Archivio | luglio, 2014

MARINELLO

27 Lug

Ingenuo, fantasioso, furbo, scionno.

Chi n’ha voluto bene a Marinello?

Nun era tutto ‘ndero de ciarvello,

ma ‘l core c’éa tamanno quanno ‘l monno.

Co’ garbo stuzzicàa ta ‘gni potta.

Chjamàa ”sora puttana” la mignotta.

Jacopino Tudertino

Marinello

Marinello Scentoni detto “Uccili”. Una figura singolare che a Todi era conosciutissima. Piccolo di statura, rimasto in tutto quasi infantile, Marinello aveva due grandi passioni. La prima: il suo sogno e grande aspirazione era di possedere un’automobile! In mancanza dell’auto lui camminava facendone tutte le operazioni di guida. Riproduceva il rumore con la bocca, con le braccia e le mani muoveva i comandi, si fermava e ripartiva, accelerava e quando arrivava alla meta, spegneva il motore! La sua fervida fantasia era tutta concentrata sull’auto; se camminava in forma normale era segno che Marinello non si sentiva bene. L’acme della sua capacità di guida dell’auto la manifestava in tarda sera quando, ritornando dal lavoro di cameriere, doveva rimettere la stessa auto nel suo “immaginario” garage che rimaneva al fondo di un vicoletto in corrispondenza della sua abitazione. L’operazione si compiva in retromarcia; Marinello era scrupoloso e perfezionista per cui la manovra richiedeva numerosissimi tentativi con rumori di diversa intensità che scandivano le fasi impegnate del motore. Gli abitanti del vicolo subivano con tolleranza e rassegnazione il fastidioso “rumoreggiare” di “Uccili”.
Si dice che una sera Marinello fu trovato da un passante sdraiato a terra. La persona, preoccupata, gli chiese come mai si trovasse in tale condizione e se si sentisse male. Lui rispose con stupore dell’interlocutore: «ho finito la benzina!». Terminato lo spettacolo notturno, Marinello, sempre come finzione, gridava alla madre che gli buttasse la chiave di casa!
La seconda passione che aveva Marinello era di adulare le donne. Appena ne incontrava una si faceva sotto e con modo untuoso e melenso si sperticava in innocenti complimenti che spesso finivano con un sospirato: «vipera!». Marinello non si spingeva più in là di questo.
Marinello dimostrava un’aperta antipatia per gli uomini; a me qualche volta non rispondeva al saluto o lo faceva appena con un motto incomprensibile.
Marinello era un cameriere e svolgeva il lavoro in forma corretta, salvo qualche eccezione dovuta alla sua volubilità in risposta ad atteggiamenti che, qualche volta, assumevano verso di lui clienti scherzosi e/o impertinenti.
Era stato per lunghi anni alle dipendenze del bar Biganti poi, più brevemente, era passato al bar Pianegiani, bar ricercato per la squisita preparazione della gelateria (caratteristica a tutt’ oggi mantenuta dai successori della gestione) e della pasticceria. Il titolare, Sandrino, era uomo di spiccata cordialità verso tutti e pertanto era disposto a perdonare qualche eccesso di stravaganza che Marinello a volte manifestava.
Con il passare degli anni, il motore “dell’automobile” di Marinello cominciò a perdere vistosamente colpi, fino a fermarsi. Le uscite per Todi si erano molto rarefatte e Marinello si è ritirato in una piccola casa ove ha coltivato la sua passione per la musica, disponendo di una fornita collezione di dischi che ogni anno è diventava più consistente. In occasione del Natale “Uccili” gradiva la visita del presepe, che lui allestiva in casa, da parte di amici e conoscenti.
Un bel giorno Marinello si è bendato un occhio e a chi dei curiosi gli chiedeva la ragione di ciò, lui non rispondeva. I più maliziosi dei concittadini hanno subito pensato che Marinello si fosse bendato l’occhio per attirare su di sé l’interesse del sesso al quale lui aveva dimostrato tanta predilezione e compiacenza, oppure era soltanto mosso dall’intento di dimostrare di essere l’erede del Corsaro Nero!
Con il crescere degli anni per il nostro “Uccili” l’esistenza si è fatta sempre più difficile fino a quando non è intervenuto, quale ancora di salvezza, Peppino, proprietario del Ristorante Jacopone, il quale lo ha accolto, ospitato e curato in un suo piccolo appartamento. Giovanni Proietti, alias Peppino, ha dimostrato in diverse occasioni la sua disponibilità e bontà d’animo per aiutare concretamente persone in stato di estremo bisogno.
Marinello è venuto a mancare confortato dall’assistenza del suo amico Peppino e dei suoi familiari. Non può mancare per questa “opera” un vero plauso a Peppino e alla sua famiglia.
Voglio sottolineare come nella vita valgono più le opere che ognuno di noi compie a favore degli oppressi e dei bisognosi che le sole declamate intenzioni a porle in atto.

Giuseppe Fifi

Marinello

MARINELLO  (di Moracci)

Un metro e cinquantotto co’ li ciocchi,
cinquanta chili, sciutto, allampanato,
con un cappotto verde da sordato,
con du’ toppe attoppate sui ginocchi,

è Marinello. ‘Utista co li fiocchi
senza patente va motorizzato
senza `na scola va ‘mbrillantinato
da Rinzino a sirvi’ per quattro bocchi.

Non ci ha el sorriso, ma non è cattiva
la bocca amara dove ce s’affonna
un dente solo appeso a la gingiva;

su le guance però fa tenerezza
la pelle moscia che nessuna donna
ha strucinato mae co’ `na carezza.

Romelio Moracci
Annunci

El furmine sotterrato

25 Lug

Fulgur Conditum 3

 

NOTE DI ARCHEOLOGIA TUDERTE
FULGUR CONDITUM – IL FULMINE SEPOLTO

A cura del Circuito Museale della Città

«Durante i lavori per la realizzazione del parco di Porta Amerina, meglio nota come porta Fratta, a Todi è stato scoperto un recinto sacro di epoca romana. Lo scavo ha messo in luce un singolare pozzo, che è uno dei rari documenti noti di “fulgur conditum”, cioè della vera e propria sepoltura di un fulmine, caratteristico rituale italico collegato alla liturgia etrusca dei “Libri Fulgurales”, nel corso del quale i sacerdoti addetti recitavano l’espiazione ripulendo il luogo colpito, eliminando le tracce del fulmine e sotterrando gli oggetti che quest’ultimo aveva colpito e rovinato, per poi recintare e consacrare il luogo medesimo che diventava in tal modo “locus religiosus”. Si riteneva infatti che “Iuppiter Fulgur” lo avesse scelto per manifestare la sua potenza dedicandolo a se stesso. A Todi il pozzo di sepoltura del fulmine era stato riempito da elementi di rivestimento in marmo, probabilmente provenienti da un monumento funerario, ed era formato da lastre di travertino disposte verticalmente di taglio e legate fra di loro da grappe di ferro e piombo. L’apertura del pozzo era coperta da un blocco lapideo, rinvenuto in due frammenti, con incisa sul bordo del lato corto l’iscrizione “FVLGVR CONDITVM”, a sottolineare l’identità del giacimento archeologico messo in luce. La scoperta è di grande interesse perché gli esempi di questo rituale, praticato fin dall’età del Ferro, sono assai rari: in Umbria ne esistono altre testimonianze a Terni e Bevagna mentre altri casi sono attestati a Pompei, Minturno, Vulci, Roma e Pietrabbondante». Estratto da ARCHEO, anno XXVIII, n. 8, agosto 2012, autore Giampiero Galasso.
Ricordiamo che gli scavi che hanno portato al recupero del reperto, risalenti all’agosto del 2010, sono stati eseguiti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria e che la lastra con l’iscrizione recante la formula rituale, che in base ai caratteri epigrafici sembra databile tra II e I sec. a.C., nonché i frammenti di marmo rinvenuti all’interno del pozzo sono attualmente conservati nei depositi della Soprintendenza medesima. Ricordiamo inoltre che nella stessa Todi è stato rinvenuto un altro caso di “fulgur conditum” identificato nella statua bronzea del Marte, oggi conservata presso i Musei Vaticani, che fu seppellita ritualmente alle pendici del colle di Montesanto all’interno di una fossa delimitata da quattro lastre di travertino.

 

Fulgor Conditum 1

Fulgor Conditum 2

Fra’ Emiliano ladruncolo

22 Lug

Gabbia

El protocollo de la sentenza, redatto dal notaro Ser Marcello di Bernardone Leonj, cià la data del venduno de lujo del 1462. Fra’ Emilano da Fuligno, certamente no da bon frate, aèa sgraffignato, ‘nde la chiesa de San Nicolò, un Crucefisso, del valore stimato de vendecenque fiorini d’oro. Fune, pe’ testo fatto, condannato dal Vescòo de Todi a esse appeso drendo ‘na gabbia de legno e ferro, pe’ tutta la vita naturaldurande. ‘Sta gabbia penzolàa tra ‘l palazzo del Capitano e quillo de li Priori. Er frate, ladro e debbosciato, doppo un bel po’ de tembo c’ebbe la grazzia da Pio II, diedro verzamento de cenquanda fiorini da pagà tal tesoriere del Papa. Je facette ‘l garante lo spezziale Girolomo di Francesco che verzò la somma e facette libberà ‘l frate da le mano troppo longhe. Anghi allora nun ce stéa la certezza de la pena. Mapperòne, nun se poterebbe applicà ‘sta legge puro ojijorno? Vojo dì’, oje, nun solo chi rubba nun va in galera ma mango je fonno arcaccià quillo che s’è fregato. Me pare che semo jìti a parecchio peggio.

La prunella (di Jacopino Tudertino)

18 Lug

Passera scopajola

 

LA PRUNELLA

J’onno affibbiato un nome, scopajola,
ta ‘sta ucelletta. Màe sta solitaria.
Lìa a fa’ l’amore è rivoluzzionaria:
e nu’ la dà via màe ‘na vorta sola.
Doppo che s’è accoppiata e el passerotto
se n’è scappito menzo stralunato,
issa rifà l’amore a perde fiato
co’ ‘n andro ucello passero barzotto.
Diressi de ‘na donna gran mignotta
ma lìa è ‘na passerotta e j’è concesso
de fa’ ‘na botta diedro a ‘n’andra botta
sinza che possa jì sotto processo
de carche moralista, che s’aggrotta,
su quista concezzione de fa’ sesso.
Jacopino 18 lujo 2014

LE SERENATE (da “Sotto le ali dell’Aquila” di Tore Stella)

12 Lug

Caricatura di Tore Stella

E il romanticismo delle serenate lo si potrà mai dimenticare?
Si usava farle nelle serate del sabato e sempre su commissione, lo posso dire io che ne ho fatte tante. Dovevamo eseguirle dalle 5 alle 6, ma prima di muoverci facevamo le prove a turno in una delle nostre case ove, nel frattempo, mangiavamo in genere la pizza con uvetta e noci cotta sotto il fuoco, il tutto annaffiato con un bel bicchiere di vino genuino che serviva per tenerci svegli.
L’organico era così composto: Domenico Silvestri (Memo) alla chitarra classica, Epifani Augusto e Gelosi Natale primo e secondo mandolino, Romoletto Valentini alla mandola, Corrado Ranucci cantava, mentre io suonavo il violino.
Per il raid musicale eravamo corredati di tutto: spartiti, leggii, banchettini pieghevoli e moccoli da usare e nel caso la luce fosse stata fioca; dietro, a garbata distanza, seguiva sempre un codazzo di fans e curiosi.
Il mio cavallo di battaglia era “Tristezza” di Chopin, ma anche “Vienna Vienna”, “Dicevo al cuore non sognar”, “Gelosia”, “Passa la serenata”, “Ti voglio amar”, “Violino Tzigano”.
A volte, in segno di riconoscenza, chi riceveva le nostre armoniose visite gettava dalla finestra illuminata (segno evidente che era in ascolto) cioccolatini, fiori, o cestini calati con corde, colmi di frittelle ancora calde che, a quell’ora notturna, oltre che essere gradite venivano spolverate in quattro e quattr’otto.
Una sera, non appena si iniziò a suonare, una maligna folata di vento spense le candele, così non restò che tornarcene in fretta e silenziosamente a casa lasciando la serenata a metà e poiché tale abbandono venne considerato grande offesa, per riparare tornammo la sera dopo, debitamente attrezzati con dei paravento di carta, ma non facemmo in tempo ad iniziare una nota che ci arrivò un secchio d’acqua inzuppandoci con tutti gli strumenti.

Tore Stella

 

Le frazzioni de Todi: Montemolino

5 Lug

Montemolino

Panorama di Montemolino (foto di Vania Caporali)

MONTEMOLINO

Da “Todi e i suoi castelli” di Franco Mancini

Popolazione (1808): 211, (1951): 502. Più che alla rocca fortissima, distrutta nel 1190 e nel 1312 (quest’ultima volta dall’imperatore Enrico VII, che risparmiò invece Castel delle Forme riscattato per denaro), Montemolino deve la sua non trascurabile fama al ponte sul Tevere, passaggio quasi obbligato per chi volesse recarsi nell’Italia centro-meridionale. Costruito nel 1204, fu più volte guastato e rifatto (nel 1284; nel 1296, ad opera dei «continenti laici», detti anche «mantellati» o «pinzocati “) fino alla totale sua rovina (1310). Tale distruzione era ricordata in lettere gotiche da una lapide, apposta, dieci anni dopo, dal parroco Panunzio sopra la porta della superstite torre, che si ergeva a guardia del ponte: «Viator qui ad loca Ecclesiae pergis vel ex ipsis Tudertum, Fulgineum, Spoletum Romamque petis, disce quod hic Pons Montis Molini vocatur a castro eiusdem nominis propter molendina quae vides; per quem constructum, anno Domini MCCLXXXII Petrus Aragoniae rex contra Carolum Siciliae regem pergens cum exercitu suo transivit et apud quem anno MCCCX, die XIII septembris ab exercitu perusino ferox proelium factum cum Tudertínis. in quo dux Spoliti occubuit cum magna sociorum clade et proximorum castrorum ruina. Hoc te scire volui. Perge et vale). («Viandante, che rivolgi i tuoi passi verso i domini della Chiesa o da essi ti dirigi a Todi, a Foligno, a Spoleto e a Roma, sappi che questo ponte è detto di Montemolino dall’omonimo castello e dai molini che tu quivi intorno vedi: per tal ponte (dopo la sua costruzione) passò con l’esercito, nel 1282, il re Pietro di Aragona, allorché marciò contro Carlo angioino, re di Sicilia; e sappi che in questi paraggi il giorno 13 di settembre del 1310, avvenne una feroce battaglia tra perugini e todini: in essa cadde da valoroso il duca di Spoleto con grande strage dei suoi e con grave rovina dei circostanti castelli. Questo ho voluto che tu intendessi: riprendi ora il cammino e sta bene»). La battaglia del 1310, svoltasi a Montemolino, e da considerare l’episodio più sanguinoso della secolare lotta tra guelfi e ghibellini di Todi (alcuni luoghi, nei pressi del ponte, presero i nomi di Rio Sangue e Morticcio): con i primi si schierarono i perugini; accorsero, in aiuto dei secondi, le truppe di Spoleto, di Narni, di Terni e di Amelia, comandate da Bindo de’ Baschi e dal duca della Valle spoletana, di origine savoiarda. I perugini, già padroni della Fratta, combatterono accanitamente ed ebbero completa vittoria: per essi si trattò, infatti, di annientare la più potente lega ghibellina dell’Umbria e con essa gli odiati e pericolosi spoletini  sempre avversi al dominio di Perugia sulla fertile piana che si stende da Assisi fino alle Fonti del Clitunno. Al duca di Spoleto caduto sul campo i ghibellini tuderti sostituirono il romano Riccardo Spadatratta, il quale) battute dapprima le milizie collegate dei guelfi a Pian dell’Ammeto (venne poi a segreti patti con il nemico. Todi fu così attaccata da preponderanti forze, verso la mezzanotte di una domenica del settembre 1311. Vennero contemporaneamente assalite Porta Fratta, Porta di Borgo (plesso Santa Prassede) e quella della Valle. I ghibellini, colti nel sonno, improvvisarono una difesa a Porta Marzia, ma udite le grida dei vincitori,che dalla Porta della Valle avevano raggiunto Piazza Grande, si precipitarono nel Rione delle Cammuccìe, aprendosi un varco in contrada Paragnano (nome che il Ceci spiega «luogo coltivato a orto »), varco che permise loro di guadagnare rapidamente l’aperta campagna. Lo Spadatratta, sentendosi (in seguito a tale episodio) sospettato dai ghibellini, defezionò clamorosamente alcune settimane più tardi, passando con cento cavalieri all’esercito di Perugia, che da Casalina tentava una sortita nel territorio tuderte. I ghibellini di Todi attaccarono allora la sua effigie con la fune al collo ad ogni porta della città; sotto si leggeva: «Io son Riccardo Spadatratta: el tradimento ordinai e non venne fatto!» Come lo era stato della sconfitta, Montemolino fu per i ghibellini di Todi il campo del trionfo e della vendetta. Il castello assistette, infatti, alla marcia vittoriosa dei todini seguaci di Enrico VII imperatore di Germania. In quella circostanza buona parte del territorio perugino fu messa a sacco e devastata. Il ponte di Montemolino rimase, per lunghi secoli, in triste abbandono, testimonianza di rovina e di morte. Nel 1323 la proposta di un restauro cadde nell’indifferenza del Consiglio comunale; altrettanti vani furono i propositi degli abitanti di Marsciano, che più di tutti comprendevano la necessità di ripristinare un passaggio indispensabile allo scambio delle merci tra la Toscana e l’Umbria meridionale. Nel 1590 il vescovo Angelo Cesi credette opportuno aggiungere al traghetto di Montecastello un’altra barca per meglio assecondare il flusso del commercio; ma quelli di Montecastello, offesi nei loro meschini interessi, protestarono con estrema violenza: e la barca fu riportata al piano di Pantalla. La controversia risorse durante l’episcopato del cardinale Altieri, il quale (ben altrimenti disposto, nel sopportare i soprusi, di quanto lo fosse il suo bonario predecessore) fece imprigionare i notabili di Montecastello e diede precisi ordini a che la «barca di Todi» restasse a disposizione di quelli che ne avessero bisogno. Nel 1867 (dopo sette anni dal progetto del commissario Pepoli) si costruì la strada Montemolino-Marsciano; dal progetto era, tuttavia, escluso il riattamento del ponte. Bisognerà aspettare il 1924 perché al guado di Montecasteilo venga sostituito (un po’ più in alto di quello di un tempo) il ponte che attualmente si vede. La rocca di Montemolino è visibile in parte ancor oggi, benché trasformata in abitazione privata; la porta, ad arco a tutto sesto, e ben conservata e ostenta nella lunetta un affresco rappresentante la Vergine, San Michele e San Cristoforo, L’antica chiesa, dedicata a Sant’Angelo; venne nel cinquecento, a far parte della nuova di San Michele Arcangelo; questa subì, a sua volta, nel 1912 ampi rifacimenti, fatti eseguire dal parroco Amedeo Dozi su disegno di Getulio Ceci e Polllione Moriconi. Di Montemolino era oriunda la nobile famiglia guelfa degli Stefanucci, la cui arme gentilizia fu dapprima un fiume in campo rosso. Militarono sotto Goffredo di Buglione, da cui (1100) ebbero, come nuovo stemma, tre gigli d’oro con rastrello rosso in campo azzurro. Nel 1586 al capitano Ludovico Stefanucci apparteneva Poggio Soatto, castello nei pressi di Montemolino, il cui nome, divenuto Posoàtto, è tuttavia ricordato insieme a Torre Gallo, altra località oggi scomparsa.

2014 Montemolino panoramaIl castello di Montemolino

MONTEMOLINO (tratto da “L’acqua dei castelli di Massimo Rocchi Bilancini)

Il suo nome è sostanzialmente una contraddizione in termini. Da una parte l’idea di un luogo elevato, dell’altura implicitamente occupata da una rocca inespugnabile, dall’altra il collegamento con il fondovalle solcato da acque copiose, tali da azionare le pale di un mulino. Ma Montemolino in effetti è proprio questo, un alto colle circondato su tre lati circondato dal corso del Tevere, un promontorio dai ripidi versanti boscosi racchiuso dentro un’ansa del grande fiume. Se si volesse rimproverare qualcosa ai geniali ed anonimi inventori del toponimo, solo si potrebbe loro far notare come questo trascuri l’altro grande protagonista di questo luogo, il ponte sul Tevere già costruito nel Duecento. Ma alla contestazione saprebbero replicare ricordando le sorti travagliate dello stesso, troppo presto finito in rovina e pertanto sostituito da un servizio di traghetti garantito da una barca. Inevitabile quindi il confronto con la storia di un’altra frazione tuderte, Pontecuti, anch’essa affacciata sul Tevere all’altezza di un suo attraversamento. Entrambe abbarbicate sullo stesso tipo di roccia, la tenera pietra arenaria.

Massimo Rocchi Bilancini

Montemolino zo

Una porta del castello

ponte-di-montemolino

Il ponte di Montemolino

Traghetto sul Tevere

Il traghetto

Chi cià vecchie foto o conosce fatti e misfatti avvenuti a Montemolino, pote inviamme documentazzioni e scritti, che siranno messi a integrazzione de li cenni storici sopra pubblicati Jacopino da Todi

jacopino.tudertino@libero.it

LA CRONICHA DE LA EGREGIA CITTÁ DE TODI (terzo stralcio)

1 Lug

LA CRONICHA DE LA EGREGIA CITTÁ DE TODI
(di Joan Fabrizio degli Atti)
Terzo stralcio, tratto dal libro “Le cronache di Todi”

1886 La Scoletta

La Scoletta (demolita nel 1900)

MCCLXXXXIII – Meser Pietro Confalonieri de Peroscia fo potestà et forono retrovate le communanze del Communo de Tode, et fo facto el Castel de Colle d’Aquila, et fo com¬perato el Palazo del populo et fo principiato; et. fo in questo tempo comenzata la battaglia de le pietre in piaza.

MCCLXXXXIII – Et per altri sei misi Bartholomeo de Campo da Bergamo; et andò el todino ad hoste sopra Iano et Castàgnola per cascione del termine del monte: et fecero li comanda¬menti de’ todini.

MCCLXXXXVI- Meser Mino de’ Tolomei da Siena fo potestà. Et fo la battaglia in Tode fra la parte gibillina et la ghelfa et forono cacciati li ghelfi el mercordì dopo Pasqua: et era capitano ser Simone da Padova; et fo scarchata la torricella de meser Ufreduccio, et focce preso ser Simone et mazato el figlio; et epso ser Simone morì ne la prescione de Tode; et forono presi cum lui assai priscioni.

MCCLXXXXVIII – Ser Nicolò da Siena fo potestà per decto meser lo papa per sei misi; et li ghelfi vennero a li comanda¬menti suoi. Et forono gran teremoti, tali che la maior parte de le gente de la ciptà andaro ad habitare ne li borghi, de pagura.

MCCLXXXXVIII – Et per lo decto papa fo potestà per altri sei misi meser lo Conte da Collevalenza; et entrarono li ghelfi in Casalalta ad far guerra; andàrce i todini ad hoste in kalen. de ottobre fino a li tre de novenbre: et fo preso el castello et arso et scarchato. Li Colomnesi in questo tempo, layci et clerici, tornaro a li comandamenti del papa ad Riete et dierli Pe¬lestrina et Zagaruolo.

MCCCVI – Meser Guglielmo da Cortona fo potestà per sei misi, et Baldo dal Borgo capitanio; et fo refacto el castel del Casciaio, et fo preso per li ghelfi el castel de Orzalo per tradimento; et in quel dì cavalcharono li cavalieri de Tode ad Orzalo et preserlo per forza; et fuorono morti et presi grande quantità de homini; et li morti forono LXI et li priscioni forono CVII, tucti ad una fune menati; fo de septenbre, el dì de Sancto Matteo. Et fo refacto el castel de Ripabianca dal populo, quale fo scarchato da li grandi homini. Fo in questo tempo fatta et congregata una compagnia del populo, cioè li ghelfi de XXXVII de homini, la quale se chiamava la compagnia de Vinceverra, ne la quale erano muli cavalli; et li grandi homini, cioè li gibillini, ordinarono altra compagnia chiamata la compagnia de Belsapere, ne la quale concorrevano molte gente.

MCCCVI – Anche fo potestà Agnalo de meser Guglielmo de Valdarno de’ Pazi per sei misi; et fo rifermo Bindo da Baschi per capitano per sei misi; et cavalcaro li todini più et più fiate, ardendo et predando el conta’ de Peroscia, solo el tudino cum lo suo sforzo, senza altro adiuto. Et adfrontarse i cavalieri de Tode cum quilli de Peroscia ne la contrada d’ Orzalo et de Montione ad uno luocho se chiama el Fossatello: et lì forono sconficti li peroscini et tucta lor gente. Ad X de dicenbre fo facta la pace ad Riete fra li gibellini et ghelfi de Tode per meser Iaco Colonna cardinale.