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‘N ANNO TERRIBBILE

28 Ago

 

 

A seguito de la calata de li lanzichinecchi, ‘nde l‘anno 1527, se patì ‘na caristia epocale. ‘Ntel contado tuderte, ‘ntel periodo che annò da agosto 1958 asettembere 1959, sotto la sferza de la fame, morse tandissima gente. Pe’ sopravvive funno magnati cavalli, somari, cani e gatti. Puro “animali bruti”, scrìe ne’ la cronaca Gian Fabrizio degli Atti, riferennose a li sorci. Drittura, a Piruggia, funno magnate le carni de dui omi ch’erono stati ‘mpiccati. Che brutta beschia ch’è la fame!

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MEDIOEVO VIOLENTO

24 Ago

 

 

Angelo Atti, esponente di spicco della illustre famiglia tuderte, ospitò nel 1530, nella sua casa, situata all’estremità di Piazza Grande, il poeta Ludovico Ariosto in visita alla nostra Città. Egli, nell’anno 1550, ampliò Il suo palazzo, cominciato a costruire dalla sua famiglia nel 1438, fino a giungere quasi a ridosso della scalea del Duomo. Fu certamente un sgarbo nei confronti del potere clericale, essendo gli Atti una famiglia ghibellina. Angelo Atti ostacolò il cognato Pietro Cesi che avrebbe voluto ingrandire la propria dimora che era adiacente alla sua. Il Cesi andò su tutte le furie e ci fu un accesissimo litigio. L’inimicizia ed il rancore dividevano i due cognati e Pietro Cesi covava la vendetta. Finse di volersi riappacificare ed organizzò una battuta di caccia, con compiacenti amici, in quel di Casigliano, dove Angelo Atti aveva una villa. Durante la visita e nel pieno del convivio, ad un suo cenno, i suoi amici massacrarono l’ospite assieme a due dei suoi figli. Alla orrenda rappresaglia sfuggirono la moglie di Angelo Atti ed il figlio più piccolo. Pietro Cesi, per sottrarsi alla giustizia, a causa di questo atto criminoso ed infame, si rifugiò al Quadro e poi a Cascia.

La fossa degli impiccati

11 Lug

 

LA FOSSA DEGLI IMPICCATI

Un piccolo cortile, dietro un cancelletto, è il sagrato della chiesa di Santo Stefano. Edificio romanico della fine del XV secolo, poco fuori di Porta Fratta, fu riportato al primitivo stato con un restauro del 1931. Il fabbricato adiacente alla chiesa, prima di divenire, nel 1470, la casa di un eremita, fu sede di uno dei tanti ospedali del territorio. A destra del cortile c’è un locale a due vani e sul pavimento una fossa sigillata da una grossa pietra. Era chiamata “la fossa degli impiccati”.

I frati Confratelli della Carità prelevavano i cadaveri dopo il supplizio e li gettavano nella capace buca. Riporta un articolo di Manlio Mantilacci, apparso nel 1941 sul mensile “Il Risveglio”, alcuni nomi dei maggiori esponenti della malavita del contado tuderte che dopo esser stati giustiziati vi trovarono sepoltura, come: Andrea della Gatta, Donna Betta di Ceccaccio, Simone di Giovanni, Bino della Zampa, Francesco di Filippo. La fossa degli impiccati accolse le salme di rapinatori, ladri, femmine di malaffare, imputati di maleficio e sgualdrine. Allora c’era la certezza della pena (fin troppa) e non venivano concessi tre gradi di giudizio.

PIAZZA GARIBALDI (già Piazza San Giovanni) nel tempo

6 Apr

1890 Inaugurazione monumento a Garibaldi

1895

1900

1905

1906

1910

1913

1928

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1930

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1930

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1941

1947 Bellezze tuderti

1955

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1957

1957

1959

1959

1960

1963

1964 – Picchiotti Giovanni

1977

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La torre del Podestà bn

 

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Piazza Garibaldi (l'autocorriera dell'Umbria)

 

Piazza Garibaldi (postali)

 

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Piazza Garibaldi gh

 

Piazza Garibaldi jw

 

Piazza Garibaldi m

 

Piazza Garibaldi np

 

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Piazza Garibaldi tempi addietro

 

Piazza Garibaldi

 

 

Picche
Tarquini detto Picche

 

 

LA LEGGENNA DE LA CASCATA DE LE MARMORE

21 Mar

 

LA LEGGENNA DE LE MARMORE

Inzù la rupa stava er pastorello
e scorze stesa ar sole ‘na ciumaca:
Nerina, bella e bionna de capello,
tant’è che lui d’amore se ‘mbriaca.
Velino fa la ronna, fa er baggeo,
ma lei arisponne sempre: “Marameo”.
Lui piagne e fiotta ma lei manco sente.
Tutto annicito allora chiede agliuto
ar dio Cupido ch’arrivasse urgente
pe’ stramutà in amore quer rifiuto.
Lei profidiosa e altera, co’ ‘no strido,
ardice none e fa incazzà Cupido.
Allora er dio, senza perché e percome,
la butta ingiù nell’acqua del torente.
Per questo er Nera adesso cià ‘sto nome.
Nerina è er fiume e va co’ la corente,
tra gnauli e pianti pe’ ‘sta malasorte,
giù pe’ la valle lungo vie distorte.
Ammalappena lui vene a sapello
sbotta in un pianto rotto e disperato.
Le lagrime divenneno un ruscello,
che da le mano umane viè aiutato,
inzino a fa’ un ber sarto, ‘na cascata,
che scapicolla giu pe’ la vallata.
Cascata de le Marmore se chiama,
indo’ el Velino zompa da la roccia
riempenno de vapori er panorama,
mistianno infinarmente, goccia a goccia,
Velino co’ Nerina. ‘Sta vicenna
ricconta de ‘st’amore la leggenna.
Pasquino da Todi XXIV II MMVI

 

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IL LAGO TIBERINO

13 Mar

 

 

LAGO TIBERINO

Due milioni di anni fa, nell’epoca chiamata Pleistocene, la valle umbra del Tevere era invasa da un vasto e profondo lago salato (punto massimo di mille metri). Gli studi effettuati, in particolare dall’Università di Perugia, imputano a questo invaso la conformità odierna del territorio umbro. Il lago era alimentato da molteplici ruscelli e fiumiciattoli che scendevano dai ripidi pendii degli Appennini. La sua conformazione ci viene rilevata da osservazioni satellitari che dimostrano quale essa fosse, osservando le attuali configurazioni del territorio dell’Umbria. Il lago Tiberino o dell’Umbria, come viene chiamato, iniziava nei pressi di San Sepolcro e proseguiva verso Città di Castello a Perugia. Poi deviava e si prolungava con un braccio verso Assisi, Foligno e Spoleto. Un altro braccio si riversava verso Marsciano e Todi fino ad Acquasparta, San Gemini e Terni. La cartina prodotta è un’attendibile sua collocazione e conformazione. Si presume sia scomparso circa 400.000 anni fa, quando il progressivo sfondamento del Tevere presso Todi, attraverso la gola del Forello, segnò la fine di questo antichissimo bacino, lasciando paludi ed acquitrini e disegnando il nuovo percorso del Tevere.

Li castelli de Todi: Mezzanelli

1 Mar

Da: “Todi e i suoi castelli” di Franco Mancini

Mezzanelli fu fondato circa il mille dai nobili Rapizzoni: appartenne alle terre Arnolfe. Il paese è situato in alto e domina il sottostante piano, su cui scorre la Naia (torrente che ha origine dai monti Martani, a occidente di Portaria e si getta nel Tevere presso Pontecuti, dopo un percorso di ventotto chilometri).Per lungo tempo il castello fu proprietà di un ramo della famiglia Baschi (i cui membri, peraltro, si distinsero con il nome di Conti di Mezzanelli): nel 1551 Torquato di Paride, conte di Baschi, vendette la metà di questo suo feudo a Isabella Liviani e a suo marito Gian Giacomo Cesi.
Panorama di Mezzanelli
Demolito a più riprese nel 1447 e nel 1451 dal Comune di Todi e da quello di Spoleto, Mezzanelli venne poco dopo (1467) riedificato a spese dei suoi abitanti. Ma l’anno 1500 fu nuovamente assalito e distrutto dalle truppe di papa Alessandro VI, che avevano conquistato Acquasparta. La chiesa parrocchiale di San Filippo e Giacomo, come del resto le diroccate mura, non presenta particolari degni di rilievo.

 

Mezzanelli – Il castello