Archivio | maggio, 2014

LA CRONICHA DE LA EGREGIA CITTÁ DE TODI (primo stralcio)

27 Mag

LA CRONICHA DE LA EGREGIA CITTÁ DE TODI
(di Joan Fabrizio degli Atti)
Primo stralcio, tratto dal libro “Le cronache di Todi”

Palazzi comunali nb

MCCI – Fo potestà de Tode meser Spagliagrano; et fece compire de scarchare le turri de Tode.
MCCIII – Fo potestà de Tode decto meser Spagliagrano; et fo la guerra fra el populo de Tode et li boni homini; et in questo anno fo scarchato Ivovolo.

MCCXVIII – Offredo de Iohanni Concio fo potestà
MCCXVIIII – Offredo predecto fo potestà; et andaro le cruciate ultra monti; et lo tudino sconfisse lo nargnese e lo spolitino ad Sancto Provocolo.

MCCXX – Ugolino de Ugolino fo potestà; et fo tolto Ivolo; et li Conti se ribellaro ad Tode; et fo distructo el castello de Colazone.

MCCXXVIIII – Guido da Romazano fo potestà; et el todino andò in favor del perosino ad Arezo et tagliò el molino de Santafiore; et fo distructo Montemarte.

MCCXXXVIII – Andrea de Iacomo da Peroscia fo potestà. El todino sconfisse l’orvetano al ponte de Paglia; et fecerse cavalieri ne la Fontana del Lione.
MCCXXXVIIII – Andrea predecto fo potestà; et scuròse el sole.

MCCXXXXI – Scarnabeccho da Bologna fo potestà; et fece fare la Fontana de Scarnabecho in Tode..

MCCXXXXV – Caccianemico da Bologna fo potestà; et furono sconficti li perusini ad Fuligni; et furono scarchate le torri de Montecastello da li todini.

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CRISTO E DON ANDREA (di Jacopino)

24 Mag

Sgombero

CRISTO E DON ANDREA

Porcaccia la miseria, jeri, in piazza
è succeduta ‘na ficcenna stramba
de nun pijasse tando sottogamba.
Dice che Don Andrea, prete de razza,
comme facette Cristo tal mercante,
caccette via i fioristi su l’istante

da la scalèa del Domo. Pare, allora,
che quilli che facéono l’addobbo,
doppo tamando impegno e duro sgobbo,
onno doùto straportà la flora.
Mo che fastidio dèa, nun se capisce.
‘Sta storia ce dispiace e ce ‘ntristisce.

Li viggili onno fatto un’ordinanza
pe’ fa’ rimòe de fretta quil fiorino
mappuro quillo ch’éne più critino,
ha capito ch’è stata ‘n’ignoranza.
Donga, le scale stonno sul privato
e perchemmàe ‘l Commune s’è ‘mpicciato?

Dovéa da esse solo ‘na quistione
tra i parrocchiani e el prete vescovile
e quillo che onno fatto è propio vile..
Dovéa difenne, l’Amministrazzione,
l’addobbadori e none el clericale
che arimpiagne el potere temborale.

Jacopino 24 maggio 2014

Fra Simone Rinalducci (Lorena Battistoni)

16 Mag

Lorena Battistoni 1

Quisto è ‘no stralcio del libbro de Lorena Battistoni

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I ghibellini tuderti si placarono solo dopo la sconfitta di Manfredi a Benevento del 1266, ma rialzarono la testa nel 1268, in occasione dell’effimera discesa in Italia di Corradino di Svevia, ultimo discendente della famiglia imperiale, sconfitto a Tagliacozzo da Carlo d’Angiò e decapitato a Napoli nello stesso anno. I guelfi di Todi si arroccarono in quell’occasione a Collazzone e la reazione ghibellina giunse, forte, nel 1271 con la devastazione di numerosi castelli.
Intanto, dopo che nel 1275 viene promulgato il primo Statuto cittadino, in cui sono poste per iscritto le leggi di Todi, all’interno della città avvengono grandi cambiamenti sociali: il cronista loan Fabrizio degli Atti, relativamente all’anno 1282, scrive che ` forno adconcie l’arte de Tode “. Si tratta delle Corporazioni delle Arti, espressione della nuova “borghesia” dedita al commercio e all’artigianato, che va assumendo una crescente importanza a scapito della classe aristocratica, la quale fondava tradizionalmente il proprio potere sulla proprietà terriera e immobiliare. Tale processo era, in effetti, già iniziato da tempo: nel 1255, infatti, troviamo a Todi il primo Capitano del Popolo, Bonifacio Castellani da Bologna, con la funzione di affiancare il Podestà per tutelare gli interessi dei nuovi ceti popolari emergenti. Queste radicali, e spesso violente, trasformazioni sociali giunsero però a compimento solo nella prima metà del Trecento.
La cattedra episcopale è in questi anni occupata da illustri esponenti della famiglia Bentivenga di Acquasparta: dal 1276 al 1278 è vescovo Bentivenga, teologo insigne e futuro Cardinale, che lascerà la carica al fratello Angelario, anch’egli, come il primo, frate minore.
Intanto le guerre intestine tra guelfi e ghibellini, capeggiati rispettivamente dalle nobili famiglie degli Atti e dei Chiaravalle, non accennano a placarsi, intersecandosi con gli scontri tra borghesia e nobiltà di antica data.
Numerosi, ma effimeri e sfortunati, furono i tentativi di pacificare gli animi, cosicché, nonostante nel 1286 fosse stata rinnovata per quarant’anni la lega tra Perugia, Todi, Narni, Spoleto e Foligno, il sangue continuò a scorrere copioso fino ai primi del Trecento, quando la situazione sembrò un poco migliorare. Ma dovette trattarsi, come scrive Lorenzo Leonij, più che di volontà di pace, piuttosto di stanchezza e debolezza, sopraggiunte dopo decenni di massacri e devastazioni. E, si sa, “non è buona paciera spossatezza di guerra “.
In questi anni travagliati, in cui lo sgretolarsi delle antiche istituzioni universali, Papato e Impero, si somma all’incertezza del quotidiano, al timore della guerra, delle carestie e delle epidemie, i cronisti locali alternano la narrazione delle imprese umane al resoconto del verificarsi di fatti sinistramente prodigiosi. É ancora Ioan Fabrizio degli Atti a rivelarci che nel 1297 “piobbe terra lachosa como el sangue ” e che l’anno successivo `forno gran teremoti “, i quali indussero gli abitanti della città alta a trasferirsi nelle piccole e basse case dei borghi. Ma nulla placava la furia dei Todini, neanche le solenni cerimonie di traslazione dei santi patroni dall’antica chiesa al nuovo tempio di San Fortunato (1298 e 1301); neanche l’ordine di pacificazione impoto da Bonifacio VIII.

Lorena Battistoni

Lorena

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Ameria

13 Mag

1920 Amelia (Porta Romana)

1920 Ameria (Porta Romana)

AMERIA

Eriamo ‘ndel milledugend’otto, el vendiquattro de giugno. Messer Gerardo de Ermanno e messer Chiaravalle, funno mannati, dal Podestà, Giovanni de Guidone, in quil de Amelia, pe’ riceve l’atto de sottomissione de l’Amerini a la città de Todi. Li sei conzoli, che rappresentàono la città d’Ameria, facettero solenne giuramento, davandi la chiesa de San Secondo, de ceca ubbedienza ta li commanni del Podestà tuderte. Li Amerini se impegnarono a difenne, in perpetuo, li tuderti e le cose loro, co’ ‘gni menzo che ciaéono. El trattatto imponéa ta Ameria de fornì Todi, si fusse stato in guerra, de un certo nummero de cavalli (co’ li cavalli s’entendéano puro l’omi) e tutto a gratise. Quanno Todi jìva a ajudà città alliate, Ameria dovéa mannàje dieci militi a cavallo. Sembre a spese sua. Todi, pu, era esendata dal pagamento de quarziasi pedaggio, quanno attraverzàa el territorio amerino. Co’ ‘sto trattato se pattuìva che ‘gni controverzia tra li tuderti e l’amerini, sirebbe stata appianata co’ le più possibbili bone. In aggiunda, oltre al cero (ch’era un contribbuto annuale), dovéano verzà ducendo libbre tal Podestà de Todi e ubbedì ta Andrea de Offreduccio, Roberto de Canale e Federico de Ranaldo, che averebbero rappresendato el podestà e Todi. Todi, in cammio, assicuràa la protezzione de la città, de l’Amerini e le propie cose, comme si fussero sua. Fune concesso, ta l’Amerini, de conzervà l’Episcopio, che sirebbe stato el Vescòato, cioè el palazzo del Vescòo. Todi prenne anghi impegno de daje andri ajuti ma, quiste spese estra, doéano esse accollate da Ameria. Pure l’Amerini venìano esendati dal pagamendo di pedaggi quanno attraverzàono el territorio tuderte. Co’ quisto trattato, Todi, rinunciò ta qualsiasi azzione condro Ameria. Lo stemma de Todi, co’ li dui aquilotti sotto le scelle de l’aquila, simboleggia la sottomissione de Terni e Amelia ta la Città de Marte. ‘Nfatti, uno de li dui aquilotti rappresenda Ameria.

Ameria

AMELIA

Quanno s’annotta (Jacopino Tudertino)

3 Mag

Notturno 1

Foto di Andrea Giovenali

QUANNO S’ANNOTTA (Jacopino Tudertino)

Quanno s’annotta e ce stonno le stelle,
doppo el trantranne de ‘na jornataccia,
sendi el bisogno de sta’ un po’ a coàccia
e nun ciài mango voja a jì duélle.
Si ciài fortuna a aécce un bel pianello,
che ormàe le case n’cionno più ojidì,
pìji ‘na sedia e te stiaffi tullì.
Quillo del jorno è l’attimo più bello.
Sèndi un brusio? Siranno le cecale.
C’è un mutorino menzo smarmittato?
Via, supperjù c’è chete ch’è ‘ncemmale.
Mendre stai commido e spaparacchiato,
smicci e che vedi? Che gran visuale:
el cambanile de San Fortunato!
Jacopino Tudertino