Archivio | gennaio, 2015

‘Namorata de Todi (di Licia Fabbri Faloci)

31 Gen

 1895 Piazza Grande

1895

‘NAMORATA DE TODI

‘Namorata de Todi l’ero eccomo
ma ‘n lo sapeo quanno da potta annao
da casa mia che era dietro ‘l Domo
fino lo Sdazio o a le Piaggiole stao

e passeggiao su e giù calato ‘l sole
co’ tanti amici ch’ereno ‘n codazzo.
pe’ l’ampia piazza Vittorio ‘Manuele
e mò che ciuca ‘n so più d’ampezzo

m’artroo che sto ferma lì ‘mpalata
e me rimiro ‘l Domo e la scalata
e ‘Merli de Priori e me metto

a sedé su quei scalini e dico piano
col core che me frulla dentro ‘l petto
“quanno sei bella Todi e quanno t’amo!”

Licia Fabbri Faloci

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Aforismi, pensieri, proverbi (nona serie)

30 Gen

Sobrano

Sobrano 1940

 

Amore e jilusia nasciono ‘n combagnia
La pera fatta casca sinza vendo
La vita ‘nzegna quil che pole la fregna
Bisogna fa’ el passo siconno le gamme
Chi fijo e chi fijastro
Si l’acqua è poca ‘l mulino nun jira
‘Na frasca nun fa ‘na fascina
Si ‘na femmana voli fatte, portela a fratte
Ta Lassastà je scoparono la moje
Li parendi so’ quilli che te frélligono
A forza de dillo, pu ce se crede daèro
Li fiori più brutti so’ quilli del vino
Quanno c’è la fanga lassa la vanga
A esse troppo boni, se passa da cojoni
L’ellara dòe s’attacca more
Chi parla ‘n faccia n’è un traditore
El gatto e el cane so’ fatti pe’ litigane
Nun c’è fiore sinza gammo
Si fai el male è peccato, si fai el bene è sprecato
Li parendi li manna Iddio ma l’amici li scejo io
El morto jace e el vìo se dà pace
Col nimico, de sicuro, ciài d’annacce a grugno duro
S’è freddo e c’è la nèe, vestite grèe
Si n’è panebbagnato è panzanella
N’è ‘na braùra chjappà ‘na gorbe morta
Si lamba, da carche parte trona
Un bo’ pir uno nun fa male a gniciuno
Mejo esse ‘nvidiati che compaditi
Chi sparte cià la mejo parte
Quillo che nun strozza ‘ngrassa
Guardà e nun toccà è robba da crepà
Chi la fa più sporca divenna priore
‘Gni ficcenna vole el tembo suo
Li giovini la penzano attraèrzo
Guardà e nun toccà, nun zembre, se pote fa’
E’ brào chi pija i granci co’ le mano de l’andri
Co’ gnende n’se fa gnende
Chi l’arconda ce fa sembre l’aggiunda
El più stronzo penza d’esse el mejo fico del bigonzo
Chi s’alza tarde nun vede la leàta del zole

 

LATRI DE CICOMMERI (di Jacopino)

20 Gen

1957 Salita Pontilunghi

LATRI DE CICOMMERI

Quanno angò nun ce stéa l’Essette ‘l trafico atomobbilistico verzo ‘l sudde percurréa l’unica stràa: la Tibberina. Lo strasporto de le merci e de le derrate avvenìa coi cammi che arrancàono su pe’ la salita de li Pondilunghi, che da Pundirio va a Cappuccini. Noàndre bardascetti se mettiàmo a nocetta e aspettiàmo carche vecchio càmmione che trasportàa li cicommeri pei mercati ortofrutticuli verzo Terni e Orte. Er tratto de salita, quillo più duro, era ‘l pundo dòe lanceàmo l’attacco. Uno o dui de noàndri momdàano sul cassone, che era stracarico e guasi trabboccàa de angurie. Li camioni, pe’ causa de la salitaccia e del soppraccarico, jìvono su a passo d’omo co’ la ridotta. L’autista ce vedèa da lo specchjetto ma nun potéa fa’ gnende, perchéne si se fermàa, co’ quilla salita ripita, doppo nun sirebbe ripartito piùne. Tal cammionista nun je restàa che sbraidà e crià minacce e inzurti, li più coloriti, anghi quillo diretto verzo le nostre matri. Noàndre mango lo cechiàmo e se mettéa in atto la stradeggìa de la famiggerata SFAA (Socetà Furti Anonimi Angurie), che operàa co’ dui gruppi: l’assalitori e li riccojitori. ‘Na vorta mondati sussòpre tal cassone, l’assaltatori, cuminciàono a buttà jù li cicommeri che li riccojitori tentàono de acchjappà. Era ‘na ficcenna pe’ gnende facile e la gran parte se sfracellàono su l’asfarto. Carche lancio jìà però a bonfine e li riccojitori paréano el portiere de la Nazzionale. Doppo che l’assalitori erono scenti, zombanno jùne dal cassone, se faciàmo ‘na scorpacciata de quilla porpa roscia, accallata dal sole. Intando le biastime e le malidizzioni del trasportatore salìano rabbiose al celo e se sindìano fino a che el cammio sparìa diedro la curva a gommido.

Jacopino

cocomeri

Consolazione (di Annamaria Massari)

15 Gen

Consolazione Roberto

Il tempo vola rapido

come dal treno gli alberi

che se ne vanno indietro.

Veloce un altro anno se n’è andato:

una ruga di più, un dolore, una gioia.

Pochi rimpiangono il passato,

ripetono per sempre quelle cose

fino a eclissarsi in una grande noia!

e gli uomini non sanno che,

nella tristezza di questa vita vana,

stazioni di riposo troveranno,

sorgenti limpide di fonte per dissetare il cuore

Bianca come una rosa delicata,

dolce con le tue linee tondeggianti,

stella splendente sotto la nevicata,

Consolazione immobile e sicura ,

sei una luce che abbraccia, sei speranza

per la vita futura.

Annamaria Massari

1936 Consolazione nel 1936 (dal Belvedere) SI

TODI ED IL SUO TERRITORIO (di Giorgio Comez)

12 Gen

Giorgio Comez

GIORGIO COMEZ

Impero francese mf

TODI ED IL SUO TERRITORIO (di Giorgio Comez)

La formazione dell’ambito territoriale della città di Todi non è difforme da quella di molti centri di origine umbro-romana: essa attraversa due fasi ben distinte, la prima del periodo repubblicano-imperiale, la seconda tardo imperiale ed alto medievale.
Al primo vanno ascritti gli interventi romani nel territorio centro-peninsulare caratterizzati da una serie di foedera, o patti, con le popolazioni e le strutture urbanizzate dislocate lungo il bacino fluviale del Tevere e favoriti dalla presenza del corso d’acqua e dall’apertura delle vie Flaminia e Amerina. Lungo questi assi, viario e fluviale, lentamente, e spesso in maniera traumatica, si è realizzata la romanizzazione dell’Italia centrale e quindi anche delle zone del Vicus Martis Tuder e di Tuder.
In seguito, un senatoconsulto dell’89 a.C. attribuì finalmente a Todi la cittadinanza e l’ascrizione del suo territorio alla tribù Clustumina che era una delle “tribù rustiche”, cioè territoriali, in cui era stata suddivisa l’Italia ai fini politico- amministrativi.
Nel 42 a.C. i triumviri Antonio, Lepido ed Ottaviano inviarono qui i veterani di una legione a prendere possesso delle terre e Todi — Tuder — divenne Colonia Fida. Augusto infine divise tutto il territorio peninsulare in regiones, ed aggregò a questa città anche alcune prefecturae limitrofe. Con questi nuovi connotati, che l’avevano ingrandita notevolmente, Todi fece parte della Sexta Regio insieme con le città umbre di Spello, Carsulae, Assisi, Città di Castello, Foligno, Gubbio, Bevagna, Amelia, Narni, Spoleto, Gualdo Tadino, Trevi, Bettona. La tribù Clustumina della riforma augustea rimase una delle trentuno “tribù rustiche”; fu la diciottesima, la più grande, e comprese le popolazioni di ben dodici città, tra cui Amelia, Carsulae, Terni, Narni, Bettona, Città di Castello. Le iscrizioni epigrafiche la attestano nel nostro territorio dalle zone del collazzonese fino ai confini con l’amerino.
Quando finalmente Augusto vi dedusse la sua Quarantunesima legione, la Colonia Fida Tuder, cui era stato aggiunto il patronimico Julia in riferimento alla gens ed alla dignità imperiale, raggiunse il suo assetto definitivo confermato nella struttura del municipium che fu governato da magistrature locali e, in seguito, dall’ordo decurionum.
E opinione corrente che gli ambiti diocesani del tardo impero abbiano ricalcato quelli municipali, dando vita ad un fenomeno del tutto autoctono di giurisdizione sul territorio urbano ed extraurbano identificabile con una civitas ben connotata. Le magistrature romane vennero lentamente sostituite dal vescovo; in lui le popolazioni riconobbero l’auctoritas più immediatamente a loro vicina, a lui delegarono i poteri di rappresentanza e di difesa, sicché fu la diocesi ad identificarsi con l’assetto religioso e contemporaneamente territoriale. In questo senso Todi, appartenendo al più antico ceppo di diocesi dell’Umbria centrale, formatesi tra il II e il III secolo d.C., ebbe tutto il tempo di consolidarne i confini confermando il fenomeno della “sovrapposizione delle magistrature” così frequente nei periodi di decadenza di antichi regimi e di estrema vitalità di nuove strutture. Il “popolo dei fedeli” si identificò insomma con l’ecclesia e contemporaneamente con i cives romani.
Queste ‘prime figure carismatiche (san Terenziano, san Fortunato) seppero coagulare intorno a sé ogni tipo di istanza sociale trasformando gli antichi municipia in realtà più immediatamente vicine al luogo del potere, alla sede vescovile.
Un’eco lontana di quanto accadde durante e dopo le guerre greco-gotiche ed il periodo longobardo, e di quanto andava consumandosi lungo il cosiddetto “corridoio bizantino” rappresentato, per quel che ci riguarda, dalle valli del Tevere e del Naja, si ebbe nella primavera del 760 allorché i legati del papa Paolo I e di Desiderio, Teobaldo e Tupno, procedettero alla ricognizione e quindi alla definitio degli antichi confini (fines ab antiquis monstrata sunt) del territorio tuderte nei confronti delle città — e diocesi — di Bevagna (anche questa, infatti, in quanto municipium, fu per breve tempo sede vescovile), Spoleto, Assisi e Perugia. Era chiaro che il papa e il re longobardo tendevano con questo documento, che viene comunemente definito come “placito di re Desiderio”, ad eliminare ogni motivo di contrasto tra il ducato di Spoleto ed il ducato romano nel quale erano inserite varie contee, tra le quali quella di Todi. Gli “antichi confini” che furono riconosciuti dai rappresentanti delle quattro città correvano lungo il crinale dei Monti Martani, dalla zona del lago Morto (Firenzuola), al Monte Martano, da Giano a San Lorenzo di Casalina.
Sull’autenticità del “placito” molto si è scritto, ma se dal punto di vista filologico e storiografico la dotta ricerca può ritenersi di qualche valore, dal punto di vista pratico essa per un millennio non ne ebbe alcuno. Fino alla fine del XVI secolo infatti tutte le divergenze confinarie assunsero questo testo (che è giunto sino a noi da una copia che il notaio Giannino di ser Bonifacio da Collazzone del 1282 affermò aver copiato de verbo ad verbum da una antica pergamena dell’archivio vescovile) come assolutamente autentico e quindi giuridicamente valido.
Più storicamente complessa appare la formazione territoriale del versante occidentale, per la ricostruzione della quale dobbiamo far riferimento alle scarse testimonianze epigrafiche ed alla intensa attività politico-militare che Todi svolse per riaffermarvi la propria autorità a partire dagli inizi del XII secolo.
Finalmente, dall’ampio testo del Liberfocularium del 1290 abbiamo l’esatta percezione della vastità della civitas, intesa come il complesso formato dalla urbs, e dall’intero comitato tuderte. Il Liber, che è un puntuale censimento di tutti i capi-famiglia del comune medievale, è anche il frutto di una radicale tra¬sformazione della sua struttura sociale iniziata intorno alla metà del XIII secolo con l’introduzione della magistratura del capitano del popolo e formalizzata appunto con questo registro, primo passo verso una profonda riforma fiscale.
La carta che il Sella allegò alle sue preziose Rationes Decimarum, disegnata sulla scorta degli ambiti territoriali delle chiese decimali, è esattamente corrispondente agli anni del Liber e conferma il vastissimo comitato tudertino compreso tra i confini di Bettona e Deruta ed il Piano dell’Ammeto a nord, il fiume Puglia, il culmine dei Monti Martani ad oriente, Portaria e le terre Arnolfe a sud fino a Montecchio ed il Tevere fino a Pantanelli e Monte Marte ad occidente. Ancora una volta, dopo oltre un millennio, gli ambiti religiosi corrispondono specularmente a quelli civili.
L’importanza del registro fiscale però non consiste solo nel registrare ben 6.888 nomi e famiglie del contado (oltre tremila persone), ma nella suddivisione che vi si fa di esso comitato in diciannove plebati (ad Orvieto quasi contestualmente vennero chiamati pivieri) con riferimento ad altrettante pievi, o pievanie, del periodo paleocristiano. Contestualmente la città fu divisa in sei rioni, o regiones (Santa Maria in Cammuccia, San Silvestro, Santa Prassede, Nidola, Colle e Valle), con i vertici sulla centrale platea magna; questa connotazione “a stella” si irradiava fino ai confini del comitato; tutti i plebati compresi nelle linee immaginarie dei suoi “raggi” erano ascritti alle regiones cittadine corrispondenti ai fini dell’imposizione fiscale che ripartiva la popolazione in cives, cives ruri degentes e comitatini.
Si ottenne così un sofisticato assetto territoriale composto dalla città, dalle cortine, che si estendevano dalle sue mura fin verso le rive del Tevere, dell’Annata e del Naia a prevalente carattere orticolo (esiste ancora un toponimo, Camagna, che deriva dall’antica corporazione dei camagnai o camangiai, cioè ortolani), e le senate che rappresentano una sorta di territorio-cuscinetto tra queste ed il territorio dei plebati (cortine e senate erano logicamente allibrate con valori catastali assai più elevati).
Il Liberfocularium è prezioso perché contiene anche i nomi di tutti castelli e delle ville rigorosamente ascritti ai seguenti plebati: Santa Maria in Monte, San Bartolomeo di Tavellaria, San Lorenzo de Bubiata o di Vibiata, Santa Maria in Valle Mortella, Santa Maria di Collazzone, Santa Maria di Petriolo, Santa Maria di Due Santi, San Terenziano, Santa Maria di Viepri, Ss. Fidenzio e Terenzio, San Faustino, Santa Croce di Quadrelli, santa Vittorina, San Gregorio della Naia, Santa Maria di Rosceto, Santa Maria in Gallazano, San Savino di Massa, Sant’Angelo de Plebe, San Gemini di Massa. In questo vastissimo ambito i castra erano dislocati sui confini o lungo le principali vie di collegamento, mentre le ville all’interno, protette da questo poderoso sistema difensivo, erano deputate alla produzione di beni e delle derrate necessarie alla collettività.
Il sistema fiscale delle collette, del macinato, delle imposizioni straordinarie osservò questa partizione fino alla Rivoluzione francese, o meglio, fino alla radicale riforma dello Stato Pontificio del 1816 operata dal cardinal Consalvi. Al capo di sopra e al capo di sotto erano intestati tutti i registri delle imposte e tasse secondo l’antica partizione medievale. Vanno però registrate importanti defezioni dall’originario territorio che aveva raggiunto la sua massima espansione nella prima metà del XIV secolo; perduta l’autonomia comunale intorno al 1367, Todi divenne terra vicariale della Chiesa, che qui inviò costantemente governatori, e fu per brevi periodi anche terra signorile (Malatesta da Rimini, Braccio da Montone, Francesco Sforza). Di questa nuova situazione approfittarono forti comunità locali quali Massa Martana, Acquasparta, Monte Castello Vibio, Collazzone, che sollecitate dai Cesi, dagli Atti, dai Baglioni, si affrancarono dal dominio centrale costituendo proprie amministrazioni.
Il 6 agosto 1809 venne pubblicato in Roma il decreto del 2 agosto della Consulta straordinaria per gli Stati Romani recante il titolo “Divisione territoriale degli Stati Romani e della Città libera e imperiale di Roma” mediante il quale il territorio del recentemente acquisito ex-Stato Pontificio veniva diviso in Dipartimento del Tevere governato da un prefetto con sede in Roma ed un Dipartimento del Trasimeno con prefettura a Spoleto. In questo contesto Todi fu capoluogo di Circondario insieme alle città di Spoleto, Perugia e Foligno e fu sede di sottoprefettura con mandamento e giurisdizione su un territorio vastissimo rap- presentato dai ben otto cantoni: Amelia, Baschi, Orvieto, Acquapendente, Ficulle, Marsciano. Al cantone di “Todi città” vennero aggregate le frazioni di Pozzo, Assignano, Ripaioli, Grutti, Cacciano, Ilci, Duesanti, San Damiano, Pontecuti, Pesciano, Montenero, Vasciano, Acqualoreto e Cecanibbi; al “Cantone Rurale di Todi”: Massa Martana, Viepri, Montemolino, Collevalenza, Colpetrazzo, Casigliano, Rosaro e Castelvecchio.
Una successiva legge del 23 novembre 1810 rettificò in parte questi confini lasciando però pressoché intatto l’impianto territoriale e burocartico-amministrativo ed assegnando a Massa Martana, Montecastello Vibio, Collazzone, Montecastrilli, Acquasparta, Guardea e Baschi il titolo di “comune”.
Questo assetto, che privilegiava le autonomie locali, esaltandone alcuni caratteri peculiari ed una secolare avversione, se non proprio ostilità, verso la città dominante venne praticamente riconosciuto anche dopo il riordino dello Stato Pontificio seguito alle citate riforme del cardinal Consalvi del 1816 ed all’impianto dei nuovi catasti iniziati nel 1819 e promulgati da Gregorio XVI e perciò detti “catasti gregoriani”.
Fu questa una delle principali ragioni per le quali all’atto dell’unificazione dell’Italia, si preferì non alterare i confini dei vari comuni, delegando ad una commissione provinciale caso per caso l’accoglimento delle istanze di aggregazione ad un comune piuttosto che ad un altro dei singoli castelli e frazioni. Il territorio di Todi da allora non venne più variato e si compose delle attuali trentasette frazioni.

GIORGIO COMEZ

Mezzomuro (di Annamaria Massari)

4 Gen

Mezzomuro (il cordaro)

MEZZOMURO (di Annamaria Massari)

Le mura distese nel vicolo
con le pietre incastrate,
trattengono ad ogni fessura
l’eco nascosto di vite passate.
Mute voci lontane
che parlano di guerre,
di soldati alla guardia,
di nemici alle porte,
di mamme, di bambini,
di lunghe passeggiate,
di donne innamorate.
Sono un canto che vola
e si perde nel sole e nell’aria azzurrina,
quando l’anima sola,
nella luce splendente, lentamente cammina.

Mezzomuro rifacimento muro