Archivio | gennaio, 2016

PORTA CATENA (Arco di Sant’Antonio)

29 Gen

PORTA CATENA (Arco di Sant’Antonio)

Inserita nella cerchia romana (seconda cinta muraria) era uno degli accessi principali della città antica. Grandi blocchi di travertino costituiscono la sua struttura e la sua foggia richiama architettonicamente il Medioevo. Alla sua sinistra si entra in Via di Mezzomuro. Una rilevante quantità di terrecotte, riconducibili al III/IV secolo a.C., furono rinvenute durante i lavori dell’acquedotto nel 1925. Terrecotte che erano elementi decorativi (antefisse), come teste femminili e lastre floreali e che fungevano ad abbellimento di un possibile edificio adibito a luogo di culto. Forse un tempio dedicato a Venere. Questa porta medievale ha avuto varie denominazioni, tra le quali Porta Carrigii, ovvero carraia, perché da lei transitavano i carri per accedere alla città. Il suo portone venne chiamato di Sant’Antonio, tanto che ancor oggi c’è chi chiama la porta “Arco di Sant’Antonio”. Verso Via Ulpiana (allora chiamata Via Piana) appare con il suo maestoso arco a sesto, sormontato dallo stemma di Todi. Ebbe, dunque anche la denominazione di Porta di Via Piana o di San Silvestro. L’aquila che risalta sopra l’arco, stando allo storico Getulio Ceci, è lo stemma più antico della Città, risalente alla prima metà del secolo XIII. La denominazione di Porta Catena deriva dal fatto che veniva reso difficile l’evento di un improvviso attacco di uomini a cavallo, tendendo delle catene. La parte interna ed il lato nord presentano affreschi, ormai sbiaditi, probabilmente eseguiti tra il XVII ed il XVIII secolo, forse commissionati dalle monache del Convento delle Milizie, ora Convento dei Cappuccini. Tale presunzione è confortata dalla presenza dello stemma del loro ordine religioso.

 

1919Porta Catena

1919

1968 Porta Catena

1968

11016097_1561433420764262_1747232041312568899_n

Porta Catena Targa

IMG_0358 (2)

Gli affreschi 1

Gli affreschi 2

Gli affreschi 3

Annunci

LE PIAGGE E LE PIAGGIOLE

26 Gen

LE PIAGGE E LE PIAGGIOLE

La strada che da Pontenaia conduce a Porta Amerina ha il toponimo “Viale delle Piagge” ma abitualmente è chiamata dai tuderti “La Salita delle Piagge”. Dal Medioevo è certamente cambiata. Oggi è una strada bitumata e molte abitazioni sono state edificate lungo il suo percorso. Ciò che non è cambiato è l’erta salita, ieri transitata a piedi e con gli animali da soma, ai nostri tempi con le autovetture.

 

1907 Porta Fratta (la salita delle Piagge)

1907  Viale delle Piagge

La Rocca, alla sua base, è per un gran tratto cinta da un viale che si chiama da sempre “Viale delle Piaggiole”. Sui pendii sottostanti tutto il viale, tempi indietro, non insistevano costruzioni ed il terreno era selvoso.

 

1930 Rocca (li Leoni)

1930  Viale della Passeggiata

Queste due strade, Piagge e Piaggiole, non si chiamano così per caso. I loro toponimi hanno radici latine. Infatti, PIAGGIA, poi anche SPIAGGIA, quando ci si riferisce ad una parte di terreno limitrofo al mare o ad un corso d’acqua, trae l’etimologia dal latino classico PLAGA che divenne poi PLAGIA nel latino medievale. Il termine indica i limiti periferici di una città con i declivi non edificati. Le piagge sono, dunque, zone di terreno che fungono da raccordo tra la città e la campagna. Da ciò i toponimi delle nostre due strade: la “Salita delle Piagge” e la “Passeggiata delle Piaggiole”.

L’Antologia Tuderte: quanno ‘l calamajo è el còre (Mario Epifani)

19 Gen

 

Antologia Tuderte

Scrìi e aricconda un episodio de vita che se riallacci ta la nostra Città e concernente el rapporto sendimendale che ciài aùto o ciài anco’ co’ lìa. L’argomendo nun è vincolato e pote ariguardà le più svariate sfaccettature (meno che quille pulitica e ministrativa) de la nostra comunità tuderte. I laòri non déono esse pubbricati su la paggina del Gruppo “Sei di Todi se……” ma inviati a: jacopino.tudertino@libero.it. Pubbricherò co’ piacere, sul blogghe de Jacopinodatodi, li vostri scritti. Ah, la penna sirà la mano ma ‘l calamajo dèe da esse el core. Grazzie.

Mario 22 luglio 2012MARIO EPIFANI

I “DINAMITARDI” DELL’ORTO DEL PRETE (di Mario Epifani)

Per raccontare avvenimenti ed aneddoti, per ricordare personaggi ed amici di Via Ulpiana, necessiterebbe scrivere un libro di tantissime pagine. Il rione, con i suoi vicoli, era abitato da famiglie con prole assai numerosa. Tanto per fare un esempio, nella mia, eravamo tre figli. Per noi maschietti il punto di riferimento era l’Orto del Prete. Là trascorrevamo le ore di svago durante l’anno scolastico e buona parte della giornata nei mesi quando la scuola era chiusa. Avevamo gli spazi necessari ed anche un minimo di strutture ludiche e sportive. Nel narrare la vicenda dei “dinamitardi” non posso non ricordare con affetto e stima Don Augusto Mammoli, che ci ha offerto la possibilità di avere un luogo dove trascorrere la nostra infanzia. Era una figura imponente e bonaria ma, nello stesso tempo, severa e sempre presente e vigile. Aveva due mani grandi come pale e non lesinava qualche scapaccione e questo se lo ricorda bene il sottoscritto. Dalla facciata della Chiesa di San Nicolò de Criptis (sconsacrata ed utilizzata come sala cinematografica), al residuo muro dell’antico Anfiteatro, avevamo un’ampia area che utilizzavamo come campo da calcio, per giuocare a todero o a palla avvelenata. Non mancava la sala per le riunioni né quella con il tavolo da pingpong. Insomma, la Parrocchia di San Nicolò, ha avuto una funzione sociale rilevante e, personalmente, reputo che abbia contribuito a formare il carattere ed il pensiero di tanti ragazzini di Viulpiana. Veniamo alla vicenda dell’esplosione che sconvolse tutto il rione. Tra i tanti divertimenti avevamo quello degli “scoppi” con il potassio e lo zolfo. Nel periodo di dicembre, prima e dopo la festa della Madonna, gli echi delle piccole esplosioni si udivano per tutto il rione. Ognuno di noi aveva sempre in tasca una boccetta piena di questa miscela esplosiva. Lo zolfo si comprava presso il Consorzio Agrario ed il potassio, in pasticche, nella Farmacia Comunale. Là c’era la farmacista signorina Edelweiss, la quale faceva spesso resistenza alla vendita delle pastiglie perché aveva paura che ci si facesse male. Si trituravano le pasticche di potassio e si mescolavano con lo zolfo. In tasca si aveva sempre anche una piccola pietra piatta che posta sopra ad un mucchietto della miscela esplosiva, ci si poggiava sopra il tacco del piede sinistro che colpivamo poi, di traverso, con quello del piede destro. L’attrito della pietra faceva esplodere la miscela e spesso partiva anche il tacco della scarpa. In fondo a quella che una volta deve esser stata la cavea dell’Anfiteatro, c’era una pietra di travertino triangolare (credo fosse un reperto archeologico). Un giorno arrivo là e trovo gli amici che vi avevano versato sopra le loro boccette e coperto il grosso mucchio di miscela con una pietra. Poiché io ero uno dei più sconsiderati, fui incaricato di salire sul muro per lanciare un grosso sasso sopra allo zolfo-potassio. La botta fu enorme, tanto che fu percepita fino nella caserma dei Carabinieri, che allora era situata prima dell’Arco di Sant’Antonio e molti vetri delle finestre, attorno all’Orto del Prete, andarono in frantumi. Lascio immaginare il putiferio scaturito in tutta Viulpiana, con la gente fuori di casa ed i Carabinieri subito accorsi che ci prelevarono in gran numero, portandoci in caserma. Gli interrogatori si protrassero per ore, perché i Carabinieri erano convinti che fosse esploso del tritolo o un residuato bellico e volevano sapere dove mai, noi, ci fossimo procurato l’ordigno. Taccio, per pudore, sulle conseguenze familiari e le punizioni imposte da mamma. Per giorni seguì una segregazione in casa ed i vicoli di Via Ulpiana e l’Orto del Prete, apparvero come spopolati, silenziosi e quieti come mai stati. Credo fossimo nel 1952/53.

Mario Epifani

 

L’Antologia Tuderte: quanno ‘l calamajo è el còre (Marco Marchetti)

10 Gen

Antologia Tuderte

Scrìi e aricconda un episodio de vita che se riallacci ta la nostra Città e concernente el rapporto sendimendale che ciài aùto o ciài anco’ co’ lìa. L’argomendo nun è vincolato e pote ariguardà le più svariate sfaccettature (meno che quille pulitica e ministrativa) de la nostra comunità tuderte. I laòri non déono esse pubbricati su la paggina del Gruppo “Sei di Todi se……” ma inviati a: jacopino.tudertino@libero.it. Pubbricherò co’ piacere, sul blogghe de Jacopinodatodi, li vostri scritti. Ah, la penna sirà la mano ma ‘l calamajo dèe da esse el core. Grazzie.

Marchetti 2MARCO MARCHETTI

PARLA L’AQUILA (di Marco Marchetti)

“Quanno me tocca tribbolà cocchi mia, tutto el giorno, tutti i giorni c’ha fatto ‘l Signore, a scelle larghe, appiccata ta quil muro, notte e giorno, istate e inverno. Deteme retta, che nu’ lo putesse pruà gnisuno. Tando, ta quill’andro, poéretto, li bracci je l’éano appiccati, io ‘nvece, tieni ‘mbò su quille scelle de bronzo pesandi  ‘ngangarite!Cocchi mia credeteme nun je la faccio piùne. Nun bastasse, pu, m’onno messo tullì ta quilla passata, che quanno tira tramondana da Piazza Garibbardi, te se gelono le recchia, anghi si n’ce l’ho. Però cocchi mia, quille mattine de primaéra, quanno el sole viene sùne da li Mondi Martani e, piano piano, allumina i tetti, el Domo e pu la Piazza, allora me scordo el tribbolà, el core me se sfragne e a l’improvviso…volo.  Volo jù, supra la valle e arvedo el Tevere che scegne jù verzo el Forello, ch’è armasto supperjù comm’era allora. Allora, quanno ho portato via la tovaja ta quei  villani latri, che voléano fa’ Todi jù ’ntel  Piano, fortuna c’ero io, sinnò sul colle, co’ ‘ste capocce, ce facéano la zona ‘ndustriale. Volo supra Mondesando, el tijo, supra San Giacomo, la Conzolazzione e pu la Rocca. Me accoàccio ‘n po’ su pe’ la punta del cambanile de San Fortunato e, soddisfatta del giretto, artorno sul patollo, allargo le scelle e aringrazzio Dio de tutta ‘sta bellezza. Comme ‘n guardiano viggilo su Todi, n’ho visti tandi da passà, io ve arconosco tutti, quindi volete bene ta Todi, nun fate i somari, perché si scegno jù so’ cacchi amari.”
Marco Marchetti

Lo sportarolo Tiburzio Sguazzetto

8 Gen

Sportarolo

LO SPORTAROLO

Leggenno un libbro del concittadino Pirro Priore Alvi, el qualo fa riferimendo tal cronista Gio Battista Canco Alvi, sorte fora, col nome de Tiburzio Sguazzetto, testo particolare perzonaggio todino. Ce truàmo allincirca ‘ntel millesettecendoquaranda e Tiburzio, in giòine età, fa el bajolo, lo sportarolo. Un mistiere, de quilli tembi, che lo ‘mbegnàa a straportà le borze de la spesa dal mercato a casa de li ricchi. Me viene da penzà ta li portabborze de li pulitici de ojijòrno (lassamo perde va!). Più avandi addivenne, facenno carriera, facchino de palazzo. Sguazzetto fùne pu famoso p’esse un ottimo scolatore de buttije de vino e tando pe’ restà in tema, nun disdegnàa de assaggià la varie bondà de le spremute d’ùa. Fùne un precurzore de li moderni enologhi. El cronista Alvi lo mentova anghi comme un imbattibbile giocatore de morra, col viso arrubbizzato (paonazzo perché brillo e ‘nfervorato dal gioco). Li sfidanti arriàono da tutto el contado ma lùe li battéa uno diedro l’andro. Morze a Roma ‘ndel millesettecedosettandatré e sulla sua lapide fu scritto testo epitaffio in latino, da me tradotto un po’ a la carlona: “Triburtio Sguazzettio, fijo de Sguazzetti. In prima età fu sportifero (portatore di borze), pu s’elevò a bajolo de palazzo. Nel gioco de la morra nun era siconno ta nisciuno. O viandante fermete, tucquìne riposa Tiburtio Sguazzetto, eternamente assetato, assaggiatore de vino.”
Jacopino Tudertino