Archivio | giugno, 2013

Bartolomeo Alaleoni e la Fonte Todina

26 Giu

Arme di Bartolomeo Alaleoni a

 

Nato a Fermo, Bartolomeo Alaleoni (Aglioni, de Alaleonibus, Aglioni), fu Vescovo di Todi dal 1436 al 1472. Laureato in diritto economico fu abate del monastero di San Savino di Fermo e di San Paterniano di Fano e prese possesso della Diocesi tuderte, nominato dal Papa Eugenio IV, l’undici dicembre del 1435. Attuò il rinnovamento del Capitolo della Cattedrale e soppresse il monastero femminile di San Benigno. Todi, sempre altera ed indisciplinata, fu per ben tre volte (nel 1454, nel 1461, nel 1465) scomunicata. Alaleoni riuscì sempre a far revocare le scomuniche, intervenendo in difesa della Città. Nel 1471, su sua iniziativa, fu fondato a Todi il Monte di Pietà “La Fonda”che interveniva verso i bisognosi, senza scopo di lucro, nei momenti di carestie o guerre. Più tardi, per accedere ai prestiti, bisognava depositare come pegno qualche oggetto di valore. Al Monte di Pietà ricorsero pure molti nobili decaduti che si trovavano in difficoltà economiche. Questa istituzione liberò gli indigenti della Città dallo strozzinaggio degli ebrei che prestavano denaro con interessi esosi. Pur non essendo tuderte di nascita amò moltissimo Todi e la sua gente, tanto che, a memoria di questo sentimento, fece costruire a Porto San Giorgio, una fonte all’interno della residenza di famiglia, chiamandola “Fonte Todina”. Dalla pubblicazione dello storico prof. Mario Liberati (Montegiorgio nella sua toponomastica) risulta che anche in questo borgo esiste tuttora una fonte chiamata “Fonte de la Tudina”. Nasce così il dubbio che l’affermazione di Pirro Alvi (in “Todi città illustre”), nell’indicare la fonte a Porto San Giorgio, sia imprecisa o che, invece, le fonti in terra marchigiana, con riferimento a Todi, siano due, una a Porto San Giorgio ed una a Montegiorgio. A giusta memoria e riconoscenza dell’attaccamento di Bartolomeo Alaleoni alla città di Todi, alla sua morte, avvenuta nel 1472, le sue spoglia furono tumulate, e là riposano, nella cripta della Cattedrale.

 

Todi Città illustre dell'Umbria

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Foto storiche: quinta serie

23 Giu

Sant'Ilario 1926Sant’Ilario nel 1926 (oggi San Carlo)

Via mazzini 1926Via Mazzini nel 1926

Salita del Cimitero vecchioEdicola con salita del Cimitero Vecchio (1926)

La Cattedrale e la piazza 1926La Piazza Grande e la Cattedrale nel 1926

Jacopone 1936

Jacopone nel 1936

Cattedrale 1920

Cattedrale (1920)

Le frazzioni de Todi: Petroro

22 Giu

 

 

Frazioni e territorio tuderte

 

 

Petroro

PETRORO

Da “Todi e i suoi castelli” di Franco Mancini

Popolazione (18o8): 112; (1951): 210. Fiorente villa (già d Petróia), un tempo di circa trecento anime, situata in un pittore ventilato altopiano. Il castello venne fortificato nel quattrocento dai ghibellini di Todi, che qui trovarono piacevole e sicuro asilo: per la qual cosa, nel 1500, fu messo a ruba dalle milizie di papa Alessandro VI, che avevano espugnato Acquasparta. L’antica chiesa parrocchiale di San Biagio, nel cui interno tro­viamo un affresco di Eliseo Fattorini (1855), presenta ancora intatto il lato destro e una parte della facciata. Resiste ancora al tempo e all’incuria degli uomini la bellissima chiesa benedettina di Sant’Antimo (il convento, dove fu trovato un basso- rilievo romano, è stato adibito a casa colonica), con la sua semplice, unica navata romanica: si accede al presbiterio a mezzo di due scali­nate, fra le quali è la porta che conduceva alla cripta; sopra il disa­dorno portale d’ingresso la finestra bifora è stata devastata da un ful­mine. L’interno, nel più completo abbandono, conserva affreschi di scuola umbra (la Vergine, Sant’Antimo, San Sebastiano) e un frammento d’iscrizione votiva in volgare. Ruderi di una villa, che, prima di essere incendiata, si chiamò Casa Tréglia e poi Casarsiccia, si rinvengono nella tenuta di Petróro: a Casarsiccia era una chiesa intitolata a San Quirico. Sulla sinistra della strada Duesanti-Petróro si leva la chiesa roma­nica (l’esterno è caratterizzato dalle finestrelle a feritoia e dal portale con lunetta) detta di San Martino, dipendente dall’abbazia di Sassovivo e, nel 1711, passata sotto la giurisdizione della Chiesa della Con­solazione di Todi. Un fortilizio, ricordato fin dal sec. XIV, era Montorsolo, di cui rimane un oratorio dedicato al SS. Crocifisso.

2015 Castello di Petroro (ruderi)

2015 – Ruderi del castello di Petroro

Petroro (il castello)

2015 – Il Castello

Petroro (Montorsolo)

Montorsolo

PETRORO (da “L’acqua dei castelli” di Massimo Rocchi Bilancini.)

Petroro è un paese vuoto. Il suo castello, dopo decenni di abbandono, è stato recentemente restaurato, ma aspetta ancora di essere rianimato. Fuori delle mura, solo due o tre case e la piccola chiesa, semiscaricata. Queste costruzioni sono disposte ai lati di una piazza dai pini ombreggiata. Stesse piante che fiancheggiano i due viali di accesso all’abitato. Più cu un paese infatti, non diversamente da Montenero a cui è legato da tante analogie, nella comune percezione il nome di Petroro richiama la sua pineta. Più a oriente, dalle parti di Sant’Antimo, dislocata. La strada provinciale diretta a Bastardo la traversa con stretti tornanti, che mettono alla prova le abilità di ogni guidatore. D’invern0, anche in pieno giorno, la luce vi penetra a fatica. Di notte poi, fenderne l’oscurità a fari alti mette quasi paura, temendo dietro ogni curva il presentarsi di un pericolo. Un viadotto abbandonato, di una strada che doveva essere e non è stata, ci rassicura comunque che non siamo dentro un horror ma pur sempre in Italia.

Massimo Rocchi Bilancini.

Chiesa di San Martino

Chiesa di San Martino

Interno del castello

Interno del castello

Chi cià vecchie foto o conosce fatti e misfatti avvenuti a Petroro, pote inviamme documentazzioni e scritti, che siranno messi a integrazzione de li cenni storici sopra pubblicati
Jacopino Tudertino

jacopino.tudertino@libero.it

 

 

 

IL TERRITORIO DI TODI di Rolando Primieri

20 Giu

Rolando Primieri

IL TERRITORIO DI TODI
E LA POSIZIONE GEOGRAFICA DI DUESANTI
Dal libro “Duesanti” di Rolando Primieri

“Il territorio [di Todi], 5.440 fuoghi, (il più popoloso dopo Perugia et contado e Camerino et contado), è grande e fertile di tutti i frutti, irrigato dal Tevere e da altri fiumicelli, compartito in monti, colli, piani et valli con meravigliosa vaghezza, celebrata molto da Pio II nei Commentari et da Domenico Negro nella sua Geografia; ma né il Tevere, mentre scorre per questo territorio, né gli altri fiumicelli sono navigabili.
Sopra il Tevere, presso alla città un miglio, è un ponte detto il ponte di Cuti, il quale essendo rovinato già molti anni sono, la città haveva cominciato a rifarlo di pietra, né vi resta a far se non una colonna in acqua, ma perché la detta communità si trova impotente a ridurre la cosa a perfectione, propone a Nostro Signore et alla Camera apostolica che, quando volessero far questa spesa, tornarebbe in molto utile d’essa Camera oltre al giovamento della città, perché essendo questa la più breve et miglior via per passar dalla Marca in Toscana ed in Maremma, crescerebbono le gabelle assai per il passo Belli mercanti, i quali ci passerebbero più spesso se non trovassero l’impedimento del fiume, che ora si passa con una cattiva barca. Verrebbe anco con questa via ad introdursi qualche denaro nella città, che li sarebbe di molto sollevamento et però ne fa grande instanza.
Confina da levante con Spoleto, Acquasparta, Massa, Terra Nolfa e Santo Iemine; da mezzogiorno con Amelia et Baschi; da ponente con Orvieto, Montecastello et Marsciano; da tramontana con Perugia, Collazzone, Bevagna et Gualdo Cattaneo. Sonovi molti castelli et ville e fortezze sparse d’ogni intorno, benché di quelli che vi erano anticamente ne sono mancati assai, parte scarcati, parte smembrati et concessi a signori temporali; si ché fatto il conto del quale ho portato meco la nota cavata da i libri antichi et da moderni, si trova che nel territorio di Todi erano già castella 69 et ville 139, et facevano in tutto fuochi 6.888.
Hoggi vi sono castella et ville in tutto n° 123 che fanno fuochi 2.887. Et li castelli et ville che restano hoggi alla città sono li seguenti”. (Segue la nota dei castelli e delle ville di Todi). Nel territorio di Duesanti e dintorni risultano presenti: Casarsiccia (villa), Duisanti (castello), Lorgnano (villa), Loreto (castello), Petroio (castello), Santo Damiano (castello).
Il castello di Duesanti sorge sul crinale compreso fra due torrenti: il fosso di Petroro a nord, che scende da Lorgnano e al Molinetto si congiunge con il rio Bagno, che, dopo aver percorso il fondovalle fra il territorio di Loreto, Frontignano, Ilci e Duesanti, confluisce nel Tevere nei pressi di Pian di Porto; e il fosso di San Damiano, che scorre nel fondovalle fra San Damiano e Duesanti e che confluisce nel Rio, il quale raggiunge la località di Ponte Rio, riversandosi quindi nel Tevere. Questi due corsi d’acqua segnavano e segnano tuttora all’incirca i confini del territorio della parrocchia di Duesanti.
Così l’Alvi descrive i due torrenti: “Rio Bagno, altro fiumicello verso  tramontana, che ha il suo principio da tre rivoli presso i castelli di Frontignano e Casarsiccia, e porta il vocabolo di Bagno, perché scorrendo verso il Tevere presso Pian di Porto, ove appunto erano i Bagni dedicati a Diana”; “Rio, piccolo fiume, che nei tempi vetusti si chiamava Rio Apronio forse per aver avuto beni in queste vicinanze la gente Apronia, oppure in qualcuno Belli luoghi, donde ha il suo principio da più rivoli verso Ficareto, Monticello e Castelrinaldi; questo a tramon¬tana bagna le radici del colle todino, va a sboccare nel Tevere nella tenuta di Pian di Porto. Nel 1342 per una pioggia di color sanguigno caduta in detto anno dal cielo tutti li fiumi parea corressero sangue, cosa che recò dello spavento ben grande, onde furono fatte molte orazioni al Beato Filippo”.
La strada panoramica, che da Ponte Rio si snoda fino a Viepri e a Bastardo e che avrebbe dovuto raccordarsi con la strada dei Due Mari, ma che è rimasta incompiuta, come una cattedrale nel deserto, nei pressi della pineta di Sant’Antimo, a 318 metri s.1. m., e a circa otto chilometri da Todi, raggiunge Duesanti. Recentemente è stata realizzata una circonvallazione a nord del paese, mentre prima si doveva attraversare l’interno del castello con notevole rischio per gli abitanti. Duesanti è una frazione del Comune di Todi, di cui ha’ sempre condiviso la storia e soprattutto le lotte fra le potenti famiglie per il possesso del suo vasto e ricco territorio. La posizione è interessante, in quanto offre il godimento di un paesaggio molto ampio, che si apre sui quattro punti cardinali grazie alla sua altitudine. Infatti a nord il versante scende fino al Rio Bagno, per poi risalire verso Grutti, San Terenziano, Frontignano e Ilci; il panorama, a est, è delimitato dai monti Martani; a sud, dal crinale di San Damiano fino a San Gemini e Avigliano; a ovest, dall’orizzonte che spazia dal bel profilo di Todi, che si staglia sui monti di Melezzole, fino a Montecastello Vibio.
Intorno bella è la natura, costituita da campi coltivati con le colture tipiche del territorio collinare tuderte: viti, olivi, frumento, boschi.
A differenza di molti altri paesi, che hanno subito la fuga degli abitanti e quindi sono rimasti quasi deserti, Duesanti, invece, si è ingrandito: infatti numerose case e ville, abitate tutto l’anno, sono sorte lungo la strada da villa San Rocco fino al locale cimitero, che è stato ampliato e che accoglie anche i defunti di Loreto, Lorgnano, Petroro e San Damiano. Inoltre le abitazioni all’interno del castello sono state ristrutturate. Si può quindi dedurre che il paese è in continuo sviluppo e che il numero degli abitanti è destinato ad aumentare.
Nel vasto territorio di Duesanti numerosi luoghi e costruzioni hanno avuto, nel tempo passato, grande importanza per diversi motivi, che poi saranno analizzati; per ora ci limiteremo solo a ricordarne il nome: La Chiesa vecchia, La Chiesa nuova, Case nuove, Il Pisciarello, Santa Maria de Petriolo, Torre Ettorre o Torre di Duesanti, Torre Bon- tempo, Bodoglie, Ortiani, Ilci, Pian di Porto, Ponte Rio, La Palazzetta, Montecucco, Coppi, Villa San Rocco, Marcigliana, Migliola.

Foto storiche: quarta serie

18 Giu

Palazzo del Capitano nel 1910 a

Panorama dai Giardinetti

Piazza Grande (primo novecento)

Panoramica da Montesanto

 

Viale Abdon Menecali a

 

Pian di San Martino (Ponte di ferro)

El ruzzolone (Giuseppe Fifi)

15 Giu

El ruzzolone

Todi centro è stata culla di giocatori di ruzzolone fino e dopo gli anni Cinquanta. La pista su cui si giocava era il tratto di strada che partiva dalla Portaccia, allora antico rudere ancora in piedi (non mi so spiegare perché tale avanzo di un contrafforte posto a protezione delle mura di Todi sia stato abbandonato, tanto che oggi è quasi completamente inghiottito dal terreno), per giungere alla casa colonica di “Brugolino”. L’appello, cioè il primo tiro, iniziava dalla Portaccia: La strada era in terra battuta e sulla destra, andando giù, si era formato uno stradellino nel quale correva il ruzzolone a cui era stata impressa tutta la forza e l’abilità dell’ “atleta”.
La strada era ombreggiata da numerosi mori (gelsi) posti in fila, contro i quali, qualche volta, si spiattellava l’attrezzo evitando così il peggio e cioè che esso finisse nel sottostante campo coltivato, dal quale doveva essere rimesso in strada con una certa maestria e potenza.
Tale fuoriuscita, quasi sempre causata da un dispettoso sasso, poteva essere decisiva ai fini del successo finale.
Fra i giocatori c’era sempre quello più abile a rimettere il ruzzolone in strada e farlo correre per diversi metri.
Sulla pista non c’erano auto che infastidivano; soltanto dovevano essere avvertiti i viandanti con un “Attenzione… Attenzione” perché la ruzzola non finisse loro sugli “stinchi”.
Non ho memoria di casi di danni fisici accaduti a qualcuno.
I praticanti di tale sport erano diversi: evito di elencarli così che non commetto ingiustizia dimenticando di nominare qualcuno di loro. Gli atleti si davano appuntamento alla Portaccia, nel tardo pomeriggio quando la calura era un po’ scesa di intensità. Si praticava uno sport sano fra profumi di fiori selvatici e di fieni.
I giocatori non avevano certo bisogno di indossare la tuta: arrivati sul posto si toglievano la giacca che appendevano “al crociale” di un albero, arrotolavano i polsini della camicia fin sopra il gomito (allora non erano di moda le camicie con le maniche corte e la giacca era di prescrizione), e quelli più accorti arrotolavano anche il fondo dei calzoni.
Tutto era pronto. Ogni giocatore estraeva dalla tasca la “fittata” (la lunga striscia di canapa che si avvolgeva sul bordo del ruzzolone) infilata al polso. La fittata nella parte superiore presentava il rocchetto che veniva allacciato con le dita. L’operazione di avvolgimento richiedeva particolare precisione e accuratezza per il successo del tiro.
Si formavano così le coppie; si sorteggiava chi doveva effettuare il primo tiro di appello scegliendo lo specialista più vocato.
Dopo un ondeggiamento dell’attrezzo che partiva dalla spalla fino al bacino opposto, in sincronia con ampie aspirazioni d’aria, l’attrezzo veniva scagliato con lo srotolamento della “fittata” ed il lamento che usciva prorompente dalla bocca dell’atleta. Infatti, il successo della passata dipendeva dal primo tiro; qualche volta uscivano dalla bocca dei giocatori incontrollate parole e frasi di esaltazione o disapprovazione.
Due tiri potevano bastare alla passata!
Chi andava più in giù aveva vinto. I ragazzetti seguivano i competitori senza dare intralcio, tifando, con il pensiero, per i loro favoriti.
Per ristorarsi dal caldo e dalla fatica c’era un profondo pozzo di “Brugolino”, dal quale si estraeva, con un secchio di lamiera che serviva da bicchiere, acqua pura e molto fresca con la quale ci si lavava anche la faccia.
Il gioco, per non chiamarlo fatica, si protraeva per diverse passate; vinceva chi ne aveva realizzate di più secondo la regola.
La posta in gioco era per lo più costituita da una merenda al formaggio pecorino o prosciutto da consumarsi presso l’Osteria di “Rennolino” accompagnata da abbondante vino.
Dal copioso sudore si passava alla più o meno contenuta allegria.
A questo punto, si poteva innestare, per completare la giornata e qualche volta per attendere che l’arrosto finisse di cuocere, una bella sfida al gioco della “Morra”.
Allora la febbre saliva e l’acqua non serviva a domarla.
C’erano i famosi “scalettatori” che facevano nascere dispute e con tentazioni che potevano rovinare per un momento l’allegra compagnia.
Poi, tutto si placava e tornava il sereno!
Ma voglio fare giustizia: anche nelle frazioni di Todi, le più importanti, quelle di Collevalenza, Duesanti ed altre, si praticava il gioco del ruzzolone ed ognuno aveva i più celebrati campioni. Era un passatempo salutare e impegnativo.
Poi sono venute fuori le varianti più eccentriche; la ruzzola è stata sostituita da grosse pizze di formaggio duro messe in palio ed appannaggio dei vincitori.
Oggi il gioco del ruzzolone viene ugualmente coltivato e ci sono diversi appassionati. E cambiato il luogo delle gare; per lo più esse si svolgono su apposite piste riservate, fuori dall’intralcio delle auto e dei mezzi che sono cresciuti a dismisura.
A questa attività agonistica si dovrebbe sempre più rivolgere l’interesse dei giovani. E uno sport sano da praticarsi all’aria aperta, buono per il fisico e non dispendioso per la tasca.

Giuseppe Fifi

 

Ruzzolone in piazza

1966 – Giochi senza Frontiere 

Todi: arti e mestieri medievali

15 Giu

Viale Menecali 1930

1935 – Le “casette” , nel Viale Menecali, vengono demolite

 

Viale Menecali  (Le casette)

1935 – Le “casette” , nel Viale Menecali, vengono demolite

 

Li labboratori artiggiani erono, pe’ lo piùne, poco spazziosi e se truàono sotto l’abbitazzione del fabbricere istesso: casa e bottega. Li garzoni (angò potti) venìono assunti col beneplacido del babbo o d’un tutore e nun pijàono manco ‘l becco d’un quattrino, anzi, era ‘l Maestro che venìa pagato da la famija del cusìdditto valletto. El periodo de l’apprendistato duràa puro fino a diecianni, se ‘l mestiero da ’mbarà era difficile. L’artiggiano potéa affittà el bardascio, o anco vennelo, ta un collega e l’apprendista cuminciàa a prenne ‘l salario solo doppo un esame su le sue capacità e sul suo acquisito apprendimento. Lùe armanéa a casa del Maestro fino a tarda sera e ce pranzàa puro, assieme a tutta la famija, tando pe’ nun faje perde tembo sul laòro.
El laboratorio fungéa puro da bottega de smercio de li prodotti che venìano fatti e stéa, de solito, al piano de la via. Si c’era un fondaco (fondo, magazzino), quisto era utilizzato come stalla e fienile pe’ li muli e li somari.
Le famose “casette”, costruìte addosso ta le mura, in Via Abdon Menicali, buttate jù nel 1935, andro nun erono che botteghe co’ sopra le abbitazzioni de le famije de li Maestri artiggiani.
El commercio venìa esercitato, pe’ lo piùne, da li produttori istessi de li manufatti e quisti erano tenuti a rispettane certe norme che tutelàono chi combràa. Le bilance (co’ tando de marchio communale) doèano esse “rette, giuste e co’ le braccia e le corde uguali”. El compratore potéa controllà e fa ripete più vorte la pesata.
Le corporazioni erono ragguppamenti de quilli che facéano l’istesso mistiero o arte. L’affijati a ‘ste associazzioni se riunìano, giuranno d’esse compatti pe’ difenne l’interessi communi e s’ajutàono tra de loro in ogni caso de bisogno. Nun era facile entracce e chi voléa fallo ciavéa da pagàne ‘na bella tassa e dovéa esse fijo o parente stretto d’uno che stèa già affijato. Niciuno potéa esercità el mestiero si nun era membro de la corporazzione in quistione. Un po’ comme l’albi professionali de oji. El monno sociale e economico medievale, tra ‘l ducendo e ‘l trecendo, se basàa su ‘sto tipo de associazionismo, cosicché, certe corporazioni, erono divendate istituzioni ricche e potenti, tando da ‘nfluenzà el guerno de la città su le scelte pulitiche e ministrative. A Todi, quille che ebbero peso e potere, funno: li giudici e li notari, li medici e li spezziali, li pizzicajoli, li calzolarji, l’orefici, li tavernieri, li fabbri, li conciapelle, li mercanti, li falegnami, li cappellari, li sarti, li barbieri, li vasai, li beccari, li muratori e li lanajoli. El potere de ‘ste confraternità ‘ngominciò a scemasse doppo la Rivoluzzione Francese.