 Apr

Colpetrazzo

Da “Todi e i suoi castelli” di Franco Mancini

 

COLPETRAZZO

Popolazione (i8o8) 266; (1951): 700. Venne edificato dal Comune tuderte con pietra recuperata dalle rovine dei circostanti castelli montani.
Il territorio del castello include vaste montagne boscose (ricche sopratutto di elci) sulle quali la popolazione esercita, fin dal 1421 ius lignandi, il diritto cioè, di tagliare legna secondo i propri bisogni. Gli abitanti si obbligarono a loro volta (1460) a non ospitare alcuna persona che fosse sospetta o comunque sgradita ai priori di Todi.
Esisteva (1592) nel castello (notevole la torre dell’orologio) anche un ricco deposito di grano (Monte frumentario dell’Abbondanza), nel 1753, era posto sotto il controllo del Convento di San Pietro di Montescoppio.
Grandi possessioni avevano anche in questa zona i conti di Monticastri, come risulta da un atto notarile del 1650.
La chiesa del paese è intitolata ai santi patroni San Giuseppe e Bernardino. Quest’ultimo (nato a Colpetrazzo e morto nel convento di Portarla, il 3 ottobre 1594) fu autore di una storia del suo ordine dal titolo Annales Cappuccinorum.

Colpetrazzo a

2014 Colpetrazzo

2015 Colpetrazzo

Colpetrazzo (chiesa di San Sebastiano)

Chiesa di San Sebastiano

Colpetrazzo fune edificato dal Commune de Todi ‘ntel londano milletrecendo, ta li pìa de li Monti Martani, a trecendodieci metri supre el livello del mare. Oje cià un’ottandina de abbitandi e ène ‘na frazzione del Commune de Massamartana. Se pòteno ango’ vedé pezzi de le mura medievali e l’andica struttura del castello. La “Sala de la Confraternità del SS. Sacramento” cià affreschi risalendi al millequattrocendo e la chiesa de San Bernardino e Giuseppe, costruita ‘ntel millecinguecendo, vanta, puro lìa, affreschi de l’epoca. Bernardino da Colpetrazzo nascette tuqquì, ‘ntel millecinquecendotrendaddue, quanno el paese facéa ango’  parte del contado tuderte. Bernardino facette el frate Minore Osservante e pu addivenne Cappuccino. Fune promotore de la “Fondazione del Monte Frumentario” che ajutàa i contadini più poéri.

Chi cià vecchie foto o conosce fatti e misfatti avvenuti in quel de Colpetrazzo pote inviamme documentazzioni e scritti, che siranno messi a integrazzione de li cenni storici sopra pubblicati
Jacopino Tudertino

jacopino.tudertino@libero.it

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Le frazzioni de Todi: San Damiano

28 Apr

San Damiano

Da “Todi e i suoi castelli” di Franco Mancini

SAN DAMIANO

Popolazione (i8o8): 239; (1951): 345. Il castello prese il nome dalla chiesa che un ricco contadino fece costruire, nel 1174, in seguito a guarigione ottenuta per un suo pellegrinaggio a Gerusalemme. Questa chiesa, che tuttavia conserva il titolo di San Damiano, ha subito, nei secoli, tanti e tali rimaneggiamenti da non consentire al visitatore il riconoscimento in essa di alcun vestigio della primitiva struttura. Altrettanto si dica del castello, del quale pure pochissime sono le tracce: esso contava in antico un centinaio d’anime; nel 1483 fu occupato dalle genti dei Chiaravalle e nel 1542 sofferse molti danni in seguito a un vio­lento terremoto. Nel territorio di San Damiano troviamo oggi il vocabolo Migliola, che ricorda una villa e una chiesa (oggi scomparsa) dedicata prima a Sant’Andrea e poi detta di Santa Maria del Busseto.

Chi cià vecchie foto o conosce fatti e misfatti avvenuti a San Damiano pote inviamme documentazzioni e scritti, che siranno messi a integrazzione de li cenni storici sopra pubblicati
Jacopino Tudertino

 

Bartolomeo D’Alviano

26 Apr

 

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Bartolomeo D’Alviano

 

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Bartolomeo D'Alviano 1

Bartolomeo D'alviano 2

 

 

Elio Clero Bertoldi

Elio Clero Bertoldi

Bartolomeo d’Alviano, Il capitano di ventura che fece la storia d’Italia, decisivo nelle vittorie del Garigliano e di Marignano

TODI – Quando morì, di malattia, stava guidando, quale generale della Serenissima, l’assedio sotto le mura di Brescia. Poco più di venti giorni prima, a Marignano con 300 cavalieri aveva attaccato e spazzato via le fanterie svizzere regalando ai suoi colori una vittoria fulgente, rimasta negli annali della strategia militare. Per onorarlo e seppellirlo nella chiesa di Santo Stefano a Venezia, di cui era capitano generale, la salma venne ricondotta nella laguna di San Marco e Francesco Guicciardini scrive che Teodoro Trivulzio e i soldati che gli facevano da scorta, e che lo tennero con loro per 25 giorni, non vollero chiedere, per attraversare il territorio di Verona, il permesso di passaggio ai nemici, guidati da Marcantonio Colonna, sostenendo “non essere conveniente che chi vivo non aveva mai avuto paura degli inimici, morto facesse segno di temergli”.
 Sul grande condottiero Bartolomeo d’Alviano (1455-1515) a cinquecento anni dalla morte, sono stati organizzati e proseguiranno sino a novembre una serie di convegni ad Alviano, Todi, Acquasparta proprio per scandagliare, a 360 gradi, la figura di questo grande personaggio della sua epoca, più famoso e ricordato nel nord est d’Italia, che non nella sua terra d’origine.
 Sulla dibattuta questione se sia nato a Todi o ad Alviano non ci sono documenti inequivocabili. Di certo, figlio di Francesco e di Isabella degli Atti di Todi, Bartolomeo era cresciuto nella città di Jacopone e aveva studiato con l’umanista Antonio Pacini. E anche l’esperienza delle armi l’aveva compiuta a Todi prima (con gli Atti contro i Chiaravalle) e poi con gli Orsini (contro i Colonna e contro il papato). A dieci anni aveva visto il padre e gli zii Corrado e Tommaso combattere ad Amelia contro il Papa Paolo II e i Colonna e finire prigionieri, per anni, in Castel Sant’Angelo. E a 14 anni, come paggio di Napoleone Orsini, generale della Chiesa e di Venezia, era presente nella battaglia di Rimini contro Federico da Montefeltro. Ancora non ventenne guerreggiava sotto le mura dei castelli di Bracciano e Soriano, possedimenti degli Orsini. Nel 1478, sotto il comando di Girolamo Riario, era addetto alle artiglierie nella guerra che Sisto IV e il regno di Napoli avevano mosso alla Firenze di Lorenzo il Magnifico. Quattro anni più tardi aveva partecipato alla guerra di Ferrara. Giusto il tempo di sposare Bartolomea Orsini e subito si ricaccia nelle guerricciole locali contro i Chiaravalle, con Niccolò Orsini conte di Pitigliano, con GianGiacomo Trivulzio, ancora alla difesa di Bracciano. Qui con a fianco la fiera moglie Bartolomea, anche lei sugli spalti, difende il castello e grazie all’intervento del Vitelli, che mette in rotta i pontifici di Alessandro VI, il 24 gennaio 1497, brinda alla vittoria. Subito dopo con 1.300 cavalli si porta sotto Firenze, al fianco di Piero de’ Medici detto il Fatuo, che sognava, invano, di riprendersi la città, dopo la morte del Magnifico (che aveva sposato Clarice Orsini, cugina di Bartolomea, moglie dell’Alviano). Morta l’ardimentosa consorte, il condottiero sposa (1498) Pantasilea Baglioni, figlia di Rodolfo e sorella di Giampaolo, capitano di ventura e poi signore di Perugia.
 Fino a questo momento Bartolomeo non é altro che uno dei tanti capitani di ventura. La sua fama esplode nel 1503, a 48 anni, nella battaglia del Garigliano a fianco di Gonzalo de Cordoba. Gli spagnoli erano inferiori per numero. E, divisi dal fiume, si fronteggiavano con i francesi senza, né gli uni né gli altri, attaccar battaglia in un terreno infido (pantani e stagni) e con un tempo inclemente (pioggia e freddo). Bartolomeo arriva in soccorso al Cordoba da Napoli insieme a Fabio Orsini (poi ucciso da un verrettone di balestra che gli trapassa l’elmo) accampandosi a Sessa. Quindi si prepara, nella notte tra il 27 e il 28 novembre, a far montare un ponte di botti e barche e all’alba lo attraversa con 4000 uomini. I balestrieri francesi non si accorgono dell’azione se non all’ultimo momento e attaccati da Bartolomeo, mentre anche il resto dell’esercito utilizza il ponte per attraversare il Garigliano, fuggono rinserrandosi in Castelforte. Ma anche questa fortezza viene assaltata e presa. I francesi decidono allora di ritirarsi verso di Gaeta, mentre spediscono via fiume, su chiatte, le armi più pesanti. Il mare grosso, alla foce, travolge alcune imbarcazioni, in una delle quali é imbarcato Piero il Fatuo, figlio di Lorenzo il Magnifico, che muore annegato. Il d’Alviano continua ad avanzare, nonostante la coraggiosa e disperata difesa del Ponte di Mola da parte del Baiardo (Pier de Bayard). Il marchese di Saluzzo comandante dell’armata francese, si arrocca in Gaeta, molto fortificata, ma la situazione bellica é compromessa e alla fine si arrende. Con la resa consegna l’intero sud Italia alla Spagna, che la terrà per due secoli.
 Cinque anni dopo (1508) con un’altra azione di tattica guerresca accerchia e debella l’esercito dell’imperatore Massimiliano d’Austria, guidato sul campo da Enrico di Brunswick, conquistando l’intero Cadore e, sullo slancio, Gorizia, Trieste e Fiume. E non si ferma: prende anche Pordenone e la Serenissima lo nomina conte e signore della città (titolo che resterà anche a suo figlio).
 Ad Agnadello (1509) vive la sua pagina nera: non solo viene ferito e sconfitto, ma finisce anche prigioniero di Francesco I fino al 1513 (torna libero col trattato di Blois). Partecipa con i francesi alla battaglia di La Motta sotto Luis de Tremouille contro il viceré spagnolo Raimondo de Cardona. Il 7 ottobre, pochi mesi dopo la liberazione, viene sconfitto a Creazzo, Vicenza, dal marchese di Pescara. Si riscatta subito, Bartolomeo: eccolo a Marignano, generale della Serenissima, partecipare da primo attore alla “battaglia dei giganti” e a vincerla (14 settembre 1515).
 Qui si fronteggiano Francia e Venezia da un lato e Svizzera, Mantova e Milano, dall’altra. La coalizione franco-veneta vede ai vertici il re Francesco I, Luis de la Tremoille, de Foix, Carlo III Borbone, GianGiacomo Trivulzio, per i fuoriusciti milanesi e, appunto, Bartolomeo d’Alviano per la Serenissima. Al comando della lega avversaria Massimiliano Sforza, duca di Milano, Giovanni Gonzaga duca di Mantova, Marcus Roist e il cardinale Schiner di Sion, per gli svizzeri. Nel pomeriggio del 13 settembre le fanterie svizzere attaccano con vigore e disarcionano e feriscono Francesco I, che sottrattosi allo scontro, invoca l’intervento di Barolomeo. Quest’ultimo, alle prime luci dell’alba, attacca gli svizzeri alle spalle e li travolge. Questa battaglia segna la superiorità della cavalleria sulla falange svizzera, fino ad allora ritenuta imbattibile (lascerà il titolo alla fanteria lanzichenecca) e la superiorità delle armi da fuoco (divenute più precise e devastanti) sulle balestre. Il re francese ordina di celebrare messe per tre giorni e costruire anche una chiesa sul luogo della battaglia: Santa Maria della Vittoria.
 Intanto Bartolomeo assalta Bergamo e assedia Brescia, ma proprio nel momento della gloria maggiore (e chissà quali vantaggi, non solo economici, avrebbe tratto da quel successo) una improvvisa malattia gli stronca la vita.
 Piccolo (come Napoleone), esile di corporatura, bruttino, con gli occhi scuri Bartolomeo discendeva da signorotti longobardi che avevano tenuto le contee di Nocera Umbra, Attigliano e si erano insediati in Alviano, i quali avevano per stemma una croce bianca in campo rosso. Sul periodo giovanile di Bartolomeo e sulla storia di Todi e di altre città umbre ha ritrovato e studiato numerosi e interessantissimi documenti Filippo Orsini, dell’Archivio storico tuderte, tra cui una quindicina di lettere del condottiero che reclamava, invano, ai Priori di Todi il pagamento di 200 ducati d’oro quale compenso pattuito per i servigi militari resi alla città. La morte del condottiero esentò i governanti tuderti dal pagamento. Bartolomeo non prese i soldi che i suoi concittadini gli dovevano… Piccole vicende accanto ai grandi avvenimenti storici.
Elio Clero Bertoldi
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Come vede Todi Lidia Nizzo

22 Apr

Nizzo LidiaBIOGRAFIA

Lidia Nizzo nasce a Todi nel 1965, fin dall’infanzia manifesta sensibilità artistica e coltiva la sua passione per la figurazione ed il colore, la pittura è il mezzo dal quale è fortemente attratta e che le consente di esprimere e tradurre ciò che al suo animo appare fantastico. I suoi primi lavori sono paesaggi umbri dipinti ad olio su tela, tecnica che predilige in assoluto e che comincerà a sperimentare già dalla giovanissima età di 12 anni. In seguito si diploma all’istituto d’arte di Deruta nella sezione di grafica pubblicitaria. Nel corso degli anni non abbandonerà la sua passione per la pittura provando nuove tecniche e affinando sempre di più le forme fino a spingersi ad un realismo quasi fotografico rappresentando soprattutto figure femminili. Ha partecipato a numerose mostre collettive in Umbria e varie manifestazioni del gruppo “è ART” conseguendo un discreto successo di pubblico e critica.

Lidia Nizzo

Lidia Nizzo (panorama)Panorama di Todi

Lidia Nizzo (il Tevere)

Il Tevere

Lidia Nizzo (la Consoazione)

La Consolazione

ER FIUME

21 Apr

Tevere

El nostro Tevere, ne’ li tembi, nun cià aùto sembre  testo nome. Ricconda ‘na leggenna che Tiberino, re de l’Albani, ce s’affogasse drendo e da quilla vorta je dettoro el nome de Tiber. Defatto, ‘l dio Tiberino, associato ta la natura, personificò el fiume. Prima de chiamasse Albula (dal latino albus, cioè bianco, chiaro, per via della limpidezza delle sue acque, che in occasioni di piena, venivano invece chiamate “flavae”, cioè bionde), c’ebbe el nome Serra e pu Rumon. Nomi che richiamono la radice indoeuropea SREU (scorrere). El nome de Roma era, donca, probbarbirmente, quillo del fiume suo. Pe’ li romani de Trestevere arimane “ER FIUME”, cosiccomme amàa chiamallo el grande Trilussa.
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El decoro cittadino

18 Apr

Ulpiana

1926, quasi cent’anni fa e le problematiche che interessano la Città (in questo caso il rione di Via Ulpiana) appaiono, più o meno, le stesse. L’articolista ha capito che una comunità debba tenere fortemente al decoro che la circonda. Il tratto di strada al quale si fa riferimento è Viale di San Filippo che fa parte di tutta la circonvallazione. Chi scrive pone in risalto l’eccellenza del rione per la sua alta popolosità, per le attività commerciali e per la presenza del mercato, che allora si teneva nel piazzale antistante Porta Romana. Sollecita la costruzione di latrine pubbliche, che se erano mancanti ieri, lo sono anche oggi. Infatti, forse dopo queste sollecitazioni, un Vespasiano fu approntato, sullo spazio a destra della porta, uscendo dalla Città. Anche se, igienicamente, non era il massimo, per allora risultò un servizio risolutivo alle esigenze corporali della gente e del decoro cittadino. Credo che poi, l’orinatoio, sia stato tolto negli anni sessanta. L’articolista, sembra aver capito che si dovesse accogliere decentemente chi veniva al mercato da fuori città e si dovesse fornire di servizi questo importante rione. Infatti, egli aggiunge che il Viale Angelo Cortesi manca d’illuminazione e richiederebbe l’istallazione di qualche lampione. Sono passati quasi cent’anni e resta il dubbio se chi ha amministrato e amministra Todi, abbia capito l’importanza del decoro con il quale va presentata la Città.

Vespasiano a

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Quanno se giocàa a pallone sul piazzale de la Conzolazzione

17 Apr

Documento del Podestà

Quando si giuocava a pallone nel piazzale della Consolazione

Si guocava alla Consolazione