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L’Antologia Tuderte: quanno ‘l calamajo è el còre (Tiziana Sciaramenti)

21 Set

tiziana

TIZIANA SCIARAMENTI

EL CAFFÈ FISOLOFICO DE VIA FIRENZOLA

Quanno se fa sera….e t’accoacci vicino tal camino….o t’appernichi… o te metti a pinzà, me rivedo ragazzetta a sedè su pel pianerottolo de casa mia, a Firenzola. Quanto se stea bene! Voi nun ve potete fa l’idea de che via vai de gente e de firioli che ce stea a tullì. Firenzola è ‘n’a viuzza tamanda bella che va’ para para ta via de Borgo Novo. Io so perché l’onno fatta, anzi battuta co li piedi. E’ n’a via antica de millenni, de fronte a casa mia; c’è stea ‘n’a chiesetta, quilla de San Biagio, che quarcheduno, che ce sai perché, ha spostato popò più là. A Firenzola ce passaono li fedeli e pure li soldati che s’appostaono ‘nte la torre mia pe difenne Todi dall’attacchi dei popoli vicini. Ma tornamo tal pianerottolo. Quanno l’aria se stiepidìa e la buriana dell’inguerno se ne annava scemanno, mentre l’albicocco mio mettea i fiurellini e le violette sbocciaono, el pianerottolo de casa mia se riempiva de gente, de amiche de famija e c’era ‘n chiacchiericcio da mette paura: risate sguajiate, pettegulezzi, el bullettino medico dell’ultimo malato de Borgo.
Tra ‘n’a chiacchierata e n’a risata diceono pure le orazioni, mentre la pora nonna mia, tra un “Padre Abbate e l’altro” recitava el Rosario lascianno pe strada quarche “Ave, Pater, Gloria”. Le comari sedute su pel pianerottolo e su pe le scale portaono el lavoro da fà (la maija a li ferri, el mirletto all’unginetto da attaccà tal lenzolo bono de la fija da marità, el golfe da rammendà, li calzoni sgarrati da arcucì e l’erba de campo da sceje). Insomma quisto era. Taijaono e cucieno nun solo ‘nco le mano, ma anghi cò la bocca….spettegulaono a refedoppio. El pianerottolo era ‘n posto do te ‘ncontrai, t’ardunai su, chiacchierai e lavorai. Me pare de sta tulline proprio sto momento. Arvedo la Lella de Romuletto, l’Ada de Picche, l’Ettorina de Angeletto, l’Elina de Chicchinetto, l’Elina del Picchiotto, la Fenella de Angelo, la Chiarina del Sorce, la Rosetta de Giulio suo, la Gina de Mangiabene, la Lisetta de Lisandro, la Lina de Rossini, la Teresella anima santa de tutti, l’Anita de Longari, la Liliana de Mosconi… e vedo la zia mia, la Leontina, direttrice moderata de sto “Caffè Filosofico de via Firenzola” Arsento le voci, le chiacchiere, rivedo casa mia piena de gente e de allegria…. Mo m’allontano dal foco, sinnò me pija male e m’abbacchio popò. C’era ‘na volta Todi Bella, Todi Semplice, Todi Antica.. e c’era n’a volta pure el pianerottolo de casa mia.

 

CARA TODI TI SCRIVO (luglio 2018)
Cara Todi tu eri quella dei commercianti che andavano a lavorare a braccetto, degli artigiani che, di buon ora , si svegliavano ed aprivano le loro botteghe con chiavi enormi e toglievano i chiavistelli alle finestre, eri quella dei panni stesi ai balconi, quella che bastava bussare alla vicina se ti mancava un po’ di sale e ne uscivi con ogni ben di Dio, eri quella delle massaie canterine che , con i bigodini in testa ed il battipanni, andavano per vicoli a cercare noi potti…eri quella che quando si faceva il caffè ce n’era per tutti…..e la frutta dell’orto in estate si regalava ai vicini, eri quella con le chiavi sui portoni di casa, quella delle immense tavolate per i vicoli e le piazzette, dove chi partecipava portava n’socché. Eri quella delle lunghe passeggiate fatte a passi lenti canticchiando o parlando. Eri quella della Santa Messa in Cattedrale, nei giorni di precetto, dove si andava con il “vestito bono” e poi di corsa a comperare le paste da Biganti e due Bacetti Perugina da Nando. Eri quella del cinema al Teatro Comunale la domenica pomeriggio, appuntamento al solito posto..il negozio di Piero e della Tilde Caporali..bello, grande, profumato di mobili nuovi fatti a mano. Eri la Todi degli amici per sempre, dei grandi giuramenti, delle risate, delle sedute spiritiche, del “tutti per uno, uno per tutti”, dei primi amori, dei baci rubati sulla Rocca…del Greenish Club…della disco music, degli interminabili slowwwwwwwww, del muretto degli sgaggi dei PX, dei giri in due sul Garelli…dei club. Eri quella della pizza al pomodoro di Chinea, della pizza al rosmarino di Italo, dei coni gustosi di Sandro Pianegiani, delle sigarette della Bettina…Tu Todi eri questa e ci cullavi con la tua complicità. Eri una Todi laboriosa, affaccendata…mai frettolosa eri una Todi tutta da vivere. Questa Todi non c’è più…e mi manca e fa male…ma sono felice di averla vissuta…sì, perché noi, quelli della mia generazione, l’abbiamo vissuta così! Bonanotte potti!

UNA LETTERA A L BABBO (febbraio 2018)

Questa foto logorata dal tempo, profuma di te. Non ci crederai ma se chiudo gli occhi torno bambina. Sento l’aroma inconfondibile di quel luogo, odore di shampoo al miele e camomilla, di lacca, di brillantina Linetti, di dopobarba Mennen, della schiuma da barba fatta allora con “appositi tocchi” di sapone bianco candido; rivedo il contenitore d’alluminio dove tu, miscelandovi acqua calda la preparavi all’uso con mano veloce ed esperta.

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Rivedo i tuoi pennelli dalle setole lunghe e morbide, le tue macchinette che, ogni sera portavi a casa, smontavi, pulivi disinfettavi e le avvolgevi in un panno bianco, pronte per il giorno dopo….quante volte ti ho visto fare questi gesti! Ti rivedo mentre vai nel retro bottega” lì appesa ad un chiodo c’era una lunga striscia di cuoio nero… vi “arrotavi” i tuoi rasoi…a volte, per non perdere tempo inumidivi con acqua il palmo della mano sinistra e con la destra, rasoio in mano, velocemente, senza tagliarti, lo arrotavi all’interno della tua mano! Ero affascinata dai tuoi movimenti…tanto che un giorno ci ho provato anche io….momenti ci lascio il pollicione ed ho rimediato l’unico scappellotto dato da te! Entro nella tua bottega, le tende, color verde bottiglia piccano…di fronte a me il grande orologio a pendolo dal rintocco rumoroso, alla mia destra le tue poltrone, basamento bianco candido, rivestite di pelle blu, i poggiatesta corredati dalla carta rosa, che veniva da te cambiata all’avvicendarsi del cliente…giravi quella rotellina sulla destra; difronte ad esse due grandi specchi a parete, dirimpetto due “lavabi”, si signori proprio lavabi, bianchi candidi dalle manopole lucide color argento. Alla mia sinistra sei sedie di legno scuro ed un tavolino in noce, arte povera, dove immancabilmente erano presenti: il quotidiano del giorno, Oggi, la Domenica del Corriere, il giornale sportivo, Stop, la Cabala…varie ed eventuali. Infine il tuo retro bottega, un piccolo luogo magico pieno di profumi, di cotone, di bottigliette colorate di lozioni profumate, dei tuoi tagliacapelli bianchi, rosa, celesti e gialli, de tuoi asciugamani bianchi candidi stirati alla perfezione….e dove un Babbo Natale frettoloso nascondeva i suoi doni! – Il barbiere è un lavoro “pulito” da signore, vai in giacca e cravatta, deve esserci pulizia, bisogna avere buoni modi, avere mani leggere ed usare un pizzico di simpatia -. Questo dicevi tu. Eri innamorato del tuo mestiere e lo hai svolto per 75 anni…….e l’ultima barba l’hai fatta a te stesso…avevi 90anni! La foto è del 22 maggio 1946. Eri appena ventitreenne ed avevi realizzato il tuo sogno: una bottega tutta tua! Questo te lo devo papà buono!

tua figlia Tiziana

LA DISCOTECA DE NOIALTRI  (di Tiziana Sciaramenti)

E… mentre a Todi impazzava l’ascolto segreto di “je t’aime moi non plus” cantata dalla voce sensuale di Jane Birkin… andavano di moda i club privati… alias le “discoteche segrete de noialtri”. Trovato, anzi occupato bonariamente un fondo bellissimo in pietra con delle volte mozzafiato in una via segreta (ma non troppo) di Todi; un gruppo di amici e amiche si misero all’opera per l’allestimento dello stesso. Fu un lavorone… ma avendo a disposizione un futuro esperto di designer… un futuro geometra ed un futuro maestro del legno… tutto fu facile e l’effetto fu strepitoso!! Noi ragazze mettemmo a disposizione molto olio di gomito… ed un immancabile” tocco floreale​”.Un sedicente elettricista…nostro amico , mise a punto un fenomenale impianto di luci che andavano dal giallo paierino al verde mela e blu blu notte…ma siccome eravamo “potti risparmiosi, “per essere sincera i maschietti lo erano di più, (chissà perché?) non accendevamo mai o quasi mai…le luci! Era un club privato era il nostro piccolo regno aveva un nome…ascoltavamo musica slow molto slowwwwww. Ci trovavamo lì ogni pomeriggio o quasi e, tra musica, chiacchierate sul perché della vita…(mai fatti discorsi così seri in loco….ma fa scena) partite a carte, sedute spiritiche, balli, tanti balli e chicchere amorose.. varie ed eventuali…siamo cresciuti in allegria ed amicizia. Noi siamo diventati grandi, la casa ha cambiato proprietario…ma lì in quel bellissimo fondo con le volte mozzafiato…c’è rimasta un po’ della nostra allegria e complicità! Il Club venne inaugurato il 21 settembre 1974 ed ogni volta che, come oggi, mi trovo a passare lì…tornano i ricordi…ciao ragazzi!!!

 

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IL CASTELLO DI CAMPI E IL NICCHIO DI TODI

21 Set

IL CASTELLO DI CAMPI E IL NICCHIO DI TODI
(da “I luoghi del silenzio” http://www.iluoghidelsilenzio.it/ )

 

Castello di Campi

Fu antico feudo della famiglia Leoni, com’è attualmente documentato dallo stemma posto sopra il portale d’ingresso. Il nome potrebbe derivare da un membro della famiglia, Campoleone, che con il passare del tempo, assunse la dizione di Campi di Leone. Nel 1313 Monaldo di Filippuccio dei Leoni divenne podestà di Fabriano. Alcuni membri della famiglia sono stati insigniti degli ordini cavallereschi di Santo Stefano (Trailo e Giacinto) e di Malta (Fortunato nel 1733). Il castello si trova nelle vicinanze di Casemasce, villa fondata nel 1470 da Mascio di Matteo di Acqualoreto. Nelle vicinanze venne scoperto nel 1512 un grande marmo, il Nicchio di Todi, oggi sistemato nella Città del Vaticano, cortile di Belvedere. Nel maggio del 1565, transitò per Campi Cipriano Piccolpasso, provveditore della Rocca di Perugia, incaricato dal 12 aprile di provvedere alla rilevazione delle città, dei castelli e delle rocche situate nella provincia di Perugia, raccogliendo una serie di informazioni sullo stato delle fortificazioni e degli armamenti; il 2 giugno giunse a Terni restandovi per circa 20 giorni. Posto lungo l’itinerario Pontecuti – Casemasce, svetta con l’alto cassero circondato da un poderoso muraglione di cinta a scarpata. All’interno si trova la secentesca chiesa di Santa Lucia affiancata da un piccolo campanile con arco a sesto acuto. Dai Leoni il castello passò ai Mazzocchi Alemanni. Il professor Nallo Mazzocchi Alemanni, noto studioso di economia agraria, lavorò per molto tempo a Palermo presso l’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano. Attualmente è sede dell’azienda agricola Mazzocchi Alemanni Magdalena e Muzio.

 

Nicchio di Todi

Il Nicchio, un’edicola marmorea decorata in rilievo di età Giulio-Claudia, fu trovato nell’anno 1512 vicino al Tevere tra il castello di Pontecuti e il castello di Campi e fu portato a Todi approfittando dei carri che passavano da li con i carichi di pietra estratti a Titignano e che dovevano servire per la costruzione della Basilica della Madonna della Consolazione. I todini lo trasportarono li con l’intenzione di allocarvi li l’immagine della Madonna SS. Della Consolazione; decisero quindi di rasare le immagini profane che vi erano scolpite nelle tre facciate e vi fosse invece rappresentata una croce. Riconosciuto però angusto lo spazio e disapprovata l’idea dall’architetto Bramante che costruiva l’opera del Tempio, fu accantonato e portato in altra sede e successivamente trasportato nei Musei Vaticani dove ancora è visibile. Si suppone che il Nicchio fosse posizionato all’interno di un tempio lungo le sponde del Tevere e che avesse custodito in origine la statua del “Dio Tiberino“. Il Tempio si suppone fosse posizionato nella pianura del Tevere tra il castello di Campi, Pontecuti e Pian San Martino che però una violentissima piena del Tevere lo spazzò via, tant’è che ad avvalorare tale ipotesi c’è anche un piedistallo in marmo ( forse la base della statua) trovato sempre nei pressi del fiume vicino Baschi recante la scritta “D. TIBERINO SAC.”

Raimondo Fugnoli

Le mano mia (Jacopino Tudertino)

30 Ago
LE MANO MIA (Jacopino Tudertino)
El primo viso è quillo de la mamma
che teste mano mia, da pargoletto,
accarezzonno, dorgi e co’ rispetto.
Doppo c’è stata più che carche fiamma,
’na vita de alliciate a quista o quilla,
tande donne a le quale ho dato amore.
Quande carezze pregne de pudore,
gesti amorosi, ma nemmango a dilla!
Pu l‘anni so’ arriàti, io lo so quanti!
Le mano mià se so’ fatte rugose,
malferme, ossute, gracili e tremanti.
Ma so’ arimaste sembre vigorose,
orquanno ciònno d’esse carezzanti
pe’ le nipoti, petali de rose.

ARCO DI DIOMEDE

25 Lug

ARCO DI DIOMEDE

Salendo da Montesanto verso il Tempio di Santa Maria della Consolazione, sulla destra, colpisce la vista un bellissimo arco, opera della metà del millecinquecento. Quest’arco segnava l’ingresso della proprietà di Diomede degli Atti, prete canonico della Cattedrale nel 1538. Diomede fu un uomo di grande ingegno e di corposa cultura che s’impegnò in molte opere di bene. Aveva la grande dote di forbito oratore ed era fratello di Viviano degli Atti, colui che fece edificare il palazzo in Piazza Garibaldi, oggi chiamato Palazzo Pensi. Lo stemma di Diomede degli Atti e l’iscrizione sopra l’arco, confermano che fu un’opera da lui voluta.

 

Via Ulpiana (ora Giacomo Matteotti) nel tempo

10 Mag

1908

1909

1910 Ospedale

1912

1926

1926

1931 corteo storico

1939 Vicolo dei Molini

1947 Vera Valentini

1947 Vera Valentini

1955

1956

1961

1963

1963

1979

1987

2015 Fiera di San Martino

2015

2016

2016

2017 Muretto del callarellaro

Processione

Chiesa della Madonnuccia

Pianta Anfiteatro romano

Pianta di Via Ulpiana

Ospedale

Panorama

La vallata (di Francesco Pianegiani)

9 Mag

 

 

LA VALLATA (Francesco Pianegiani)

Nel trionfo del sole sfolgorante
è accesa tutta quanta la vallata
su cui si aderge l’arte del Bramante.
Dalla cupola bella è dominata
l’ampia distesa verde tudertina
fatta di colli e in fondo coronata,
vigile scolta eterna montanina
dell’Appennino umbro che digrada
dietro nel Lazio fino alla marina.
È una visione che l’anima aggrada
anche se all’occhio è resa familiare
onde il turista, entusiasmato, vada
in piazza Jacopone a riammirare
dopo il tramonto e solitario o a frotte
dove la Cit ha il tempio tutelare
l’incanto proiettato nella notte

Castello di Toscella

8 Mag

 

 

CASTELLO DI TOSCELLA

Si ipotizza che il Castello di Toscella sia stato eretto sui ruderi di un tempio dedicato a Tuscio, figlio di Ercole. Il richiamo alla mitologia greca e romana affascinò gli storici e i cronisti sin dall’inizio del XVII° secolo. Siamo forse condizionati a credere alla fantasia e alla leggenda, cucite addosso alla storia. Gian Maria degli Atti “mentova” una località chiamata Torricella. Forse, si riferiva a quella di Toscella? Non se ne ha riprova. Comunque, Toscella apparteneva storicamente al circondario di San Terenziano piuttosto che a quello di Collazzone com’è attualmente.
Nel 1290 furono “allibrati”, cioè censiti e iscritti a un elenco di contribuenti, ben cinquantacinque fuochi con relativi capifamiglia, presumendo, quindi, che come abitanti ci fossero circa duecentocinquanta toscellesi. Ancora viene chiamato Vocabolo San Donato il sito dove insistevano la chiesa e la canonica intitolata a questo santo. Il castello di Toscella, come gli altri manieri del tuderte, era parte dell’apparato difensivo di Todi che già dal XII° e XII° secolo andava affermando la supremazia sul vasto territorio circostante la città. Tali apparati difensivi sorgevano, solitamente, presso strutture ecclesiastiche, come canoniche e chiese. Toscella, nei pubblici libri comunali di Todi è registrata come “castrum”, poi nel 1574 la si declassò “villa”, poiché il suo ruolo strategico-difensivo era venuto meno con l’assetto istituzionale dello Stato della Chiesa.
Nel XVI° secolo, da documentazioni testimoniali, esisteva all’interno del castello una cappella dedicata a San Biagio appoggiata alle mura castellane che erano state restaurate e forse spostate di qualche metro. Nel frattempo la chiesa di San Donato era crollata e allora, il popolo decise di ricostruirla all’interno del castello. A Toscella e al suo castello appartenevano ampi territori tra Assignano e San Terenziano e quindi, forte dei suoi cinquantacinque nuclei familiari, le fu riconosciuto da Todi un ruolo rilevante, tant’è che nel 1350 vi fu insediato un castellano con la conseguenza dell’istituzione di una concreta struttura militare e amministrativa. Il castellano di Toscella aveva il compito di mantenere l’ordine e applicare la giustizia.
Nel 1536 gli abitanti di Toscella insorsero unitamente a quelli di Castello delle Corti e Todi inviò Lucarello di Iuccio a ripristinare l’ordine. I rivoltosi, per arrendersi e tornare all’obbedienza, chiesero seicento fiorini. Il comune di Todi, per pagare tale riscatto, ricorse a un prestito, al quale contribuirono i ghibellini più ricchi, tra i quali: gli Atti, Francesco dei Conti di Coldimezzo, i Benedettoni e i Ciccolini.
 Jacopino Tudertino (riassunto da “Ville e Castelli”)

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