Archivio | giugno, 2016

IL NAIA (di Diego Calcagna)

30 Giu

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Diego Calcagna
Diego Calcagna, nacque a Ercolano, al Miglio d’oro, dal barone Calcagno Giuseppe e da Maria Concetta Tosti, il 24 maggio 1901. Il padre era capitano marittimo di lungo corso. Nel 1946 l’inizio della sua attività di redattore e umorista radiofonico presso la Radio Rai di Roma, con l’allestimento di programmi di varietà spesso in collaborazione con Dino Verde, Ugo Tristani, Mario Brancacci. Per molti anni tenne la rubrica Mosconi nella terza pagina del quotidiano Il Tempo con lo pseudonimo di Don Diego.

IL NAIA
 Il paradiso e la terra tu
dividi, Todi; sei la frontiera.
La poesia e la virtù
ti guardano da ogni ringhiera.
Si alza una lunga preghiera
al di là delle mura etrusche,
sopra le torri corrusche
del medioevo, la sera.
Verso il Palazzo del popolo vanno
Le stradine sospettose e antiche.
Respingono le braccia amiche
di Jacopone qualunque inganno.
È primavera, il tuo centenario
cipresso tende i suoi rami
ad ascoltare i richiami
di Matelda e di Belisario.
Todi, sorella di Assisi,
capitale della primavera,
posto di arcana frontiera
dei più nobili paradisi.
Tutte queste cose sì grandi,
questa gloria che mai finì,
tu rispecchi, tu raccomandi
ad un fiume piccino così.
Il Naia che scorre ai tuoi piedi
è un fiumiciattolo gonfio di orgoglio.
Qui lo vedi e qui non lo vedi
ora è un fiume ed ora un imbroglio.
Come il gallo non guarda il pulcino,
il Tevere biondo e grande gli è accanto:
ma ignora questo fiumicino
che scorre nel comune incanto.
Il Tevere non sarebbe il Tevere,
dicono i contadini di là,
se il Nera non gli desse a bere
e il Naia piccioletto lo sa.
Il piccolissimo fiume Naia
è irregolare, c’è ora e non c’è.
Ora è grosso ora par che scompaia,
torrentello senza un perché.
E siccome tra gigli e mughetti
le ore non voglion passare
Il Naia lontano dal mare
legge i romanzi a fumetti.
Todi, ghirlanda di gloria
E di bellezza che mai finì,
perché ti specchi sopra la boria
di un fiume leggero e breve così?
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Cenni storici sulla nobiltà di Todi (di Filippo Orsini) pagina quattro

13 Giu

Cenni storici sulla nobiltà di Todi (di Filippo Orsini) pagina quattro

La controversia sulla preminenza o equiparazione di rango fra i due collegi si inasprì maggiormente tra la fine del 600 e nei primi anni del 700, quando vennero scritti alcuni trattati ed opuscoli che con ridondanti discorsi, anche sulla base di prove documentarie e citando opere di altri studiosi, cercavano di dimostrare l’una o l’altra tesi a favore dei nobili Statutari o dei nobili Compagni. Il nocciolo della questione era la rubrica 70 dello statuto e l’appellativo di “potenti e magnati” dove i nobili Compagni sottolineavano che l’essere inscritti in quella rubrica non era motivo di distinzione e superiorità, ma al contrario vi era la volontà di additare a tutti i cittadini che quei casati erano facinorosi, sediziosi, turbatori della quiete pubblica e soprattutto pericolosi per la stabilità istituzionale del comune. Altro punto dove si poneva l’attenzione era quello riguardante le provanze negli ordini cavallereschi. Infatti sia per la religione stefaniana che per quella gerosolimitana, mauriziana e costantiniana i nobili Statutari non esitavano a presentare anche quarti di nobili Compagni, che venivano indistintamente accettati senza opporre alcuna obiezione o eccezione riguardo al grado della loro nobiltà. Le controversie di rango non erano limitate però al solo primo ceto: il secondo ceto infatti godeva di molti dei privilegi spettanti al primo e non tralasciava a sua volta alcuna occasione per rivendicare una equiparazione di rango al primo ceto patrizio. Inoltre il terzo ceto, formato come si è visto dalle famiglie di più distinta civiltà, ambiva ad essere riconosciuto anch’esso come nobile, alla pari col secondo ceto, ed a distinguersi più decisamente al quarto ceto, che comprendeva le famiglie civili, i commercianti, i medi proprietari terrieri, ed i più ricchi e distinti artigiani. Le controversie fra il secondo ed il terzo ceto portarono, come nel caso delle controversie fra Compagni e Statutari, alla produzione di testi ed opuscoli a sostegno delle proprie tesi. Significativo fra questi fu il dialogo fatto dalli signori Ernesto Lealdi che parla per la prima classe nobile e per la seconda ed Ascanio Turbati che parla per la terza e quarta del 1743, che ebbe, dato l’argomento, ampia circolazione tra gli esponenti dei ceti nobili e cittadini, nascendo nell’ambito delle vivaci polemiche interne ai ceti. Nell’operetta il Lealdi, rappresentante del secondo ceto, argomenta e difende le prerogative della seconda classe e della nobiltà, e la sua separazione e superiorità sulle altre classi che, rappresentate da Ascanio Turbati, ambivano ad acquisire lo stesso trattamento della seconda classe, nonostante le differenze di prerogative e la palese non omogeneità di condizione di molti dei loro esponenti. Al termine del dialogo, attraverso uno schema grafico, si dimostrava come il genere nobile tuderte fosse diviso in due specie, ossia la prima classe, a sua volta suddivisa nel Collegio degli Statutari e dei Compagni, e la seconda classe che condivideva con essa gran parte delle prerogative e quindi di rango quasi uguale. Del tutto separata dalle due specie nobili era la cittadinanza divisa in terza e quarta classe. Abbiamo quindi visto come a Todi, dall’ultimo quarto del XVI sec., partendo da un unico ceto di cittadini, si formò la divisione della cittadinanza in quattro ceti di rango degradante: il primo e secondo nobili, il terzo e quarto civili. Il primo ceto era definibile come nobiltà patrizia o di primo grado, essendo considerato di rango superiore rispetto al secondo ceto; quest’ultimo invece era nobiltà generosa di secondo grado, definita anche cittadinanza nobile, ed era considerato di rango nobiliare inferiore rispetto al primo ceto, divisione che rimase stabile, pur con le suaccennate controversie interne, fino alla riforma Leonina dei reggimenti delle città degli Stati Pontifici. Dopo la riforma di Leone XII la cittadinanza Tuderte fu divisa in tre classi, che accorparono le quattro precedenti: la prima classe nobile ricomprese le antiche prima e seconda classe, mantenendo però una distinzione interna fra patrizi (gli antichi Collegi degli Statutari e dei Compagni) e nobili (la cittadinanza nobile ovvero nobiltà di secondo grado), la seconda le famiglie civili, la terza le famiglie appartenenti a quella che oggi definiremmo piccola borghesia cittadina e rurale. La questione dei ceti nobili tuderti fu definitivamente chiarita soltanto nel 1906 dalla Consulta Araldica del Regno che inizialmente, nell’affrontare il tema della nobiltà di Todi, riconobbe, dopo la relazione del conte Connestabile, l’esistenza della semplice nobiltà civica limitata alla prima classe. L’accorpamento dei primi due ceti in seguito alla riforma Leonina spiega l’errore del conte Connestabile, che aveva ritenuto di riscontrare a Todi l’esistenza della sola nobiltà, non comprendendo che nella prima classe erano confluite le due antiche classi della nobiltà di primo e secondo grado. Tuttavia apparve subito evidente la non aderenza della relazione alla realtà storica. Riesaminato il caso ed ascoltata una nuova relazione fatta dal marchese Antinori, fu sancito spettare alle famiglie della città umbra il titolo di patrizio per i casati ascritti all’antica prima classe ed il titolo di nobile per quelli dell’antica seconda, esteso anche alla terza e quarta classe, anche in relazione alla presenza nella terza classe di diverse famiglie già nobili di per sé e che avevano fatto quarto nobile nei processi di Malta e Santo Stefano .

Piazza: manifestazioni nel tempo

10 Giu

1911 la banda di Todi

1911 – La banda

1915 (cerimonia partenza per la guerra 15-18)

1915 – Cerimonia partenza per la guerra

1923 Cerimonia fascista negli anni 20

1923 – Cerimonia fascista

1924 anniversario  della Vittoria SI

1924 Anniversario della Vittoria

1924 Processione Madonna del Campione

1924 – Processione Madonna del Campione

1928 Ricevimento todini lontani

1928 – Ricevimento todini lontani

1930 circa (Manifestazion e ginnica) SI

1930 – Manifestazione ginnica

1933 (centenario visita di Ariosto).a

1933 – Centenario visita dell’Ariosto

1934 (saggio ginnico)

1934 – Saggio ginnico

1936 (manifestazione antinglese)

1936 – Manifestazione anti inglese

1938 Celebrazione 4 novembre

1938 – Celebrazione del 4 novembre

1938 Processione Corpus Domini mm

1938 – Celebrazione Corpus Domini

1938 Settimana del giovane

1940 saggio ginnico della GIL

1940

1942 Celebrazione Jacopone da Todi

1942 – Celebrazione di Jacopone da Todi

1942 Gioventù femminile diocesana di AC

1942 – Gioventù diocesana femminile

1949 (la festa della matricola)

1949 – Festa della Matricola

1952 14 ottobre (Suona la Banda dei Carabinieri)

1953 Corsa dei carrettini 3

1953 – Corsa dei carrettini

1958 Piazza Grande nel 1958 (manifestazione per autostrada)

1958 – Manifestazione per autostrada del Sole

1960 (anni sessanta) Primo Maggio

1960 – Corteo Primo Maggio

1962 Manifestazione contadina

1962 – Manifestazione contadina

1975 Umbria Jazz

1975 – Umbria Jazz

1981 Piazza Grande nel 1981 (visita di Papa Giovanni Paolo II)

1981 – Visita di Papa Giovanni Paolo II

1990 Piazza con il tornado nel 1990

1990 –Un tornado in piazza

1994 Todi (manifestazione contro il nuovo ospedale)

1994 – Manifestazione contro nuovo ospedale

Manifestazione femminista

Manifestazione femminista

Piazza GRande (raduno vespistico)

Piazza Grande dopo la Messa domenicale (anni cinquanta)

1950 – La domenica dopo la Messa

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2011 – La pista del ghiaccio

1911

2011 – Raduno 500 FIAT

2013

2013 – Pallacanestro in piazza

2016 Torneo di calcetto

2016 – Torneo di calcetto

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2016 – La notte bianca

2017 Cena in bianco

2017 settembre – Cena in bianco

Piazza Grande quanno c'era la festa de l'ùa

La festa dell’uva

Ruzzolone in piazza

Il ruzzolone

 

Sonetti e andro de Jacopino

3 Giu

TODI ANNEBBIATA

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Ma comm’è triste Todi quanno piòe
e c’è la nebbia ‘nzino a su la Rocca.
In giro n’ c’è un cristiano che ciabbocca
e n’tira mango el vendo a falla smòe.
Te mette ‘na mistizzia, un malumore,
co’ Piazza, stràe e li vicoli deserti!
Trìllichi ma li passi tua so’ incerti.
No, nun se pole. Te ce piagne ‘l core.
Allora t’engammini pe’ jì’ a casa,
addòe magara avvamba el camminetto
e pòi asciuttatte l’ossa a bracia spasa.
O primavera, guarda che t’aspetto,
p’arivedella, Todi mia, pervasa
dal zole, bella comm’un giardinetto.
Jacopino Tudertino 28 dicembre 2012
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LA VERITÀ  E L’AMORE  (da un pensiero di Alda Merini)
Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle, sentire gli odori delle cose, catturarne l’anima. Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo. Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore.
Alda Merini

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Si tu sacci ascordà el vendo
che la tua pelle accarezza,
si arispiri anghi la brezza,
doppo arrìa turbolendo
el prifumo de le cose
comme si fussero rose.
E si te, ‘ntel tuo prifonno,
chjappi l’anima e, vitale,
el contatto pròi carnale
grobbarmende co’ ‘sto monno,
sendi allora quil tepore
ch’è la verità e l’amore.
Jacopino Tudertino 03 marzo 2013

 

GHERFI E GHIBBILLINI

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Si passi quanno è notte in Piazza Grande
e chjuti l’occhi e acuzzi un po’ le recchia,
te pare de sendì strisi de bande,
jùppe le stràe de la Vallata vecchia.

‘No scarpitìo dei ferri dei cavalli,
lo sferracchià de l’armi indé l’agguato,
‘na lotta jìta avandi a più intervalli,
crìa e pu’ silenzi, segni der passato.

Fu ‘sta Città de granne gròlia onusta.
Illustri l’omi d’arme e i cittadini,
vandano sandi e eroi, storia vedusta.

Mo so’ passati i secoli e i todini,
(comme se dice?) cosa bona e giusta,
proseguono a fa’ i Gherfi e i Ghibbillini.

Jacopino da Todi 3 giugno 2014

L’OMBRA

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L’ombra, nun parla màe ma nun te sfianca.
Sta sembre accando a te, nun t’abbandona.
La luce batte e lìa se posizziona,
l’artrùi de diedro, avandi, a dritta o a manca.
Essa, laddo’ vai te, te viene appresso,
fedele amica pe’ ‘na vita ‘ndera,
una cumpagna da mattina a sera
che addivide ogni grolia e ogni inzuccesso.
Comme si fusse l’anima gemella,
te fermi e lìa se ferma e quanno arvai
che fa? Te segue, fa da sentinella.
M’appena un po’ de luce più nun ciài.
comme calasse jù ‘na tapparella,
l’ombra sparisce e solo t’artruerài.
Jacopino Tudertino 24 ottobre 2012

 

PESSO

La tera gira

Ce penzerò dimano o, mejo, pesso.
Che prescia c’è? Ma che me casca el grano?
Oji pioicìna e c’è ‘n vendo africano,
n’ciò voja proprio a fallo, lo cunfesso.
Dimano, si la pruvvidenza vole,
sirebbe ‘l giorno sando del riposo
e de ‘ste cose saccio rispettoso.
Rota la terra, mica gira el zole.
Allora, si ce sta l’oji e el dimano,
c’è tembo e pace pe’ fa’ quisto e quillo
e si c’è tembo, mejo annacce piano.
La vita è un lambo e vojo jì tranguillo
e nun pijà le cose sottomano.
Pesso! No, nun me stete a fa’ l’assillo.
Jacopino Tudertino – 01 giugno 2013

 

CHI MÁE SIRÁ ‘STO JACOPINO

Aquila

L’ipòdisi e i suspetti so’ ‘na fracca
ma vùe nun c’éte el dubbio, gende mia,
che Jacopino nun sìi lùe ma lìa?
Detime retta, io sto ta la risacca
e vùe penzate me ne stìi in muntagna,
magara nun al mare ma in cambagna.
Mo, quanno me s’appioppa un nome o un andro,
ma fate sbudellà da le risate
che dite, dite ma nun ciazzeccate.
Pozzo chjamamme Mario oppuro Sandro.
A chi je piace de penzà tai nomi
più strambalati, sinza cognizzioni,
je dico che capiscio che cià voja
de sta’ a levasse ‘sta curiosità
ma è mejio, chi so’ io, che nu’ lo sa.
Quillo che crede a avé magnato foja
e penza ch’io sìi testo oppuro quillo,
je poto dì’ de stassene tranquillo.
No, nun so’ Gomezze, Chicchioni o Retti.
Nemmango so’ Epifani né Burioli.
Vùe stete comme Pindaro a fa’ i voli
ma nun so’ Orsini e mango Tofanetti.
Jacopino è un poetucolo. Che vale?
Carcuno se la pô pijà anghi a male.
Lassate che arimanghino le cose
accusì comme teste stonno desso.
Che màe ve frega chi è ‘sto menzo messo
e pu scuprì che nun so’ fiori e rose?
Che senzo cià la cerca a Jacopino?
Ve abbasti de sapé ch’è un tudertino.
Jacopino da Todi 28 giugno 2014

 

LE BESTIE SO’ LORO

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Vojo bene a le bestie e a l’omo meno,
che inzozza parchi e vie de cacca e piscio.
Fusse per me, con un bel “busso e striscio”,
a ‘sta vergogna, metterebbe un freno.
Ma che ce stonno a fa’ le guardie urbane
si n’so’ capaci a daje sul groppone
ta chi de l’animale fa el padrone?
So’ loro li zozzoni, mica el cane!
Devrebbeno avé drieto la paletta
e la merda ariccoje ‘ndun sacchetto,
col chitte fatto apposta da “usa e getta”.
Ce vole senzo civico e rispetto
sinnò la démo a loro la porpetta,
che certi la darebbeno al canetto.
Jacopino Tudertino

 

 

LA ROCCA

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La Rocca! Nun se pote più guardalla
de comme l’onno ardutta. Quandi potti
se so’ spassati a ‘nguattarella o a palla!
Mo ‘nvece so’ li giochi tutti rotti,
li muri co’ li scritti, tutta erbaccia,
le steccionate rotte. Sissignori
e d’un Sereno nun ce propio traccia.
Lue che curàa viali, arberi e fiori,
lo spiazzo, la Pineta, li Leoni.
Facenno ‘l giro de la Passeggiata
resti sturbato e, p’esse propio boni,
je manni ta chi ha corpa ‘n’inculata
e penzi: “So’ ‘na massa de cialtroni”.
perché la Rocca va più rispettata.
Jacopino Tudertino – 2014

 

DO’ ABBIDA EL VENDO?

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Te ne stai fora in Piazza al bar e lùe
sbuffanno arrìa e te carezza in faccia.
Se ferma, pare jìto, fa bonaccia
e pu riecco le folate sue.
Cià voce el vendo, parla, te bisbija,
ricconta mille fatti ch’ha viduti
passanno pei paesi più sperduti.
Per arrià tucquì, fa mille mija,
scavalla i mondi de Massamartana.
D’estate soffia tiepido e leggero,
d’inverno è un freddo cane, è tramondana.
Ma quillo che ricconta sirà vero?
Pu, doppo do’ annerà a fa’ la buriana?
Do’ abbita, per me, resta un mistero.
Jacopino Tudertino

 

NENGUE

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Nengue sui coppi rosci, su l’ajole.
Li fiocchi, comme fussero cotoni,
stonno a cuprì li vicoli e i balconi.
Testo è l’inverno. Nengue siddiovòle.
‘Gni biocco pare ‘na farfalla bianca
che scegne jù, svolazza e pu se posa.
La née, co’ lemma, cupre ‘gnicheccosa
e prùi ‘na quete dorce che t’abbranca.
Guasi fusse un zignale de natura,
sembra che quil mandello ‘mmacolato,
arrìi a nisconne tutta la bruttura
de ‘sto monnaccio storto e sregolato.
Nengue. De core spera ‘gnj cratura
che da la née un fior sirà spuntato.
Jacopino 17 gennaro 2013

 

 

La chiàe de casa

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A menzo vicolo c’era casa mia, casa in affitto, s’indenne. Ce stèa un portoncino e pu le scale, ripite e daccapo du’ porte. Una de quiste era quilla de casa, l’andra era de l’abbitazzione de ‘na famija de vicini. La chiàe de la porta de casa stéa sembre ‘nde la toppa, meno che quanno Mamma decidéa che nun potéo scappà e che dovéo armané a casa a fa’ li compiti o pe’ ‘n’andra raggione. Se mettéa la chiàe ‘n saccoccia del zinalone e io subbìo, defatto, un sequestro de perzona. Era ‘na superchjeria, ‘na perzolità. L’istate, pu, doppo pranzo, co’ quil callo che ce stéa, era d’obbrigo d’annnasse a riposà, armeno fino a ‘na cert’ora. La Mamma déa ‘na girata ta la chiàe e tutti sul letto. Lìa mettèa la chiàe sotto el cucino suo e chi voléa Cristo se lo pregàa. Io, che nun ciavéo pace, je scappào via pe’ li tetti e, camminanno supre li coppi, saltanno un pajo de tracaselli, t’arrivào in cima tal vicolo doppo el mio. Scegnéo jù pe’ ‘na finestrella che dàa su le scale dell’urtima casa. Doppo ‘no zombo de un par de metri m’artruào libbero d’annà a riddunamme co’ la cricca de l’andri potti del rione. Era ‘na via de fuga un ticchio risicosa e allora, carche vorta, usào la stradeggìa de riserva. Appena la Mamma s’era appernicata, guatto guatto, m’accostào tal letto e, con mano de fata, je sfilào la chiave da sotto el cucino. Li borseggiatori me facéano ‘na pippa per quanno ero brào a fallo. Mettèo in conto le conseguenze de quista ribbellione, che assuccedéa un jorno sine e uno none e la mia latitanza duràa pu fino a sera tarda, guasi fino a quanno annottàa. Tando le botte nu’ le potéo evitalle e allora mejo godesse più a lungo possibbile la libbertà. Già, la Libbertà! Conquistalla, da quanno monno è monno, cià aùto sembre un costo e la sera, quanno tornào a casa, pagào a caro prezzo (e Mamma riscotéa) la mia conquistata libbertà jornaliera. La chiàe, quanno rientrào, stéa ‘nfilata drendo la toppa.
Jacopino Tudertino

 

LA PRUNELLA

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J’onno affibbiato un nome, scopajola,
ta ‘sta ucelletta. Màe sta solitaria.
Lìa a fa’ l’amore è rivoluzzionaria:
e nu’ la dà via màe ‘na vorta sola.
Doppo che s’è accoppiata e el passerotto
se n’è scappito menzo stralunato,
issa rifà l’amore a perde fiato
co’ ‘n andro ucello passero barzotto.
Diressi de ‘na donna gran mignotta
ma lìa è ‘na passerotta e j’è concesso
de fa’ ‘na botta diedro a ‘n’andra botta
sinza che possa jì sotto processo
de carche moralista, che s’aggrotta,
su quista concezzione de fa’ sesso.
Jacopino 18 lujo 2014

 

LA CANNA LADRA

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Che tembi! Eriàmo pottacci e in carche maniera, durande ‘l periodo de le vaganze, doeàmo truà ‘l modo de fa’ passà le jornate. Oltre a li spassi, come chjapparella, nisconnino, lo stiaffo del soldato, (molto apprezzato era ‘l gioco del dottore co’ le potte) ciaeàmo ‘l pallino d’annà a fregà le frutta ta li condadini. Se jìva a rubbàlle ch’erono angò acerve, tando da fatte allappà la bocca pe’ menza jornata. Ta le parti sotto ‘l Vicolo Bello, lungo la stràa de la circonvallazzione, ce stéa ‘l cambo de Biscotti, protetto da ‘na rete troppo arta pe’ potella saltà. Dillàne ta la rete, a ‘n par de metri, passàa ‘l primo filaro de ùa de la vigna. Endrà ‘ntel territorio nimico, passanno a valle, era un risicho, perché Biscotti perlustràa sune e june, co’ tando de vinco o tortore e curréa comme un lèpore e si te acchjappàa erono cavolacci neri. Ondre a beccatte carche vincata ju le gamme, si t’arconoscéa, facéa la spia ta la mamma tua e doppo ce s’armediàa l’aggiunta a casa. Eriàmo dei saleppichi. Io nu’ lo so chi è che t’anvendato la “canna ladra” ma, de certo, fune ‘n’invenzione da genio. Co’ quilla potèamo fregaje l’ùa, ta Biscotti, sinza che ce potesse chjappà. Comme li briganti mettiàmo ‘l fazzoletto su la faccia pe’ nun facce arconosce. Jiàmo a coje le canne più lunghe che ce stéano e pu, doppo avelle rastiàte de le foje, le spacchiàmo su la cima e je mettiàmo un pezzetto de canna istessa a contrasto tra le du’ parti. Legaàmo ‘l pezzetto co’ ‘no spago, lungo comme la canna, che, tirato, facéa scappà ‘sto legnetto, cosicché le du’ parti, tinute uperte, se ricchiudéano. Se infilàa la canna ladra tramenzo la rete, se puntàa un grappolo, posizzionanno la forcina uperta de la canna sul graspo. Pu, zac! Se tiràa lo spago e ‘l cacchjo venìa ‘ntrappolato. Doppo, s’encominciàa a torce la canna dicquàne e dillane, fino a che el graspo se spezzàa. Parecchie vorte cascàa per terra. Pazzienza, s’aripetéa l’operazzione. Quanno se riuscìa a portà el cacchjo de l’ùa fino ta la rete, ce stèa ‘n andro momendo de difficoltà, perchéne toccàa fallo passà ‘ntel rombo de la rete ma, gracicio pe’ gracicio lo tireàmo fora. Quanni batticori, quande fughe a scapicollo e quande lasche ce so’ costate ‘ste eroiche imprese! Erono i tembi de le canne ladre ma erono canne che nun se fumàono.
Jacopino Tudertino

 

MANGO UN CANE

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1932 – C’era più gente allora che oggi

Piuìccica e fa un freddo, che tembaccio!
So’ jito in Piazza pe’ combrà el giornale,
ho biùto un caffè tal bar Centrale,
pu me so’ chiesto moscio: “Mo che faccio?”
“Che voli fa’?” Me so’ pronto arisposto.
“Nun ce sta mango un cane né un padrone.
In menzo a Piazza, l’unico cojone,
siresti te. Nun stemo a ferragosto.”
Parlanno ‘ndra me e me, comme ‘no scemo,
io me so’ ditto: “Un fatto è piucché certo,
va bè’, sirà noèmbre ma ce sèmo
accorti ch’el futuro è tando incerto?
Che Todi ormàe è arriàta a un punto estremo,
che più che ‘na città pare un deserto?”
Jacopino Tudertino – 21 noèmbre 2015

 

EL MURETTO DEI SGAGGI

1920 Il Muretto

Generazzioni ce se so’ accecciati
su quil muretto fatto a travertino,
magaro a fa’ giojosi a scivolino,
magnà ‘na pizza, tranguggià gelati.
“Dei sgaggi” era chjamato ‘sto muretto,
tullì ‘gni potto e potta, supre a lùe,
cià fatto ai tembi l’asperienze sue.
E ce sirà scappito anghi un bacetto,
perché carcuno, tra risate e scherzi
ciaerà armediato carche pumiciata.
Pe’ certi so’ orimàe ricordi perzi,
pe’ quilli più bardassi è fresca data
e in tandi se rivedono riverzi,
buttati jùne da ‘na spindonata.
Jacopino Tudertino – giugno 2016

 

CONGERTO IN PIAZZA

Congerto

‘Stasera c’è un congerto, canti e soni,
organizzato in piazza dal Potere, 
che penza che pe’ nòe sìi un gran piacere
sendì sonà i clarini e li tromboni.
Arcopiono i romani, quanno i duci,
pe’ fa’ sdimendicà tutti i dolori,
facéono azzuffà li gladiadori
e dèono a sbranà ta beschie truci
li pori cristi drendo al Culosseo.
Lo scenario è diverzo, menomale
ma el popolo nun cammia, é lùe el babbéo
che s’accondenda a rinungià al reale
pe’ asseconnà li duci, a fa’ el plebbeo,
pijanno el condendino musicale.
Aprile 2018