Il campanile e la cupola (di Chiaramonti Margherita)

18 Nov

Chiaramonti Margherita

CENNI BIOGRAFICI

Margherita Chiaramonti nasce a Todi il 23 aprile 1894, terza dei cinque figli dei coniugi Ines Angelini e Giuseppe Chiaramonti. Dopo aver frequentato a Perugia l’Istituto magistrale, nel 1913 si iscrive a Roma alla Facoltà di Magistero dove ha, tra i docenti, Luigi Pirandello, il quale la incoraggia all’attività poetica consigliandole: “Scriva, c’è stoffa “. Non ancora laureata, comincia ad insegnare storia e geografia in un istituto tecnico di Bra, in Piemonte; quindi, dopo aver conseguito il titolo accademico con una tesi su Francesco Dalmazzo Vasco, intellettuale piemontese, aderente al movimento indipendentista corso di Pasquale Paoli (Francesco Dalmazzo Vasco e l’ambiente in cui visse, 1730? —1794), viene chiamata in una scuola di Norcia nel 1920. Tornata a Todi, sposa nel 1924 Angelo Caporali, dal quale ha due figli. Muore a Todi il 25 settembre 1988.
Attratta in gioventù dagli ideali socialisti e anarchici, riscopre successivamente una profonda fede religiosa. Autrice di raccolte di liriche e di testi teatrali di ispirazione cristiana, dà un forte impulso alla rinascita del teatro sacro, secondo i canoni della tradizione medievale, con la costituzione dei “Giullari di Dio”.
Alle opere letterarie sono da aggiungere articoli, conferenze e un voluminoso carteggio di circa 2000 lettere, intrattenuto con personalità della cultura nazionale ed europea.

IL CAMPANILE E LA CUPOLA

Io vidi sempre nella fanciullezza
un campanile immezzo al ciel notturno
come una spada che grondasse stelle
e nel purpureo lume del tramonto
un tempio dalle cupole fiorenti
come seni di vergini giganti
naufragate in oceani di sangue.

0 campanile di San Fortunato
urlo di pietra che ti scagli al cielo
segno di pena che nel cuore umano
non s’addormenta nella vita mai,
verso sera le rondini ti cingono
di volubili nastri di canzoni
e la luna talvolta t’inghirlanda
di lievi nubi come rose argentee
tra i folti gelsomini delle stelle…
ma tu sembra che vuoi sempre fuggire
chiedendo al cielo altissimo rifugio
contro la terra e il peso del dolore.

Vivo è nell’aria il tuo sospiro antico
— ben lo conosco come fosse mio —:
— oh poter nei tormenti e nella guerra
nel martirio e nel fango anche nel fango
sostenerla adorando questa vita
senza stanchezza senza scoramento
e creder che la pena grondi stelle
quando par che diventi insostenibile. —

Rievochi il gentile san Francesco
fra neve e gelo col suo sajo lacero
dolcemente rivolto a fra Leone
“qui è perfetta letizia” mormorando;
ed il Poeta della tua città
che s’inebria d’amore nel dolore
e chiede a Dio di sempre più patire.

Per la forza dei santi e dei poeti
il tuo sogno di secoli divenne
a poco a poco realtà di pietra
ma viva più che non sia carne e sangue:
il tempio luminoso del Bramante
segno è, conquista d’animosa pace.

Ché ci diresti ormai solo sul culmine
dell’antica città di Jacopone?
Ormai non si può viver per morire
né cercare la vita oltre la vita.

Questo fiore che t’è sbocciato ai piedi
nutrito del tormento aspro dei secoli
che non teme le nevi e i folli venti
né l’estate rovente ed al mattino
candido splende di un fulgor di perla
ardendo a vespro innanzi al ciel vermiglio,
che nei giorni di nebbia sovra ondate
di radiosi vapori eleva appena
verso di te la cupola più alta
senza tentare i cieli irraggiungibili,
questa Consolazione che t’inchioda
alla terra cui ormai non puoi fuggire
è la bellezza eroica della vita
che grida amore anche in un mar di sangue.

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