Archivio | luglio, 2013

Le frazzioni de Todi: Cecanibbi

31 Lug

Frazioni e territorio tuderte

Cecanibbi

Da “Todi e i suoi castelli” di Franco Mancini

CECANIBBI

Popolazione (18o8): 125; (1951): 285. Vuole la leggenda che il nome dell’antico castello derivi (ma non è etimologia da accettare) dal passaggio effettuato in tale località dal grande condottiero Annibale, già privo di un occhio (Castrum caeci Annibalis).
Profondi rimaneggiamenti e restauri hanno quasi del tutto cancellato l’aspetto medievale delle vecchie costruzioni. Intorno alla casa parrocchiale, gli avanzi della primitiva chiesa conservano frammenti di pit¬ture cinquecentesche. Il cronista G. B. Alvi scrive che nel 1703 fu da Domenico Leòni introdotta a Cecanibbi la devozione per Santa Celestina.
A breve distanza dal paese si trovava l’antica villa di San Bartolomeo in Tevellaria (oggi ridotta a fabbricato agricolo). La chiesa aveva un priore e quattro canonici alle dipendenze del Capitolo della Cat¬tedrale.
Nel 1601fu unita a Cecanibbi la parrocchia di Poggio Alberico, fortilizio costruito da Albrico (capostipite della famiglia Leòni) tra il XII e XIII secolo. La chiesa, dedicata a San Giorgio, venne restaurata nel 1916 (le decorazioni sono di Umberto Bartolini). Della villa restano oggi due bellissime torri e tracce delle imponenti mura di cinta.
In un documento del 1365 si legge di Torre Arlòtta, chiamata anche San Giovanni vecchio, nei pressi di Cecanibbi; di essa non si hanno tuttavia notizie più precise.

 ALBERTO TENNERONI, NELLE SUE “VICENDE STORICHE DI TODI”, SCRIVE:

cecanibbi

 
CECANIBBI (da “L’acqua dei castelli” di Massimo Rocchi Bilancini)

Stretta è la strada che salendo da Pian di San Martino giunge a Cecanibbi. Fino a poco tempo fa, anche molto dissestata, non diversamente dalle strade di accesso a molti dei nostri paesi. Arrivati alla chiesa parrocchiale, il borgo è ormai a due passi, in fondo al viale, ancora raccolto fra mura quadrate. Poche le case moderne sorte nel Novecento al suo esterno: del Castello, più che altrove, si è avuto rispetto. Orti e oliveti gli fanno da corona, con qualche annesso agricolo. Cecanibbi è stato paese rurale e forse lo è ancora. Come è stato anche paese di artigiani di campagna, di quei maestri fornaciai la cui attività passata è testimoniata dalla bella fornace a pozzo posta tra Casa Vigna e Torre Piera, di proprietà dell’Istituto Veralli Cortesi, oggi purtroppo abbandonata e diruta. Un monumento che andrebbe salvato e valorizzato, prima che vada perso per sempre.

Cecanibbi (poggio Alberico)

Poggio Alberico

Cecanibbi h

Cecanibbi qualche anno fa

Chi cià vecchie foto o conosce fatti e misfatti avvenuti a Cecanibbi, pote inviamme documentazzioni e scritti, che siranno messi a integrazzione de li cenni storici sopra pubblicati
Jacopino da Todi

jacopino.tudertino@libero.it

Annunci

Pirro Alvi e la sua Patria

30 Lug

Alvi stemma

STEMMA FAMIGLIA ALVI

 

Alvi Pirro, scrittore e sacerdote, nato a Todi nel 1834, appartiene ad una delle più illustri famiglie tuderti. Fu canonico della cattedrale, amante della storia della sua patria ed appassionato cultore delle sue memorie. Donò al Comune la sua biblioteca ricca di preziosi manoscritti. Morì a Todi nel 1914. Egli così si esprimeva, parlando della sua amata terra natia:

Alvi Pirro 1

L’esercito tuderte

27 Lug

Balestrieri

 
L’imponente esercito della Città di Todi era formato dalla Militia e dai Pedoni. I militi erano soldati a cavallo armati di spada, ascia e azza. La Militia, detta l’Accavallata, constava di 1300 unità ed era il nucleo principale delle truppe. I pedoni erano suddivisi in due settori: balestrieri e lancieri. Questi costituivano un piccolo esercito permanente, posto a difesa della Città e dei castelli. Si presuppone che ogni dieci pedoni avessero un capo chiamato sergente. L’Accavallata era gestita tramite un elenco (libro dell’Accavallata) di coloro che dovevano tenere sempre pronto un buon cavallo per un’eventuale azione di guerra. I ricchi erano tenuti ad accudire ad un cavallo ed anche due, mentre i meno ricchi potevano badare anche ad un solo cavallo in società. Nel 1288, Todi, inviò in aiuto di Perugia, in guerra contro Foligno, 800 militi a cavallo, un massiccio contributo che dà il segno della forza bellica, in quei tempi, della marzia Città. Nell’anno 1297, il Consiglio Generale decise di aumentare di cento unità l’Accavallata e decretò che fossero elette 18 persone, tre per rione, affinché reperissero i cento cavalli in tutto il contado. Questi giurarono al Podestà di agire senza danno e senza frode e di essere imparziali nei riguardi dei Guelfi e dei Ghibellini, che dovettero contribuire in equa misura. Durante il loro compito, questi incaricati, non potettero uscire dal Comune né parlare con alcuno. I designati si impegnarono ad avere pronto il cavallo entro il primo di marzo e chi non ottemperò agli ordini pagò cento soldi di multa, multa che diventò di dieci libre cortonesi se il cavallo non fosse stato disponibile nemmeno alla data del primo aprile. I militi di ogni rione erano guidati da un comandante detto Connestabile, il quale aveva come subalterni i Capitani che comandavano dieci militi. Una struttura militare di tutto rispetto, che faceva di Todi una macchina da guerra difficile da sopraffare. Il Capitano ed il Consiglio di sei sapienti per la guerra, sopraintendevano l’esercito e rendevano conto del loro operato direttamente al Podestà. Nel poema latino Eulistea, scritto da Bonifacio di Verona, si racconta di una battaglia di todini e perugini contro gli orvietani, battaglia avvenuta presso il fiume Paglia. Così la descrive Getulio Ceci nel suo “Todi nel Medioevo”, libro dal quale sono tratti questi fatti storici:
“Giunto l’esercito su quelle alture coronate di ròcche amiche dalle quali si possono spiare le fortezze e l’alta città di Orvieto, gli armati di questa scesero al piano facendo mostra degli alzati stendardi. Perugini e todini vanno loro incontro e raccolte selci presso il fiume atte alle fionde, le scagliano e tendono gli archi e ne fanno volare le frecce e lanciano i leggeri giavellotti e rimandano ai nemici i dardi con spaventose grida; indi, come stimolata dalla fame si getta la leonessa in mezzo ad ogni specie di armento e divora e atterra qualunque ostacolo trova nella campagna, così i perugini incalzano, disordinano, fugano le armi orvietane con lame e alabarde e con accette. Allora ecco scendere in campo cavalieri orvietani e occupare il ponte, ma ne sono cacciati; i perugini guadano il fiume, e tanta è la folla della gente, che la corrente s’arresta e il vuoto lasciato da chi passa oltre, fa che chi lo segue cada nell’onda. In breve sul vasto argine sono facce lacere o recise, uomini deformati, schiere con le viscere sparse e la testa bocconi. Gli orvietani sono sconfitti.”

La Lega in Umbria

23 Lug

Stemma de Todi

Eriamo ‘ntel 1237. Todi, preoccupata de difenne li domini sui, prenne l’inizziativa de organizzà ‘na lega. Assieme ta Fuligno, Spuleto, Gubbio e Piruggia fa un patto de nun belliggeranza e de mutua difesa. Cingue città contro tutti, perfino verzo l’Imperatore, meno ‘l Papa e el popolo romano (paraculescamente). Ogniduna pija impegno de nun partecipà a nisciuna azzione de guerra contro l’andre città de la Lega, che erono sembre in attrito pe’ atavici odi de vicinato. Todi tenne fora Amelia, Terni e Trevi. Ogni affijato a la Lega non potéa fa’ guerra sinza l’approvazzione de quille andre sue alliàte. Donca, ogni quistione venìa appianata a l’inderno de la Lega istessa. Meno che le città eccettuate, che necessitàano del consenso de quilla che l’avéa escluse, ogni andra potéa fa’ parte de la Lega a condizzione che aésse giurato solennemente de rispettà li patti del trattato stipulato el diciotto de ottobbre de quill’anno. Todi, forte de quisti accordi, incomingiò a fa’ rappresaja contro li signorotti che aèano appoggiato in precedenza Orvieto, occupanno e distruggenno li loro castelli.
El Papa, che dicéa che ‘sti castelli appartenéano ta la Chiesa, annò su tutte le furie e scommunicò ‘l podestà Scarnabecco, la Città e li tuderti tutti. Doppodeché, Todi, facette pace co’ l’orvietani ma pu nun tenne fede ta li patti e seguitò a assalì e danneggià castelli e ville. Gregorio IX, indiaolito, ordinò tal Ducato de Spuleto che se doésse da’ ‘na lezzione a quista Città tando prepotende e irrequieta e libberò Amelia dal servaggio verzo Todi. El risico che l’attriti co’ Federico II potessero sfocià in una guerra, portarono Gregorio IX a più miti cunziji e lùe faorì, donca, ‘na conciliazione de le varie controverzie. Federico II invase comunque el territorio de la Chiesa e mentre li fulignati, li spellini, li bevagnoli e li bettonesi, je aprirono le porte de le loro città, Todi e Piruggia nun se assoggettarono e tennero duro. Quanda fierezza e scaltrezza nel popolo tuderte! Osò sfidà sia el Papa che l’Imperatore! Diedro ‘ste vicissitudini, la Città de Marte, proponenno ‘n’alleanza tra le realtà guelfe umbre, riuscì a isolà l’acerrima e eterna nimica Orvieto, uscennonne più forte e podente che màe.

Foto storiche: sesta serie

13 Lug

Fonte Scarnabecco bFonte Scarnabecco

Collevalenza (Palazzo Bartolini)                                              Collevalenza (palazzo Bartolini)

Circonvallazione nel 1920

Fontane Sant'ArcangeloFontane di Sant’Arcangelo (detta “Fontana del Riccio”)

Montecristo (Cittadella Agraria)Montecristo  (oggi Istituto Agrario)

Montesanto ( anni venti)Monte Mascarano (oggi Montesanto)

Le bande (Stefano Cappelletti)

8 Lug

 

 

Portaccia

 

Dal libro “fuoriverde!” di Stefano Cappelletti

Per i “maschi”, l’ingresso nelle “bande” rappresentava allo stesso tempo un gioco e una sorta di iniziazione all’età adulta. Le bande avevano un’organizzazione prettamente rionale e la difesa del territorio era il loro principale obiettivo. Nulla di criminale, o di paragonabile a quanto arrivato successivamente dall’America e dall’Inghilterra, ma si trattava comunque di organizzazioni con i propri capi, le proprie truppe e i propri covi.
L’iniziazione dei più giovani avveniva di solito a dieci anni. I capi esercitavano un fascino e un potere reale. Di alcuni di loro si ricordano ancora il nome e le gesta: autorità, sprezzo del pericolo e forza fisica conferivano loro il controllo assoluto della banda. A essi spettava il compito di tenere i rapporti con gli altri rioni e gli altri capi. Tra gli accoliti c’erano diversi livelli di responsabilità e di operatività. Nei periodi di “pace” le bande si riunivano comunque nei covi; si formulavano piani e si facevano “allenamenti” con le “armi” nascoste e accatastate, rappresentate da sassi, castagne “pacie” degli ippocastani, fionde, bastoni, lance fatte con le canne, spade e mazze di legno, e archi che avevano come micidiali frecce le “stecche” degli ombrelli.
Anche nei periodi di “guerra”, non si raggiungeva mai un elevato livello di violenza: gli scontri avvenivano lungo i confini, mentre c’era sempre un certo timore e rispetto ad addentrarsi nei territori altrui. Le “guerre” si combattevano a pugni, fiondate e ancor più spesso, a una certa distanza gli uni dagli altri, con le sassaiole o col lancio di castagne “pacie”. Qualche fortunato era dotato di vecchi elmetti tedeschi abbandonati durante l’ultima guerra (a Cappuccini, all’interno del parco dei “Buonvecchi”, esisteva un piccolo cimitero di tedeschi in fuga, a cui evidentemente erano sottratti gli elmetti posizionati sulle tombe); gli altri, durante le sassaiole, si proteggevano il capo con dei pitali, debitamente scrostati dallo smalto, e bruniti, per renderli meno riconoscibili. Talora per porre fine a un periodo di guerra, i capi si sfidavano tra loro in mitici e non sempre incruenti combattimenti.
Le bande più organizzate e temute erano forse quelle di Borgo e della Valle bassa, acerrime nemiche e quasi sempre in “guerra” tra loro. Borgo aveva il suo covo in capanne costruite lungo le “coste” e nel vecchio tiro a segno; la Valle bassa dentro la Portaccia, con tanto di bandiere che garrivano al vento. Fiere rivali erano le bande di “Ulpiana” e di Porta Fratta, che in autunno si sfidavano con interminabili lanci di castagne “pacie”. Il covo della banda di Ulpiana era posto, tra la fitta vegetazione, subito sotto i muraglioni di via Cesia; i suoi limiti territoriali erano rapportati da Porta Catena e via delle Caselle. La banda di Porta Fratta aveva il suo covo in capanne e anfratti siti sotto le “case dei Dottori”, in prossimità della “grotta di Maggiaprile”. La banda di Santa Maria, meno consistente per numero, finiva sempre per schierarsi con uno dei contendenti maggiori. I ragazzi di Piazza e dintorni protagonisti di ripetuti scontri con quelli di Porta Fratta, non avevano una banda veramente strutturata, e tendevano semmai a confluire in quella della Valle bassa. Per i più giovani, violare il territorio delle bande di altri rioni era un gioco, un atto di coraggio o di temerarietà. Per i “damerini” di Piazza, essere acciuffati nel tentativo di attraversare di corsa la Valle bassa, voleva dire qualche sberla, una “prigionia” di qualche ora, o la pratica umiliante della “stira”, cioè l’abbassare coatto di pantaloni, mutande, e “gioielli di famiglia”, fino all’implorazione di resa. Qualcuno ricorda anche di essere stato sputacchiato e percosso con l’ortica nelle parti intime.
Il “nucleo duro” delle bande era rappresentato dai ragazzi di estrazione più popolare, che poco avevano a che vedere con i figli delle famiglie borghesi altolocate del centro. Molti di loro frequentavano I’ “Avviamento”, molti altri a anni d’età già lavoravano duramente presso fruttivendoli, barbieri, ciabattini.
Nelle famiglie borghesi si tentava di farli passare per “discoli” (come si diceva allora) per dissuadere i propri “rampolli” dalla capacità di attrazione delle bande. Si trattava in realtà di bravi ragazzi, che però esercitavano, proprio in virtù della loro maggiore esperienza di vita e determinazione, un gran fascino su tutti gli altri.
A cavallo degli anni ’50 e ’60, almeno due generazioni si susseguirono in questa “milizia”, ovviamente con ruoli e grado di partecipazione diversi. Tale rievoca: si presta inevitabilmente a molte omissioni; non me ne voglia chi non si ritroverà nel novero degli “eroi” di quartiere citati, né tanto meno chi, dimenticata e sepolta l’antica passione, si veda ora accomunato ai compagni di una volta.

Si ricordano per Borgo: Claudio Cardoni, Franco Paolini, Piero Picchiotti, Corrado Gramaccia, Ernesto Pini, NataleTarquini detto “Giona”, Massimo Picchiotti, i fratelli Bertini, Bertini detto “il conte”, la tribù dei Federici, meglio noti come “Sbernicchiolo”, con le temute e combattive sorelle.

Per la Valle bassa: Tersilio Radicioni (“Terzino”), Lamberto Rossi, Piergiorgio Venturini, Ermanno e Alberto Foiani, Evandro Tassi, Piero Zenoni, Marcello Ridolfi.

Per Ulpiana: Giulio Ciacca, Alfonso Bianchini, Giuseppe Valentini, Alfredo e Mario Epifani, Benvenuti, Luciano Antonini, Enzo Ciuchini, Claudio Menecali, Luciano Priori, Piero Filoia, Guido Silvi, Alberto Tomasselli, Stefano Simoni.

Per Porta Fratta: Maurizio Pallotta, Guglielmo Mantilacci, Enzo Cervini, Giancarlo Picchiami, Giancarlo Ciribuco, i fratelli Baccarelli, Bruno Biscotti, Angelo Todini, Mario Santini.

Per Santa Maria: Giorgio Belli, i fratelli Rondolini, Enzo Marini, Massimo Giontella.
Per Piazza: Giuseppe Burioli, Pierluigi Tenti, Furio Antonini ecc.
E tanti altri ancora.

Verso la fine degli anni ’60 le Bande si dissolsero spontaneamente, e la competizione tra i Rioni si riversò tutta nello storico, accanito, torneo di calcio che si disputava in notturna al campo dell’Istituto Crispolti.

Todi nelle tarsie di Piergiorgio Gabassi

8 Lug

Piazza Grande (Piergiorgio Gabassi)                                                     Piazza Grande con i palazzi comunali

San Carlo[1]

San Carlo

Jacopone di Piergiorgio Gabassi

Jacopone