La festa dell’uva (di Carlo Taddei)

22 Set

Piazza Grande quanno c'era la festa de l'ùa

LA FESTA DELL’UVA

Nel clima agricolo dell’epoca fascista, della battaglia del grano per sfamare quaranta milioni di italiani, del duce che a dorso nudo getta i manipoli di spighe nell’imboccatura della trebbiatrice, delle paludi pontine recuperate e restituite all’agricoltura, dei nuovi centri agricoli dal nome georgico come Pomezia ed Aprilia, ben s’innestava la Festa dell’Uva, una kermesse paesana per celebrare la vendemmia come un inno all’uva e al vino. D’altra parte era ben noto che i proprietari agricoli avevano dato il loro determinante sostegno al regime. E nelle condizioni del tempo predominavano i motivi inneggianti alla vita della campagna. Ricordo le avventure di “Fortunato in città” sul libro di lettura delle elementari: Fortunato aveva voluto tentare la vita della città, se n’era amaramente pentito ed era ritornato alla sua campagna con la sua famiglia ritrovando la felicità. La festa dell’uva si: svolgeva in ottobre: affluivano in città dai vari paesi i carri agricoli tirati dai buoi, decorati con frasche e pampini, con sopra personaggi in costume: villanelle, giovani contadini, rappresentazioni paganeggianti come Bacco redimito di uva e pampini a cavalcioni sulla botte e dissetantesi rubicondo alla coppa piena di vino. E la sfilata durava a lungo per le piazze e le vie della città. Quel giorno i cittadini potevano sfamarsi gratuitamente e a volontà dell’uva.
A sera i paesi si ripopolavano, si concludeva la festa mangiando e bevendo intorno ai tini ferventi di mosto. E molti un po’ alticci (che alcuni dopo aver molto bevuto diventano poeti e si improvvisano rimatori magari facendo salti mortali per accoppiare le rime) si sbracciavano in molte sentenze enologiche e a buon mercato, come: Bacco che se ne intendeva disse questo “Chi mette l’acqua nel vino è disonesto”. Oppure, Vuota il bicchiere ch’è pieno, empi il bicchiere ch’è vuoto; non lo lasciar mai pieno, non lo lasciar mai vuoto.”
Carlo Taddei

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