Archivio | aprile, 2014

Le frazzioni de Todi: Ficareto

29 Apr

Figareto fc

FICARETO

Da “Todi e i suoi castelli” di Franco Mancini

Popolazione (18o8): 109;  (1951): 148.  Il nome è certamente del tipo di Olmeto, Cerqueto, Mandoleto, Cerreto e simili. Errato quindi farlo derivare da un fantomatico castello Vicareto; più assurdo ancora come recentemente è stato fatto, chi sa mai per quali motivi storici, linguistici o etimologici, sonorizzarlo in Figareto. L’antica chiesa parrocchiale (fin dal settecento caduta in rovina) era intitolata a San Giovanni. Da Ficareto ebbe origine la famiglia Giulivi, che poté vantare, nei secoli passati, uomini illustri, sia laici che ecclesiastici. Nella macchia di Santa Lucia, che rigogliosa si stendeva nei pressi della villa, fu ucciso, l’anno 1647, Ludovico Astancolle da certi « vaccari maremmani », ai quali il bollente aristocratico aveva vietato l’ingresso nei suoi pascoli.

Figareto

FICARETO

Da “L’acqua dei castelli” di Massimo Rocchi Bilancini

Con quel nome un po’ così, anche Ficareto è una di quelle frazioni tuderti a cui, nonostante la vicinanza con la strada provinciale per Foligno, difficilmente si arriva per caso. Per il tuderte di Todi Ficareto è una sorta di mito, uno di quei posti sempre sentiti nominare, citati spesso nei discorsi cittadini per esemplificare la varietà del contado e al tempo stesso la sua lontananza e ruralità. Uno di quei luoghi dove non si è mai messo piede. In tal senso Ficareto è come Cordigliano, come Lorgnano. Il paese, in effetti, marginale lo è davvero, ubicato com’è ai limiti orientali del territorio comunale, con Viepri e Castelrinaldi quali comunità vicine. Più massetano che tuderte, a comporlo sono quattro case, una chiesina intitolata oggi a San Giovanni, il cui architrave reca però un’invocazione a San Rocco (“ Sancte Roche ora pro nobis “) e una dimora fortificata, il Castello, ridotta purtroppo a rudere. Sono questi i limiti e al tempo stesso i pregi e il fascino di Ficareto.

Massimo Rocchi Bilancini

Chi cià vecchie foto o conosce fatti e misfatti avvenuti a Ficareto, pote inviamme documentazzioni e scritti, che siranno messi a integrazzione de li cenni storici sopra pubblicati
Jacopino Tudertino

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Foto storiche: dodecesima serie

27 Apr

Tatro comunale ho

1935 Parcheggio in Piazza Grande

1935

Consolazione (quando era festa)

Curva delle cerquette

Curva de le Cerquette

La curva de Portafratta

Curva de Portafratta

Porta Romana hj

Porta Romana (anni quaranta)

Li portoghesi (di Jacopino)

22 Apr

San Nicolò (Orto del Prete) mura anfiteatro

LI PORTOGHESI

Quanno d’istate, ‘nde’ “l’orto del prete”, a Sannicolò in Viurpiana, facéano el cinima all’uperto, noàndre potti faceàmo li portoghesi e vidiàmo li filmi a sbafo. Nun éte da crede che fusse  ‘n’operazzione facile e sinza risico. Primadetutto c’era l’armistizzio tra li urpianesi e quill’andri rioni. Se mettéano da parte l’ostilità e ‘l sabbito e la dimenica, doppo cena, tutti uniti (fino a dieci capocce) se artrueàmo jù le fondane pubbriche de Foriportaromana, che mo onno scarcate e nun ce stonno piùne. Appena se facéa bujo fitto cominceàmo la scalata. Già, ce arrampicàamo su le mura e pu, arriàti succima, se zompàa drendo l’orto e ce se annisconnéa tra li filari d’ùa e sotto, si nun m’arcordo male, ta un persico.
L’orto stèa riarzato un tre metri rispetto a la cavéa de l’anfitiàtro, dòe stéano le seggiole del pubbrico. Era comme sta’ in piccionara.Tutto quisto a torso nudo sinnò se vedéa el bianco de le cannottiere. Toccàa de sta’ attendi a nun fa rimori de sorta, tando è vero che chi cèa la tosse nun ce lo portiàmo. Gazzosino, ch’era quillo che gestìa ‘l cinima de Sannicolò, si s’accorgéa de nòe facéa carche strillo ma nun venìa sune ché céa paura. Carche vorta semo doùti scappì comme li lepori e nun ve dico, perchéne a scegne de corza era tamando più difficile che a salì sune. E’ assuccesso puro che carche potto ce s’è scapicollato jù, scorticannose, si nun peggio. Lo schermo era commido e ce l’aeàmo de faccia, addosso tal muro antico. M’aricordo: el Corsaro Nero, Tarzan co’ Cita, un firme de Macario, Maciste, pu Davvidde e Golia. Nun paghiàmo ‘l bijetto ma el sacrificio era tamando. Si, a la fine del filme, verzo menzanotte, s’era fatto fresco, nun potiàmo mango mettese le cannottiere o le camice, s’erino chiare. Pu, stento el projettore, aspettiàmo che jissero via tutti, che Gazzosino spegnesse ‘gni luce e jisse via puro lùe. Doppo, piano piano, scegniàmo le scale che portàono jùl cortile, facenno attenzione a nun fasse sendì da don Agusto, el prete de la parrocchia, che cèa le mano come du’ racchette da tennisse e nun lesinàa carche scapaccione. ‘Nzomma, nun paghiàmo el bijetto ma ce lo guadagniàmo. O none?

Jacopino Tudertino   22 aprile 2014

NOTA ESPLICATIVA

“Fa’ el portoghese” vole dìne “fa’ el furbo” e godesse ‘no spettacolo sinza pagà ‘l bijetto. Testo modo de chiamà li scrocconi nasce da ‘na vicenna assuccessa ‘ntel 1800, quanno l’ammasciatore del Portogallo in Vaticano facette fa’ ‘no spettacolo al Teatro Argentina. Li cittadini portoghesi erono tutti invitati a gradise. Bastàa dichiarasse portoghese pe’ endrà e nun pagà. Comme pe’ miracolo, li lusitani a Roma se murtibbriconno più peggio de li pani e li pesci al lago Tibberiade. Da allora, chi fa’ lo scroccone e vede ‘no spettacolo a sbafo, è nomato “portoghese”.

Li majoni (Urban Knitting) di Jacopino

19 Apr

lampione con il maglione

LI MAJONI  (Urban Knitting)

 

Si déo da dì’ la mia lo fo papale,
sinza che carcheduno me se incazzi,
sinza dimme ‘gnorante e me strapazzi.
p’esse ‘n anarfabbeta curturale.

Una che sta sott’acqua l’ha inventata
ma la facéa la nonna ai tembi sua,
la maja co’ li ferri. Che ce trùa,
d’arte la gente, a ‘st’americanata?

A me le Muse nun m’avronno dato
el dono de capì certe visioni.
Crescenno n’addivenni màe imparato

e so’ arimasto a zero. Me cojoni,
però si penzi che nun ho sgamato
che vùe éte fatto ai pali li majoni.

Jacopino da Todi 19 aprile 2014

Pane e speranza (Jacopino Tudertino)

4 Apr

Panesecco

PANE  E SPERANZA

A forza de magnà pane e speranza
me so’ ‘nvecchjato co’ li tozzi duri.
Pu, mango a dillo, sinza embì la panza.
So’ tembi incerti, so’ tembacci scuri.
Arranga menzo sciango ‘nghi quist’anno,
tra ‘na mijara de fattacci e rogne.
Pare che ‘l monno giri ma co’ affanno,
tiranno avandi co’ li dendi e l’ogne.
Ta me li tozzi secchi e tal tiranno,
manicaretti. Sciala el pescecane!
Ta chi la villa e a chi mango el capanno.
Pane e speranza. Pu, si manga el pane?
Troppo poco saria vive speranno,
menzo attrappito da le tramondane.
Jacopino Tudertino 4 aprile 2014

Il Castello di Montemarte

4 Apr

Stemma dei Montemarte

Stemma dei Montemarte

Solamente il nome rievoca echi antichi di un mai sopito grido di guerra: Montemarte, maniero edificato su di una rupe, a 371 metri sul livello del mare, sulla destra del Tevere, nei pressi della Gola del Forello. La famiglia guelfa dei Montemarte, proveniente dalla Provenza, lo fece costruire nel 922. Oggi, le antiche vestigia sono ruderi muti, che mostrano due angoli di torri e le loro feritoie e tratti di mura ormai diroccate. Ai confini tra le due città, il castello, fu proprietà ora di Todi, ora di Orvieto. Tra alterne vicende, con assedi, difese, vittorie e sconfitte da parte dell’una o dell’altra città, fu più volte in parte diruto e ricostruito. I conti di Montemarte erano Guelfi, di nobiltà franca, gente pugnace. Nel 1124, Todi, mosse il suo esercito e conquistò il castello. I Montemarte fuggirono riparandosi ad Orvieto, dove li raggiunsero i Chiaravalle, che erano stati cacciati da Todi. In seguito, Orvieto, riconquistò il castello restituendone il possesso ai conti di Montemarte. Soltanto nel 1222, gli orvietani, riconobbero a Todi il dominio su questo importante e strategico avamposto di confine. Non fu certo lodevole il tranello posto in essere da Todi nel 1235, quando, per domare Andrea di Montemarte che non voleva sottomettersi, lo invitarono in città per parlamentare e stringere patti di amicizia. Una volta dentro il palazzo comunale, Andrea fu imprigionato, messo in catene in un buio sotterraneo. Affamato e forse torturato, il conte capitolò e, per salvarsi da una lenta e tribolata morte, cedette il suo castello ai tuderti. Comunque Todi, nel 1291, pagò ai Montemarte 2.800 fiorini d’oro per risarcirli dell’esproprio del maniero e di una vasta parte di territorio circostante. Ma Orvieto scalpitava e rivendicava il diritto di dominio su quelle terre. Si era nel 1299, quando Bonifacio VIII riconobbe a Todi la podestà sul castello dei Montemarte, costringendo Orvieto alla rinuncia. Nel 1312 i Montemarte si ribellarono. Essi avevano il palazzo in Orvieto, nel rione di San Biagio. I materiali del castello distrutto furono usati, così si narra, per costruire parte del paese di Casemasce. Tra i più illustri rappresentanti della famiglia risaltano i tre fratelli: Leone, Faroldo e Pietro, dai quali discesero i conti di Titignano ed i conti di Corbara. Pietro fu uno dei condottieri orvietani alla battaglia di Montaperti del 1260, avvenuta tra i ghibellini di Siena ed i guelfi di Firenze. Siena sconfisse Firenze ed i suoi alleati, tra cui Orvieto. Illustri esponenti della famiglia Montemarte furono anche: Ugolino, capitano generale pontificio, Alessandro che cadde nelle crociate, Ranuccio ed i suoi figli Pietro e Nicola, capi del partito dei Melcorini, Francesco, capo del ramo comitale di Montemarte, Petruccio, che fu un’eminente figura politica in Orvieto. Tanti altri personaggi di questa famiglia fecero la storia di Orvieto e di Todi. Intorno ai ruderi c’è, oggi, un silenzio che dà il senso di una pace ormai raggiunta. Ma se si chiudono gli occhi e ci si concentra, sembra di udire le grida dei combattenti, lo scalpitare dei cavalli, lo sferragliare delle armi ed i colpi delle azze sugli scudi. Sembra di scorgere il castello nella sua imponenza ed i vessilli tuderti sventolare tra le sue torri. Montemarte ha segnato un’epopea che ha contribuito a rendere grande Todi nella sua storia e, quei muti ruderi, sembrano raccontarne la gloria ed i fasti.

Jacopino Tudertino

Montemarte (ruderi nel 2013)

2014 Ruderi Montemarte

2014 Ruderi di Monte Marte

Montemarte ruderi