L’ANTOLOGIA TUDERTE: “Quanno el calmajo è el còre” (Andrea Carbonari)

21 Lug

Antologia TuderteScrìi e aricconda un episodio de vita che se riallacci ta la nostra Città e concernente el rapporto sendimendale che ciài aùto o ciài anco’ co’ lìa. L’argomendo nun è vincolato e pote ariguardà le più svariate sfaccettature (meno che quille pulitica e ministrativa) de la nostra comunità tuderte. I laòri non déono esse pubbricati su la paggina del Gruppo “Sei di Todi se……” ma inviati a: jacopino.tudertino@libero.it. Pubbricherò co’ piacere, sul blogghe de Jacopinodatodi, li vostri scritti. Ah, la penna sirà la mano ma ‘l calamajo dèe da esse el core. Grazzie.

andrea 4ANDREA CARBONARI

MARINELLO IL CAVALLUCCIO (di Andrea Carbonari)

Quando quel giorno scomparve, saltellando come sempre verso l’azzurro e non tornando più, proprio allora capimmo tutti che era una creatura, venuta dal mare. Per noi, al paese, era Marinello, soprannominato anche cavalluccio, per via di quel suo saltare e saltellare e galoppare e zampettare di qua e di là e sempre con ghigno di sberleffo in viso. Che buffo quel suo volto: di eterno bambino; e pensare che quando lo conobbi era già anzianotto, ma gironzolava, saltellava e rideva sempre come un bambino; sì Marinello era uno di noi, sebbene fosse molto più grande; e forse anche migliore di noi, sebbene la natura con lui non fosse stata affatto generosa: magro, magro, stortignaccolo, con quel collo lungo da giraffa, le movenze da cavallino irrequieto e la testa piccola piccola da cui sbucavano gli occhi neri sempre roteanti e uno sguardo che rideva. Così almeno lo vedevamo noi. I grandi dicevano che fosse “infelice poverino”, ma era sempre allegro e divertente e scherzoso: come faceva uno così ad essere infelice? Boh, valli a capire i grandi!? Marinello non parlava, o meglio diceva solo quelle quattro-cinque parole che ripeteva costantemente. Quando vedeva qualche fanciulla gentile e carina, le lanciava un acuto: “vipera!! viperaaa! viperaaa!” che faceva saltare in aria tutti, non solo lui, che, venuto dal nulla come un fauno mitico, dispariva nel nulla trotterellando tra le ragazze che, divertite, se la ridevano di gusto. Ma anche quando incrociava qualche vecchietta indaffarata a fare la spesa, Marinello si incuneava accanto a loro e, non visto, strillava: “Arivipera!! Ariviperaaa! Arivipera!!” e più di una volta le povere vecchiette, lì per lì spaventate, facevano cadere a terra tutte le buste della spesa e gli urlavano poi dietro: “Mannaggia a te, Marinello, e alle tue vipere!!”, mentre lui più veloce di un cavalluccio marino già svicolava verso altri lidi; che poi erano sempre quelli: la piazza, i giardinetti, la piazzetta del mercatino, dove, di notte, faceva le prove per parcheggiare la macchina. In realtà Marinello una macchina non ce l’aveva, ma di certo la desiderava tanto se, quasi tutte le notti, molto tardi, andava lì in piazzetta e munito soltanto delle sue braccia, con cui faceva finta di tenere un volante, della sua voce roteante “brum, brum!” e della sua fantasia, era lui stesso la macchina dei suoi sogni, e tra un “bruum, brum” e “wom, wom, wom” e “iiihh, iihh”, correva, frenava, sfrecciava a centomila all’ora sui circuiti della sua immaginazione e poi, esausto pilota, parcheggiava perfettamente lì nella piazzetta del mercatino tra due macchine, vere però, che non sfiorava affatto. Oltre alla mania della macchina Marinello aveva quella del presepe: mitico il suo presepe, non perché fosse bello, anzi, ma perché lo teneva nella sua cameretta con le stesse lucine sempre accese e le stesse statuine di gesso e lo stesso muschio e la carta stagnola per tutto l’anno. Si´, avete capito bene: tutto l’anno. Lo aveva fatto una volta, da giovane, e poi non lo aveva mai più disfatto per poterselo guardare e rimirare ogni giorno di ogni mese dell’anno, poco importava a lui che in agosto non fosse Natale: il presepe era il presepe e c’era sempre, come la macchina da parcheggiare e le vipere da sbeffeggiare. Quel giorno, all’improvviso, non si sentì più di notte la sua macchina percorrere le miglia della fantasia, non riecheggiò più il suo “viperaa”, del presepe non rimase traccia e di Marino, cavallino dal volto bambino, si perse la vita, che probabilmente mutò o tornò ad essere ciò che era già stata, nel fondo di un mare nero o forse rosso come la sua macchina, di cui lui è l’eterno, ilare cavalluccio.

Andrea Carbonari

Una Risposta to “L’ANTOLOGIA TUDERTE: “Quanno el calmajo è el còre” (Andrea Carbonari)”

  1. Annamaria Massari settembre 17, 2016 a 7:26 am #

    Carissimo Andrea, questo racconto così vero , riporta alla mia mente la mitica figura di Marinello che io conobbi più di cinquanta anni fa in quel di Todi. Io ricordo Marinello come un personaggio, allora definito fuori dalle righe, proprio come uno degli elementi critici di una realtà tutto fare, ma non per questo al margine e, tutto ciò che resta nella memoria e di quello che anche tu scrivi è che è stato una parte del popolo todino, un elemento accolto con il cuore ed accompagnato nella sua dimensione “fuori”, o chissà forse “sopra le righe” di un binario. Grazie per avercelo ricordato ed averlo collocato nella sua dimensione felice di,””fantastico””””essere, come non siamo noi, nella nostra “”normalità””.

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