AVVENIMENDI DE JERI IN CITTÀ (Fojo uno)

26 Feb

2 gennaro 1862 – Fune fonnata la Società del Mutuo Soccorso tra artiggiani e operaji. Li promotori funno: Angelo Angelini, Adriano Antonini, Paolo Leli, Girolamo Dominici e Bonaventura Umani.

13 gennaro 1885 – Nascette la Società di Tiro a segno nazionale pe’ opra de: Paolo Leli, Vittorio Ciampini e Primo Giazzi.

21 gennaro 1894 – Fune inaugurata la Mostra Mandamentale Agricola-Industriale-Artistica ‘ntel novo palazzo de la Congregazzione, già spedale de Sanda Catirina. La mostra durò fino al 5 de febbraro.

23 gennaro 1638 – Fijo de un modesto falegname nascette l’architetto Francesco Sforzini. ‘Ntel 1676 ricostruì il Teatro Stabile dei Signori. Alla sua inagurazzione del 1678 fu data un’opera dòe funzionarono diciassette macchine teatrali, tutte ‘nvendate dallo Sforzini.

28 gennaro 1923 – Furno terminati i laòri de la costruzzione de la scalea de San Fortunato, opra disegnata da l’architetto Cesare Bazzani.

1 febbraro 1498 – El commune de Todi mannò messer Gianfabrizio degli Atti a conzegnà ta Bartolomeo D’Alviano, comme regalo de nozze de la città de Todi, due coppe d’argendo con lo stemma cittadino.

6 febbraro 1901 – Furno terminati i laòri de ricopertura col piommo de le cupole del Tempio della Consolazione e de andri restauri, sotto la dirizzione de l’ingegnere Agostino Lami.

 

LA LEGGENDA DI TODI SECONDO MARCUS TERENTIUS VARRO (nato 116 a.C. – morto 27 a.C.)

6 Feb

LA LEGGENDA DI TODI SECONDO MARCUS TERENTIUS VARRO (nato 116 a.C. – morto 27 a.C.)

Porsenna, fratello del re di Chiusi, cacciato e fuggitivo giunse presso la località chiamata Collemezzo. Mentre i suoi uomini erano intenti a segnare la cinta delle mura della città che voleva fondare, un’aquila ghermì un telo del cantiere e volò imperiosa verso un alto monte, lasciandolo poi cadere sulla sua cima. Come segno di protezione, Porsenna vide l’aquila che inseguiva e uccideva altri rapaci, cacciandoli dal cielo che sovrastava il monte. Egli interpretò questi eventi come buoni auspici per una città protetta dai numi e forte nell’arte della guerra e decise di costruire lì le prime fondamenta delle mura e, insieme ai suoi pochi seguaci eresse un’altissima Rocca ed il monte fu chiamato Aventino, dal latino “adventare” (giungere). La fertilità del territorio circostante favorì lo sviluppo demografico, tanto che in poco tempo gli abitanti divennero oltre diecimila. L’abitato aveva bisogno di un nome e allora Porsenna nominò cinquanta senatori che dovevano, dopo aver invocato gli dei per un propizio segnale, decidere quale nome dare alla nuova città. Trascorsero quindici giorni senza che i senatori ricevessero un segnale divino, tanto che presero la decisione di tornare a Collemezzo. Giunti presso un crocicchio nel bosco, uno dei senatori più venerabile esclamò: “Dove stiamo andando? Invochiamo nuovamente i numi affinché si ricordino do noi”. Appena pronunciate queste parole uno stormo di todi, nobili uccelli, comparve volando quasi a sfiorare le teste dei senatori. Accolto l’auspicio ritornarono verso l’Aventino e dopo questo evento la città fu chiamata Toderizia e gli abitanti vissero pacificamente, moltiplicandosi, per oltre venti lustri.

I CACCIATORI DEL TEVERE

24 Gen

CACCIATORI DEL TEVERE

 

I CACCIATORI DEL TEVERE

Il 22 di settembre del 1860 la Commissione municipale al governo della Città, con a capo il gonfaloniere Girolamo Dominici, coadiuvato da Cesare Paparini, Luigi Tenneroni, Vincenzo Luzi ed altri emeriti cittadini, riunitasi a palazzo, emesse un comunicato con il quale informava i tuderti che gli stranieri (straniere masnade) erano stati cacciati e dunque Todi era parte integrante dell’Italia redenta. Determinante fu l’azione dei Cacciatori del Tevere, un gruppo di volontari umbri e toscani che affiancò l’esercito Sabaudo nella liberazione di Todi e dell’Umbria. A capo di questi eroici uomini che scrissero una pagina luminosa nella storia per la lotta per l’indipendenza e l’unità d’Italia, c’era l’assisano colonnello Luigi Masi. I Cacciatori del Tevere, in pochi giorni conquistarono Orvieto, Bagnoregio, Montefiascone, Viterbo, la Teverina, Amelia, Magliano Sabina, Civita Castellana, Tuscania, Tarquinia e altre località della Tuscia, fino a Fiano Romano. Il cinque di novembre si svolse il plebiscito con il quale, quasi all’unanimità, gli aventi diritto al voto, sancirono l’annessione del territorio umbro, del quale Todi faceva parte, al Regno d’Italia. Pochi giorni dopo l’esito del plebiscito, Todi ricevette la visita del Commissario del Re ed in quella occasione ci furono grandi festeggiamenti. Girolamo Dominici, di fatto, fu il primo sindaco tuderte appena dopo l’unificazione dell’Italia.

LA FONTANA DEI ROGNOSI (di Benedetta Tintillini)

17 Dic

LA FONTANA DEI ROGNOSI

Grazie all’Associazione Toward Sky che l’ha individuata nel 2014, Todi si riappropria dell’antichissima Fontana dei Rognosi, o di Summuro, di cui si era persa totalmente memoria.
Grazie ad una corposa serie di documenti rinvenuti dall’archeologo Valerio Chiaraluce e dallo storico Massimo Rocchi Bilancini, relativi ad un contenzioso fra i frati domenicani di Santa Maria in Camucia e le suore agostiniane della SS. Trinità che se ne contendevano le acque, la fontana di Summuro (sotto muro) o dei Rognosi è tornata a nuova vita.
Addossata alle mura romane della prima cinta (da qui il nome di Summuro), la fontana era meta di persone affette da malattie della pelle quali la scabbia, per le doti medicamentose che venivano attribuite alle sue acque. Originariamente posta 3 metri sotto l’attuale livello di via di Mezzo Muro, dell’antica fontana attualmente si offre alla vista solo la parte apicale della volta che la ricopriva, riaperta grazie all’impegno ed al duro lavoro dell’Associazione Toward Sky che ha tolto la tamponatura che chiudeva la fontana e svuotato completamente la cisterna, oltre a corredare il monumento di una targa esplicativa in lingua italiana e inglese.
Le prime notizie della Fontana dei Rognosi compaiono in un documento del 1297, anno nel quale i cittadini vollero fosse riparata, e continuò ad essere un punto di riferimento importante per i cittadini di Todi fino alla fine del 1700 quando, a causa della scarsità di acqua e della scomodità di utilizzo a causa dell’accumulo dei detriti davanti ad essa, si decise di chiuderla definitivamente.
Dal 15 dicembre, giorno dell’inaugurazione ufficiale del restauro, un altro piccolo tassello della storia della città torna a ricollocarsi, grazie alla passione ed alla dedizione di Valerio Chiaraluce e Massimo Rocchi Bilancini che, non nuovi a questo tipo di scoperte, uniscono l’entusiasmo e la competenza alla voglia di fare, impegnandosi in prima persona nei faticosi lavori di ripristino e restauro, allo scopo di donare alla città un nuovo monumento, una nuova occasione di promozione ed un nuovo frammento della sua millenaria storia.
Benedetta Tintillini

LEOPOLDO, GAGÀ DEL PRIMO NOVECENTO

9 Dic

LEOPOLDO, GAGÀ DEL PRIMO NOVECENTO

Leopoldo, tuderte verace, alias Figaro per il suo mestiere di barbiere, era un bel e aitante giovanotto. La sua storia d’amore è degna di essere raccontata, anche perché generò un figlio che ha lasciato il segno sulla storia della nostra Città per la sua versatilità che lo annovera scrittore, attore e musicista di pregio. Tornando a Leopoldo (si era intorno al 1914) fu complice di questa storia il carnevale. Infatti, durante un ballo a Marsciano, che era una serra di belle e prosperose fanciulle, conobbe Egeziade e entrambi furono colti dal fatidico colpo di fulmine. Leopoldo, come si soleva allora, presentò all’amata una romantica dichiarazione d’amore che conquistò definitivamente la bella fanciulla marscianese. Però, come tutte le grandi storie d’amore, ad ostacolare questo rapporto sentimentale insorse la madre di Egeziade, rampolla nobile di origine tuderte. La contessa Ernesta si fregiava di radici che la legavano al Conte Mortini, alle famiglie Comez, Cabassi, Branzani e Ercolani. La sua collocazione tra queste famiglie nobili tuderti non le poteva consentire di accettare che sua figlia andasse sposa ad uno squattrinato barbiere. Ma l’amore non tiene conto dei blasoni né dei portafogli gonfi di denaro. Infatti, appena Leopoldo torna dalla guerra dopo aver operato nel Carso ed essere stato ferito, Egeziade, ormai maggiorenne, si ribella alla volontà della madre e convola a giuste nozze con il nullatenente Figaro. La foto sul Ponte di Cuti li ritrae durante il loro viaggio di nozze. Si era nel 19 ottobre del 1919. Il frutto di questo amore venne alla luce il 20 luglio 1920 ed al bimbo gli venne imposto il nome di Salvatore. Era nato Tore, figlio di Leopoldo Stella e della contessina Egeziade Cabassi. Una storia d’amore come tante?

 

LEOPOLDO

 

EGEZIADE

 

LEOPOLDO E EGEZIADE

 

TORE STELLA

FONTE SCANNABECCO O SCARNABECCO?

27 Nov

FONTE SCANNABECCO O SCARNABECCO?

Nel 1241 fu podestà di Todi Messer Scarnabecco dei Fagnani, rampollo dell’illustre famiglia bolognese Scarnabecchi. Il cognome è controverso dato che, nel tempo, la Fonte, da lui fatta costruire nel periodo della sua reggenza della città, è stata chiamata: Scarnabecco, Scannabecco e addirittura, come si evince da questa vecchia cartolina, Cornabecchi. Oggi insiste una targa che la denomina Scarnabecco, così come, d’altra parte, si leggeva in una iscrizione posta sulla sua facciata:
“Anno Domini MCCXLI. Fontem istum fecit fieri nobilis et potens vir Scarnabbeccus de Fagnanis a Bolonia, honorabilis potestas civitatis tudertinae. Tempora domini nostri papae Gregorii IX, mense mai.”
“Nell’anno 1241, il fiero, nobile e potente uomo Scarnabecco dei Fagnani di Bologna, onorabile podestà della città tudertina, fece costruire questa fonte. Era il tempo del papato di Gregorio IX, nel mese di maggio.”

Nel 1275, nel rispetto dello statuto, redatto al tempo di Gregorio X, il podestà del momento convocò tutti i muratori della Città e con essi programmò e realizzò l’opera di individuazione di sorgenti di acqua per convogliarle verso la fonte. I possessori dei terreni, sui quali si realizzarono le condutture, non potettero opporsi ai lavori, se non sottostando alla pena di un esborso di cento soldi.

L’ANTOLOGIA TUDERTE: “Quanno el calmajo è el còre” (Fausto Maria Mantilacci)

19 Nov

 

 

 

Guglielmo Mantilacci

IL FERRO DA STIRO

Ricordo la sartoria (così la chiamavamo) con le porte verdi che quando tirava il vento sembrava di andare in Vespa! Ricordo che all’apertura e alla chiusura papà applicata degli sportelloni in legno a protezione dei vetri e di eventuali malintenzionati (non rubava nessuno perché ci si conosceva tutti e gente da fuori non ne veniva). Ricordo i forbicioni pesantissimi indispensabili per tagliare perfettamente quello che sarebbe diventato un vestito con la cimosa stampata Ermenegildo Zegna perché papà Guglielmo fece il corso a Milano proprio da Zegna per prendere l’attestato delle Sartotecnica che lui teneva appeso al muro come un laureato fa con la sua laurea. Ricordo i gessi grigi quadrati da affilare bene perché se lasciavano il segno leggero si potevano correggere! Ricordo tutto come fossi ora lì con lui per bearmi della sua presenza altrimenti rubata al lavoro. Ricordo gli amici che passavano a salutarlo e le risatine provocate da battute che alla mia età non ero in grado di capire. Concludo nella piacevole certezza di ricordare tutto alla perfezione.

La storia, se così vogliamo chiamarla, della giornata di papà iniziava la sera prima di andare a letto.

Va detto che per stirare occorreva un ferro pesante e ben caldo perché non era concesso il minimo errore pena rifare ex novo il pezzo stirato male.

Ricordo il ferro enorme in ghisa usato da lui. La sera si copriva la brace con la cenere contenuta nella stufa di coccio fatta dai Fratelli Lupatelli. La mattina al sorgere del sole si passava la poca brace dalla stufa al ferro aggiungendo carbonella speciale. Il vento o la neve o la pioggia cercavano di provocare qualche parolaccia, ma così era. Il ferro veniva lasciato fuori sulla via quasi a riscaldare la casa di Jacopone, ma sempre controllata affinché la carbonella diventasse brace. Sembra poca cosa ma era motivo di apprensione per papà unico autorizzato a stirare.

Nella vita nulla resta invariato e presto Migliorini propose a papà un ferro elettrico che lui andò a vedere quando per andare a far spesa sotto i Voltoni, passava a salutare Giovenali che stava davanti a Migliorini. Il problema era di due tipi: primo il prezzo è secondo la leggerezza rispetto al vecchio in ghisa. Mesi di parlare in famiglia tra i miei genitori ma alla fine Migliorini convinse il sarto che il calore prodotto dal leggero utensile elettrico avrebbe diminuito il peso.

La decisione fu presa ma mio padre continuò a portare il ferro per molto tempo e credo anche che sperasse in un guasto del marchingegno che non pesava quasi niente ma stirava perfettamente i tessuti di Zegna.

Che tenerezza papà. ….vederti sorridere la prime volte che lo usavi ancora mi commuove! Grazie per i tuoi sorrisi mentre stiravi.

Fausto Maria Mantilacci