El ruzzolone (Giuseppe Fifi)

15 Giu

El ruzzolone

Todi centro è stata culla di giocatori di ruzzolone fino e dopo gli anni Cinquanta. La pista su cui si giocava era il tratto di strada che partiva dalla Portaccia, allora antico rudere ancora in piedi (non mi so spiegare perché tale avanzo di un contrafforte posto a protezione delle mura di Todi sia stato abbandonato, tanto che oggi è quasi completamente inghiottito dal terreno), per giungere alla casa colonica di “Brugolino”. L’appello, cioè il primo tiro, iniziava dalla Portaccia: La strada era in terra battuta e sulla destra, andando giù, si era formato uno stradellino nel quale correva il ruzzolone a cui era stata impressa tutta la forza e l’abilità dell’ “atleta”.
La strada era ombreggiata da numerosi mori (gelsi) posti in fila, contro i quali, qualche volta, si spiattellava l’attrezzo evitando così il peggio e cioè che esso finisse nel sottostante campo coltivato, dal quale doveva essere rimesso in strada con una certa maestria e potenza.
Tale fuoriuscita, quasi sempre causata da un dispettoso sasso, poteva essere decisiva ai fini del successo finale.
Fra i giocatori c’era sempre quello più abile a rimettere il ruzzolone in strada e farlo correre per diversi metri.
Sulla pista non c’erano auto che infastidivano; soltanto dovevano essere avvertiti i viandanti con un “Attenzione… Attenzione” perché la ruzzola non finisse loro sugli “stinchi”.
Non ho memoria di casi di danni fisici accaduti a qualcuno.
I praticanti di tale sport erano diversi: evito di elencarli così che non commetto ingiustizia dimenticando di nominare qualcuno di loro. Gli atleti si davano appuntamento alla Portaccia, nel tardo pomeriggio quando la calura era un po’ scesa di intensità. Si praticava uno sport sano fra profumi di fiori selvatici e di fieni.
I giocatori non avevano certo bisogno di indossare la tuta: arrivati sul posto si toglievano la giacca che appendevano “al crociale” di un albero, arrotolavano i polsini della camicia fin sopra il gomito (allora non erano di moda le camicie con le maniche corte e la giacca era di prescrizione), e quelli più accorti arrotolavano anche il fondo dei calzoni.
Tutto era pronto. Ogni giocatore estraeva dalla tasca la “fittata” (la lunga striscia di canapa che si avvolgeva sul bordo del ruzzolone) infilata al polso. La fittata nella parte superiore presentava il rocchetto che veniva allacciato con le dita. L’operazione di avvolgimento richiedeva particolare precisione e accuratezza per il successo del tiro.
Si formavano così le coppie; si sorteggiava chi doveva effettuare il primo tiro di appello scegliendo lo specialista più vocato.
Dopo un ondeggiamento dell’attrezzo che partiva dalla spalla fino al bacino opposto, in sincronia con ampie aspirazioni d’aria, l’attrezzo veniva scagliato con lo srotolamento della “fittata” ed il lamento che usciva prorompente dalla bocca dell’atleta. Infatti, il successo della passata dipendeva dal primo tiro; qualche volta uscivano dalla bocca dei giocatori incontrollate parole e frasi di esaltazione o disapprovazione.
Due tiri potevano bastare alla passata!
Chi andava più in giù aveva vinto. I ragazzetti seguivano i competitori senza dare intralcio, tifando, con il pensiero, per i loro favoriti.
Per ristorarsi dal caldo e dalla fatica c’era un profondo pozzo di “Brugolino”, dal quale si estraeva, con un secchio di lamiera che serviva da bicchiere, acqua pura e molto fresca con la quale ci si lavava anche la faccia.
Il gioco, per non chiamarlo fatica, si protraeva per diverse passate; vinceva chi ne aveva realizzate di più secondo la regola.
La posta in gioco era per lo più costituita da una merenda al formaggio pecorino o prosciutto da consumarsi presso l’Osteria di “Rennolino” accompagnata da abbondante vino.
Dal copioso sudore si passava alla più o meno contenuta allegria.
A questo punto, si poteva innestare, per completare la giornata e qualche volta per attendere che l’arrosto finisse di cuocere, una bella sfida al gioco della “Morra”.
Allora la febbre saliva e l’acqua non serviva a domarla.
C’erano i famosi “scalettatori” che facevano nascere dispute e con tentazioni che potevano rovinare per un momento l’allegra compagnia.
Poi, tutto si placava e tornava il sereno!
Ma voglio fare giustizia: anche nelle frazioni di Todi, le più importanti, quelle di Collevalenza, Duesanti ed altre, si praticava il gioco del ruzzolone ed ognuno aveva i più celebrati campioni. Era un passatempo salutare e impegnativo.
Poi sono venute fuori le varianti più eccentriche; la ruzzola è stata sostituita da grosse pizze di formaggio duro messe in palio ed appannaggio dei vincitori.
Oggi il gioco del ruzzolone viene ugualmente coltivato e ci sono diversi appassionati. E cambiato il luogo delle gare; per lo più esse si svolgono su apposite piste riservate, fuori dall’intralcio delle auto e dei mezzi che sono cresciuti a dismisura.
A questa attività agonistica si dovrebbe sempre più rivolgere l’interesse dei giovani. E uno sport sano da praticarsi all’aria aperta, buono per il fisico e non dispendioso per la tasca.

Giuseppe Fifi

 

Ruzzolone in piazza

1966 – Giochi senza Frontiere 

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