L’Antologia Tuderte: quanno ‘l calamajo è el còre (Alfia Cardoni)

11 Ott

Alfia CardoniALFIA CARDONI

 

TRA TERRA E CIELO IN COMPAGNIA DI JOHANN WOLFGANG GOETHE

(di Alfia Cardoni)

Johann è completamente immerso nell’ammirazione della Madonna col Bambino e Angeli di Masolino da Panicale quando Beatrice irrompe nel tempio di San Fortunato barcollando rumorosamente sui suoi decolté neri dissepolti sotto  una pila di comode scarpe da passeggio. E’ entrata velocemente travolta dall’ansia di arrivare puntuale, e ora che se ne rende conto si blocca all’inizio della navata di destra con un’espressione imbarazzata, il viso un po’ piegato sulla spalla sinistra, tirata verso il basso dal peso della cartella da lavoro piena di appunti e programmi. Johann la squadra da capo a piedi con un’espressione di disappunto ___ Ma dove crede di andare con quelle calzature così alte e traballanti e la veste così stretta che non le concede neanche di camminare ___, pensa tra sé, ___ non crederà mica di liquidarmi con una passeggiata nella piazza centrale del paese?!___ Imbarazzatissima Beatrice sta per rompere quello strano silenzio indagatore quando Johann si riprende << Buongiorno signora, non ricordo il suo nome.>> << Mi chiamo Beatrice, signorina Beatrice grazie. >>, risponde lei porgendogli la mano.  <<Scusi signor Goethe se sono entrata così… sì insomma, in maniera poco consona a questo luogo, ma ero sovrappensiero, ho fatto tutte le scale di questo splendido tempio di corsa nella preoccupazione di essere in ritardo e …>> <<Venga signorina.>> la interrompe Johann << venga ad ammirare questo affresco quattrocentesco, guardi che bellissima tonalità di indaco, e il volto della Madonna è così terreno, lei non crede? Non c’è ancora il volume, né i muscoli, la prospettiva è appena accennata, ma il volto della Vergine è di un’umanità incredibile per una pittura del XV° secolo, non trova? >> <<Concordo pienamente, noi tuderti siamo orgogliosi di custodire un’opera degna di essere nominata nei libri di storia dell’arte.>> <<Lei crede che nei suoi conterranei ci sia un così grande interesse per la vostra cultura? Ho avuto modo di osservare voi abitanti del terzo millennio, e mi sembrate talmente presi dalla frenesia del produrre che dubito possiate trovare spazio per coltivare una sensibilità artistica.>> <<Effettivamente c’è il rischio di perdita della memoria storica, soprattutto nelle giovani generazioni, ma per contro abbiamo un’attenzione quasi viscerale verso la cultura, sia da parte delle istituzioni che dei mass media, sì immagino sarà venuto a conoscenza dei moderni mezzi di comunicazione, televisione, giornali, internet, per cui, voglio dire, che  alla fine il messaggio arriva, ed arriva direttamente nelle case di tutti, non importa quale  sia lo scopo finale, se sensibilizzare o semplicemente promuovere business.>> <<Vuole forse puntualizzare sul fatto che ai miei tempi la cultura era relegata in  santuari riservati a pochi eletti?>> <<Lei non crede?>> <<Impossibile negarlo, ma non perdiamoci in polemiche e veniamo piuttosto al nostro programma di visite: cos’ha in animo di farmi ammirare della sua bella città, quando avrà opportunamente cambiato il suo vestimento s’intende!?>> Beatrice dirige lo sguardo su di sé con aria interrogativa e poi per la prima volta osserva l’abbigliamento del suo cliente scoppiando in una fragorosa risata. <<Cosa c’è ora da sghignazzare?>> <<Mi scusi.>> risponde lei non riuscendo a frenare l’ilarità <<Scusi, ….. non mi ero ancora resa conto che lei, …….. sì insomma, ……..  lei indossa  gli abiti della sua epoca, ……… non penserà che io la porti in giro vestito in questa maniera? Rischieremmo di tirarci dietro tutta la cittadinanza!>> <<Allora saremo in due ad essere ridicoli, io con il mio abito fuori tempo, e lei, con i suoi indumenti da funzionario pubblico quando invece ci aspetta almeno qualche ora di escursione su e giù per il borgo.>> <<Ok basta, andiamo oltre.>> riesce a dire infine Beatrice tirando un profondo sospiro e premendo il palmo della mano bene aperto sul petto, quasi a voler trattenere la serietà riconquistata. <<Signor Goethe, non nascondo che per me è un sollievo vedere che in questo suo nuovo viaggio in Italia è cambiata la sua prospettiva artistica, perché vede, la nostra terra, la mia terra, l’Umbria voglio dire, è talmente ricca di stupende opere medioevali che sarebbe veramente un peccato ripercorrere solamente le sue amate classicità, però non riesco a spiegarmi la scelta d’iniziare  le visite proprio da questo tempio. Considerando il modo con il quale, con ripugnanza, il 26 ottobre 1786 ha disdegnato la Basilica di San Francesco di Assisi, davo per scontato che avremmo iniziato il nostro giro partendo proprio da lì.>> <<Eppure le assicuro che non è così difficile capirne il motivo, soprattutto per lei che è nata in questo singolare borgo medioevale.>> Beatrice lo guarda interdetta ed inizia a deglutire, come quando ai tempi dell’università l’ansia si impadroniva di lei nei giorni che precedevano gli esami, ed in effetti è proprio così che si sente, sotto esame, ma come le è venuto in mente di candidarsi come accompagnatrice di Johann Wolfgang Goethe!? Non poteva accontentarsi di fare la guida a quel gruppo di ottantenni in visita al santuario di Collevalenza? Rassegnata distoglie lo sguardo dall’illustre scrittore e inizia a perlustrare l’interno del tempio gotico, il suo stile nordico con le tre navate della stessa altezza, i suoi pilastri poligonali, le sue volte a ogiva, certamente il più grandioso esempio di Hallenkirche conservato in tutta l’Italia centrale.

Poi i suoi occhi incrociano la finestra che dà sulla cripta dove sono conservate le ossa di Jacopone, il frate eretico, il giullare di Dio, ed un pensiero illuminante la fa sorridere maliziosamente. <<Ho capito, lei vuole risarcirci della sua precedente noncuranza nei confronti di San Francesco partendo dal sepolcro di un francescano singolare come Jacopone, magari incuriosito dalla sua vita un po’ leggendaria, dai suoi comportamenti scandalosi, e forse  vuole  anche  rendere  omaggio  all’arte  gotica  da lei ingenerosamente definita ciarpame  nel suo precedente viaggio in Italia.>> puntualizza Beatrice senza pudore <<Però ribadisco, avrei trovato  più coerente partire da Assisi per intraprendere questo nuovo percorso tra storia e cultura, nuovo per lei voglio dire.  In fondo la visione panteistica di Dio che contraddistinse San Francesco è molto vicina alla sua sensibilità religiosa, se non ricordo male Dio e natura sono per lei concetti equivalenti e .. .>> <<Signorina Beatrice si calmi, si rilassi, prenda fiato.>>  ____Però, che tipo interessante!__ , osserva Johann in silenzio.

<<Sì, in effetti sono venuto nuovamente in Italia con l’intento di rendere ammenda alle posizioni radicali che assunsi un tempo, ed in particolare alla mia estrema avversione per reliquie, santi, e martiri, di cui la vostra terra è stracolma, ed alla mia noncuranza nei confronti di certe espressioni artistiche. Comunque Jacopone da Todi è più vicino a me di quanto lei possa credere, la sua fede era molto individuale, la sua assidua ricerca di Dio, la sua lotta di avvicinamento a Dio e l’aspetto umile della cristianità, lo rendono particolarmente affine al mio spirito, molto più della serafica ed incondizionata fiducia di San Francesco.>> <<Se la questione riguarda Le affinità elettive mi astengo dal fare ulteriori osservazioni.>> <<Che fa mi prende in giro? >> <<Assolutamente no. Non mi permetterei mai di deridere l’autore di un libro che ho amato moltissimo.>> <<Voglio crederle, …ma, tornando a noi, so che Martin  Luther, o Lutero come dite in Italia, è passato per questa città durante un suo viaggio a Roma.>> <<E’ vero, ma si fermò solo per la notte.>> <<E dove? Sono comunque curioso di vedere il posto.>>  <<Pernottò nel convento annesso alla chiesa di Santa Prassede, non è lontano da qui, oddio, a dire il vero, nulla è lontano da qui.>> si affretta a sottolineare Beatrice mentre istintivamente si porta la mano alla tempia dinoccolando la testa, e guardando in alto, come a volersi scusare per quel commento inutile, <<Todi è un borgo così piccolo, basta solamente avere fiato per affrontare le salite.>> aggiunge sorridendo. <<Comunque dicevo che sì, possiamo andare, ma l’avverto che non c’è molto da vedere, la visita non va oltre il significato di una semplice annotazione didascalica, mentre, se non l’ha ancora fatto, la invito ad ammirare il portale centrale di questo splendido tempio ed i suoi bellissimi bassorilievi del tardo gotico italiano, venga la prego.>> Beatrice si avvia verso l’uscita senza attendere nessuna risposta, presa improvvisamente dall’ansia di rispettare il suo programma. <<Questo portale è considerato uno dei più pregevoli dell’epoca, parliamo del 1450 circa, secondo solamente a quello di Orvieto. La prego di ammirare la bellezza di questi fasci di colonnine tortili, i suoi viticci a rappresentazione del bene e le foglie di fico a rappresentazione del male. Bene e male, l’umanità non vive forse da sempre in bilico tra questi due modi di essere?>> Poiché gli occhi di Johann non tradiscono nessuna particolare emozione, Beatrice continua la sua esposizione senza lasciare spazio a commenti. <<Gli scultori Giovanni di Santuccio da Firenzuola, suo nipote Bartolo D’Angelo, e i loro scalpellini ci hanno lasciato immagini piene di significato che oggi solamente i cultori dell’arte riescono a cogliere.  Purtroppo viviamo in un’epoca nella quale i messaggi visivi rischiano di saturare tutte le altre forme di comunicazione, appiattendo per contro la capacità di analisi e di approfondimento. …….Constatato che le sculture di santi e profeti continuano a suscitare la sua ripugnanza, o quantomeno le risultano indifferenti,  forse riuscirà a gustarsi due scene erotiche scolpite alla base dell’edicola di Maria, a destra del portale. Venga a vedere. Da ragazzina con le mie amiche venivamo spesso ad osservarle, con quel pizzico di morbosità per le cose illecite che è tipica degli adolescenti. A dire il vero qualche studioso riconosce in questi bassorilievi la verifica della verginità di Maria dopo la nascita di Gesù, e quindi la rappresentazione del dogma che vuole la Madonna sempre vergine, prima, durante e dopo il parto, ma io ne dubito. Non vedo il nesso tra la scena della verifica e L’Annunciazione. Sì perché le due edicole ai lati del portale centrale, con l’arcangelo Gabriele a sinistra e Maria a destra, altro non sono che l’Annunciazione.>> <<Sono perfettamente d’accordo con lei, la posizione di abbandono delle braccia della donna trasuda un’innegabile sensualità. C’è da chiedersi se si tratta semplicemente di uno scherzo, oppure di immagini che nascondono qualche significato criptico.>> commenta finalmente Johann. <<Già, nelle chiese romaniche era in uso scolpire raffigurazioni di questo tipo, una pratica che ha poi trovato un facile sviluppo nelle costruzioni gotiche così ricche di bassorilievi. Ci sono varie teorie, c’è chi parla di una sorta di lezione pedagogica intesa a  ricordare ai fedeli  analfabeti i comportamenti considerati peccaminosi dalla religione, mentre altri le considerano un atto di ribellione verso la chiesa fustigatrice, un inno alla sessualità come semplice manifestazione della natura umana. Come ha scritto Cesare Marchi nel suo bellissimo libro Grandi Peccatori Grandi Cattedrali,  il medioevo fu una civiltà essenzialmente visiva e allusiva, e di certo anche nei bassorilievi delle chiese nulla era lasciato al caso, anche se il loro significato forse è molto più semplice e terreno di ciò che ci piacerebbe immaginare>>.  <<Lei crede? >> <<Sì, certo, basti pensare che per secoli la chiesa non è stata solamente un luogo di culto ma anche un luogo di incontri; tra una preghiera e l’altra al suo interno si discutevano affari economici, intrighi politici, e si consumano intese amorose. Mi sembra di ricordare che un teologo francese, un certo Gerson, alla fine del trecento, quindi in pieno medioevo, si lamentava del fatto che addirittura le meretrici andassero in chiesa per adescare clienti!>>  <<Già, deve essere proprio così, una semplice raffigurazione della vita terrena.>> <<Avrà notato che purtroppo la facciata di questo tempio è incompiuta. C’è una leggenda che ne spiega il motivo rifacendosi all’antica rivalità tra Todi ed Orvieto, secondo la quale gli orvietani accecarono  Giovanni di Santuccio per paura che il tempio di San Fortunato potesse alla fine superare in bellezza il loro duomo. Fatto è che purtroppo, sia per la morte dello scultore avvenuta nel 1458, sia per la mancanza di mezzi, la facciata non è mai stata terminata.>> <<Io eliminerei quel purtroppo, trovo in questa incompiutezza un fascino particolare, un simbolo dell’incompiutezza della vita umana, sempre in bilico tra sentimenti e idee contrapposte, così come la fede, un anelito più che una certezza.>> Beatrice resta per un attimo in silenzio con lo sguardo perso tra le curve delle colonnine tortili, prima di riprendersi e rientrare nel suo ruolo. <<Ora, se permette, la invito a salire in cima al campanile per poter ammirare il paesaggio nel quale è immerso questo antico borgo, e il borgo stesso ovviamente. Tra poco non resterà che scarpinare fin lassù per poter godere di viste panoramiche, i lati delle strade stanno per essere completamente invasi da nuove abitazioni e per quanto comprensibile è la necessità di dare sbocco all’edilizia residenziale, non le nascondo che mi sento ribollire di rabbia ad ogni nuovo tratto di paesaggio che scompare. Lo considero un vero e proprio furto. >> <<Certo è triste constatare che oggi molti di voi sono costretti a fare chilometri per immergersi nella natura o per godere di un panorama.>>  <<Oppure a salire in cima ad un campanile.>> le fa eco ridendo Beatrice già rivolta verso l’ingresso al tempio.  Quando Johann la raggiunge ai piedi della torre campanaria non può trattenersi dal dire <<Nessun problema ad affrontare l’ascesa. Se  ha letto, come sembra,  il mio Viaggio in Italia, saprà della mia abitudine di raggiungere il punto più alto di una città per averne una veduta aerea, ma lei non penserà di arrivare fin lassù così abbigliata? Non voglio correre il rischio di perdere la mia guida già nella prima ora di escursione o di doverla portare a spalla nell’ospitale  più vicino, e poi perché non lascia la sua cartella? Non credo che ci servirà al momento, e lei potrà avere tutte e due le mani libere per potersi attaccare ad un appiglio nel caso incespichi.>> <<Ma come è apprensivo, nemmeno mia madre ha mai fatto tante raccomandazioni in pochi secondi! >> Infine, arrendendosi  allo sguardo severo dello scrittore  <<Va bene … lascio la cartella e mi tolgo anche le scarpe, così se ne starà tranquillo almeno per i prossimi venti minuti. Quando inizia a salire suo malgrado Beatrice si rende conto che deve alzare la gonna sopra il ginocchio per riuscire a superare l’alzata del gradino, e per togliersi dall’imbarazzo della situazione decide di farsi precedere dal suo cliente <<Vada avanti lei signor Goethe e mi raccomando, attento al suo cappello, forse dovrebbe toglierselo altrimenti non appena arriviamo in cima ci penserà il vento a farlo al posto suo!>> incalza senza perdere l’occasione di rifarsi in fatto di osservazioni sui rispettivi abbigliamenti. La salita è lunga e ripida e Johann, decisamente fuori allenamento, arriva al termine  con il fiato corto raggiunto immediatamente da Beatrice, la quale, per nulla affaticata e   con il viso fresco come se venisse fuori da una doccia, accenna subito con gli occhi al paesaggio pronta a  prendere la parola. Prevenendola Johann le fa un cenno di silenzio, rapito dalla vista che si apre  sul panorama circostante, e che un cielo terzo rende più che mai chiaro allontanando l’orizzonte e lasciandolo senza parole. Ad est lo sguardo arriva fino all’Appennino, a Sud spiccano le montagne di Baschi, ad ovest le alte colline di Titignano e di Monte Castello, mentre verso nord, oltre la media valle del Tevere, si intuisce il profilo di Perugia, profondamente austera nel punto in cui si raccoglie alla sommità del suo colle e altrettanto dolce nel suo diradarsi lungo le pendici che si allargano  a forma di stella. Alle sue spalle e di lato ecco di nuovo le propaggini dell’Appennino con il Monte Acuto ed il Subasio. <<Vede quel monte largo con la cima piatta e priva di boschi? E’ il Monte Subasio, anticamente detto Asio da “asium”, ovvero campo. Si  ricorda? Il tratto di strada fino a Foligno è stato per me una delle più amene e delle più deliziose passeggiate che abbia mai fatto. Per quattro buone ore si procede alle falde di un monte, mentre a destra si stende un’ubertosa vallata  ecco quello è il  monte alle cui pendici  si è gustato la sua lunga passeggiata.>> e continuando ad indicare il Subasio con il dito puntato <<Nei suoi boschi si formò la spiritualità di San Francesco, il suo legame con la natura, là ci sono gli eremi dove lui si ritirava in preghiera e coltivava il suo amore per tutte le creature di questa terra e .. .>>

<<Beatrice,  vedo che lei non demorde dal suo intento di rendere accattivante ai miei occhi  la figura del santo patrono italiano, ma io le ripeto ancora una volta che preferisco l’umanità di Jacopone; sinceramente mi dica chi dei due è più conforme alla dimensione umana, a quella che da millenni si muove su questo pianeta, con tutto il rispetto per L’altro Cristo  si intende.>> Colta di sorpresa Beatrice non riesce ad esprimere obiezioni, e quando sente che sta per recuperare tutta la sua capacità dialettica, è Johann stesso che la toglie dall’imbarazzo. <<Va bene, è venuto il momento di dire la verità, sono già stato ad Assisi, da solo.>> pronuncia con forza Johann girando le spalle al paesaggio e incrociando le braccia al petto <<Mi sembrava giusto farlo così, senza accompagnatori, in silenzio, come in silenzio a suo tempo avevo ammirato il tempio di Minerva Non potevo saziarmi di contemplare quella facciata, tanta è la genialità, tanto il senso dell’arte che vi traspare, immagino che ricorderà benissimo queste mie parole come sono sicuro che ricorda le altre, quelle che hanno suscitato tanto clamore Le enormi chiese sovrapposte l’una all’altra come la Torre di Babele, sotto le quali è la tomba di San Francesco, le ho lasciate alla mia sinistra, e con ripugnanza.>> <<E come dimenticarle, tanta ripugnanza per un luogo che tutto il mondo ci invidia non può certo lasciarci indifferenti.>> <<Ebbene, per non rischiare un ritorno d’ignoranza questa volta ho fatto il percorso inverso, sono entrato in Assisi da Est, e dal tempio della Minerva sono sceso fino al piazzale antistante la Basilica superiore, così ho evitato l’immagine della Torre di Babele che colpisce chi entra in Assisi da Ovest.>>  <<E quindi?>>   incalza ansiosa Beatrice appoggiata al parapetto del campanile e con lo sguardo ancora perso nel paesaggio, aggrappata a quella  via di fuga che avrebbe potuto attutire il colpo di  affermazioni poco gradevoli. <<Riconosco che nella Basilica Superiore si respira un’atmosfera di intensa spiritualità, alla quale certamente contribuiscono molto sia gli affreschi di Giotto che  una luminosità eccezionale assicurata dai grandi finestroni gotici e dal grande rosone della facciata. E’ stato un momento di grande emozione per me; l’ammirazione di un ciclo pittorico che rappresenta forse la svolta più significativa nella storia dell’arte italiana ed europea non può non commuovere!.>>  Johann si gira verso Beatrice cercando i suoi occhi e costringendola a guardarlo a sua volta <<Immagino che lei conosca benissimo  il ciclo di affreschi giottesco?>> <<Le assicuro che lo conosco a memoria: all’università ho fatto un intero corso monografico sugli affreschi della Basilica Superiore e ne ero così coinvolta che da Todi andavo spesso ad Assisi con il treno per studiarli da vicino, il che significava prendere ben quattro mezzi per andare e quattro per tornare: bus fino a Todi Stazione, treno della Centrale Umbra fino a Ponte San Giovanni, treno delle Ferrovie dello Stato fino ad  Assisi Stazione,  bus fino ad Assisi città e viceversa, che ne dice? c’era o no di che rimpiangere i vetturini che lei aveva a disposizione nel 1786? Ed oggi non è che le cose siano diverse se si volessero usare i mezzi pubblici! Quest’Italia benedetta, così singolarmente favorita dalla natura, dal punto di vista della meccanica e della tecnica, su cui, volere o no, si fonda un sistema di vita più comodo e più agile, è rimasta enormemente indietro in confronto di tutti i paesi. La carrozza di codesti vetturini, che si chiama tutt’ora “sedia”, è derivata indubbiamente dalle antiche lettighe, nelle quali si facevan trasportare a dorso di mulo le donne, i vecchi e i personaggi ragguardevoli. In vece del mulo posteriore, che era attaccato alle stanghe, vi han messo due ruote e non han pensato ad alcun altro miglioramento. Così i viaggiatori son trascinati innanzi, né più né meno come nei secoli scorsi, dondoloni e quasi sopra un’altalena. No, non conosco a memoria ogni capitolo del suo libro, però ci sono dei passaggi così gustosi che mi sono rimasti impressi nella memoria.>>  <<Sono lusingato per tanta attenzione, comunque, riprendendo il nostro discorso, se lei conosce a memoria gli affreschi di Giotto ricorderà sicuramente che la prima scena della vita del santo, l’Omaggio dell’uomo semplice, ha come sfondo proprio il tempio della Minerva! Si può immaginare quale piacevole sorpresa è stata per me la scoperta di  questo strano incontro di suggestioni, una scena cristiana che si svolge sullo sfondo di un tempio pagano.>> <<Pagano e cristiano sono presenti in ogni territorio d’Italia e non credo che debbano essere pensati come due mondi nettamente contrapposti. La storia è un’evoluzione dove passato e presente si compenetrano continuamente. Basti pensare a tutte le  feste cristiane che derivano da una reinterpretazione delle feste pagane, così come a quante chiese sorgono sui resti di  templi consacrati alle divinità dell’Olimpo. Tutte le nostre città medioevali che svettano cupe con le loro costruzioni di pietra addossate le une alle altre, tanto da non lasciare spazio alla luce, nascondono in alcuni angoli o nel sottosuolo i resti della cultura pagana. Anche Todi ne è un esempio.>> Ora è Beatrice che si gira verso Johann guardandolo intensamente negli occhi <<Sig Goethe,  lei sa che questo borgo, così bello e ricco di storia, è stato  sempre ai margini degli itinerari classici? D’altra parte lei stesso non l’ha nemmeno nominato durante il suo passaggio in Umbria nell’ottobre del 1786!>> Beatrice continua a fissare il sommo scrittore con aria di sfida, presa da un improvviso risentimento per tutti i viaggiatori che nei secoli passati hanno trascurato completamente la sua città.

<<Il suo risentimento è ben comprensibile, e se oggi sono qui è perché sentivo doveroso da parte mia rendere omaggio ai luoghi precedentemente ignorati. E sono ben felice della mia scelta: avere la sua compagnia è molto stimolante nonostante tutto.>> si diverte a punzecchiare Johann con tono ironico <<Guardare la città sotto di noi, il paesaggio circostante, e il profilo di Perugia in lontananza, tutto è di una suggestione indescrivibile. Perugia e Todi, due baluardi a guardia della media valle del Tevere e due città assimilabili se si pensa a come entrambe siano chiuse, avvolgenti e meandriche al loro interno, quando ci si immerge nei loro vicoli che trasudano medioevo da ogni pietra, e al tempo stesso dilatate ed evanescenti quando ci si sporge dalle mura che le circondano e ci si perde in vedute così ampie da lasciare senza fiato anche il più insensibile dei visitatori.>>

<<Ma devo finire il mio discorso su Assisi. Signorina Beatrice lei è una distrazione continua! _____ Tornando quindi ad Assisi, per quanto mi riguarda l’incanto finisce quando ci si imbatte in tutta l’opulenza che gira intorno al culto del santo, intendo dire il business, come dite voi oggi, una realtà che contrasta sia con la vita di San Francesco che con la storia del luogo dove fu sepolto, un luogo scelto proprio da lui, il Collis inferni, il posto dove solitamente venivano seppelliti i senza legge, coloro che venivano condannati dalla giustizia, quindi i più umili ed emarginati.  E che dire di come sono state trasformate le vie della città con tutti i negozi pieni di ricordini e fronzoli vari. Anche la storia di questo tempio ci racconta  di come possono essere strumentalizzate le cose più pure e semplici: una chiesa nata per raccogliere le spoglie di San Fortunato, patrono della città, brutalmente tolta ai monaci benedettini vallombrosani per consegnarla ai frati francescani affinché sfruttassero  la loro  vicinanza ai ceti popolari per controllarne le continue ansie di rivolta. La presenza delle spoglie di Jacopone in qualche modo restituisce a questo luogo sacro la sua dimensione più vera, la tensione dell’uomo verso Dio, una tensione sempre incompiuta, sempre in bilico tra fede e dubbio, incompiuta come la sua facciata.   Direi che effettivamente San Fortunato è una chiesa piena di simboli, basta cercarli.>>  <<Sig Goethe, mi arrendo, anzi sono orgogliosa che lei abbia trovato proprio in San Fortunato, e quindi nella mia città, lo spunto per  riconciliarsi con le espressioni artistiche della fede cristiana. Ora se permette la invito a scendere da questo campanile e ad addentrarci nella città. A proposito, ha già letto della storia della sua fondazione, la storia dell’aquila voglio dire.>> <<No signorina, me la racconti lei la storia dell’aquila, altrimenti per cosa l’avrei ingaggiata, non penserà che io possa rinunciare a sentire le sue accorate declamazioni ora che ne ho assaporato il gusto?>> <<Ok, faccio finta di non aver sentito e la informo che secondo la  leggenda Todi è stata fondata ________ mi scusi, prima di continuare la invito a restringere l’orizzonte e a gustarsi il borgo dall’alto, i tetti delle case che degradano verso le mura esterne, i muri in pietra che si affacciano sulle vie e sui vicoli  stretti e ripidi, come vede da quassù possiamo abbracciare tutta la città, conquistarla come se fosse uno scrigno di cose preziose tutte da scoprire. La nostra piazza del Popolo, in assoluto una delle più belle piazze d’Italia, riconoscimento indiscusso le assicuro, così grande e maestosamente racchiusa a Nord Ovest dall’imponenza della cattedrale, il simbolo del potere religioso  che sembra sorvegliare la popolazione dall’alto della sua scalinata e nel lato opposto dal palazzo dei Priori, simbolo del potere civile, e del quale da qui possiamo apprezzare la grande mole della torre..>> indica con enfasi Beatrice puntando il dito davanti a sé. <<Grazie ad essa si riesce ancora ad immaginare l’atmosfera di antica fortezza che doveva avere l’originaria costruzione duecentesca, poi ingentilita nel 1513 da Leone X con l’apertura di finestre rinascimentali. Nel lato Est  ci sono ancora due splendidi palazzi simbolo del potere civile, il palazzo del Capitano e quello del Popolo uniti tra di loro da una bellissima scalinata aerea. Nel palazzo del Popolo, il più antico, il Consiglio generale del libero comune si riuniva nel bellissimo salone del primo piano dove si respirava un’atmosfera di sacralità. Pensi che nella sala veniva cresciuta e custodita un’aquila, un’usanza che ha tutto il fascino sinistro di un rito pagano.>>  <<Immagino che lo scopo fosse quello di onorare la famosa aquila della leggenda di cui mi ha accennato.>> <<Sì proprio quella, la città è colma delle sue immagini. Il palazzo del Capitano fu costruito più tardi ed infatti è anche detto palazzo nuovo. Essendo stato realizzato a ridosso del palazzo del Popolo si scelse di costruire un’unica scala di accesso esterna, di cui le ho già accennato, la quale termina in una grande terrazza che ha tutta l’aria di una piazza pensile sulla piazza vera e propria. In essa sono racchiusi tutti i secoli di storia e di cultura che ci hanno preceduto. Sotto la sua pavimentazione sorgono ancora intatte le cisterne costruite in epoca romana, la cattedrale è stata eretta sui resti di un tempio pagano, nei palazzi civili ma anche in quelli privati che ne completano i lati, si possono leggere i segni di tutte le epoche passate. E per lei che è un cultore dell’architettura classica, se ci spostiamo su quel lato del campanile possiamo ammirare uno degli edifici simbolo del nostro rinascimento, il Tempio della Consolazione, venga, immagino che sarà felice di ritrovarvi la purezza, l’equilibrio e l’unità degli spazi da lei tanto ammirati negli edifici antichi.  La costruzione ricorda la basilica di San Pietro a Roma e per questo si pensa che sia stata progettata dal Bramante, ma è una supposizione che non trova conforto in nessun documento. >> <<E’ bellissima e la sua posizione fuori dalle mura rende ancora più evidente ed assaporabile la compostezza della costruzione, il suo fascino muto.>> commenta incantato Johann. <<Direi che proprio da quassù è più che mai percepibile il contrasto tra il borgo medioevale, stretto da ben tre cinte murarie, etrusche, romane e medioevali, in qualche modo inquieto e pieno di tensione, e la pacatezza di questo tempio che sembra isolato non sola dalla città ma anche dal mondo, come in una ieratica contemplazione. Questa considerazione mi fa tornare in mente i versi di D’Annunzio Ebro dé cieli Jacopone, il folle/ di Cristo, urge né cantici; in disparte/ alla sua Madre Dolorosa l’arte/ Del Bramante serena il tempio estolle.>> <<In che senso alla sua Madre Dolorosa?>> <<Già dimenticavo.  Il nome completo del Tempio è Santa Maria della Consolazione.  Esso è stato costruito dove un tempo sorgeva un’edicola votiva raffigurante la Madonna con il bambino, immagine lasciata nel suo sito originario e inglobata nell’altare maggiore. Si racconta che un uomo addetto alla pulizia del luogo, e gravemente malato ad un occhio, si ritrovò completamente guarito dopo aver spolverato l’immagine sacra. Si gridò ovviamente al miracolo e si pensò di costruire un luogo di culto che potesse diventare meta di pellegrinaggio per gente in cerca di guarigioni, ma evidentemente la cosa non funzionò.>> <<Secondo me la Madonna ha fatto il secondo miracolo impedendo che il primo acquistasse fama, pensi cosa sarebbe ora quel luogo se ci fosse un continuo via vai di gente, venditori di immagine votive a ricoprire tutto il bellissimo piazzale, e le pareti interne piene di ex-voti.>> <<Ha perfettamente ragione, il piazzale della Consolazione è da sempre uno degli spazi più godibili della città, il suo prato ha visto crescere generazioni di tuderti, ha vegliato sui loro amori, sulla loro vita, mentre il sedile di pietra che corre tutto intorno alla chiesa ha dato riposo alla loro vecchiaia.>> <<Mio Dio, ma lei è commovente!>> <<Non mi prenda in giro Sig. Goethe, qua se c’è una persona che sa commuovere non sono certo io. Bene, è ora che scendiamo da questo campanile per incamminarci nelle vie della città; oltre a ciò che le ho raccontato c’è tanto altro ancora da vedere, e di tutte le epoche le assicuro, compresa la sua amata arte antica. Un vero e proprio scrigno come le ho già detto, l’ho detto e lo ribadisco.>> <<Ma quanta eloquenza, andiamo ad aprire questo scrigno e intanto tenga a mente la storia dell’aquila la prego, poiché la cosa si preannunciava divertente e non vorrei che se  ne dimenticasse.>>

Giunti sull’ampio sagrato del tempio entrambi non possono fare a meno di soffermarsi in silenzio ad ammirare la vista che si apre sui piani più bassi della città, dai palazzi antistanti, al campanile del duomo svettante sopra i tetti, dal profilo del palazzo vescovile che chiude il colpo d’occhio sul borgo lasciando spazio al cielo aperto, all’orizzonte che improvvisamente si allunga sulla media valle del Tevere ed i colli che la circondano ad Ovest.  <<Pensi a quanti bellissimi disegni e acquarelli si sono persi i viaggiatori raffinati dei secoli scorsi che hanno ignorato Todi, e lei stesso Sig. Goethe? Se potesse non tornerebbe indietro e non dedicherebbe almeno un giorno del suo viaggio a questo borgo con Kniep al suo fianco, il pittore di paesaggio che le fu presentato a Napoli nel marzo del 1787? >>

<<Vedo che non vuole lasciar perdere questo argomento, la cosa le brucia e vuole arrivare ad una conclusione, ma che ostinazione! Ci sono ragioni contingenti, non c’è molto da rimuginare in fondo: purtroppo questa città era tagliata fuori dalla grande via di comunicazione che collegava il nord ed il sud d’Italia fin dai tempi del Medioevo, e che passando per Perugia proseguiva per Foligno, Spoleto e Terni. Gioco forza si finiva per vedere soltanto ciò che era facilmente accessibile da quella direttiva, Assisi, Spello, Montefalco, il Clitunno, la cascata delle Marmore.>>

<<Già, non a caso quando fu fondata venne denominata Tutere, ovvero città di confine. Comunque qualche raro viaggiatore si è spinto fuori dall’itinerario classico, per cui alla fine tutto si riduce alla questione di avere o meno interesse alla scoperta.>> <<E di chi si tratta, sono curioso, racconti.>> <<Parlo innanzitutto dello storico prussiano Gregorovius, che venne a Todi appositamente nel 1861:  Nessun altro luogo del mio viaggio mi ha lasciato un’impressione gradevole quanto la città di Todi. Lontana dalle grandi vie di comunicazione appare come assopita nei sogni del suo passato in una placida tranquillità che però non è morte, cito dal suo libro Passeggiate in Italia. L’artista inglese William Davies vi giunse invece per caso nel 1871, mentre stava facendo un avventuroso viaggio a cavallo lungo il corso del Tevere insieme al suo amico Barclay, ed anche lui ne fu affascinato.>> <<C’è anche da dire cara Beatrice, che era molto disagevole salire fin quassù. Ho letto da qualche parte che la diligenza si fermava a valle, e che poi occorreva cercare mezzi di fortuna per raggiungere la città, oppure avventurarsi a piedi,  ma con i bagagli che si portavano dietro i viaggiatori di un tempo tutto era molto complicato.>> <<Questo è certamente vero, ma non mi consola più di tanto, poiché ancora oggi, nonostante gli ottimi collegamenti stradali, con la superstrada che passa proprio ai piedi della città, ancora oggi Todi è ignorata da molti. Pensi

che pochi giorni fa in un articolo pubblicato nel portale di Libero, sto quindi parlando di  internet, sa di cosa si tratta?>> <<Sì, ho avuto modo di misurarmi con quel meraviglioso prodotto della tecnica moderna.>> <<In questo articolo dicevo,  intitolato tra l’altro Umbria, una terra tutta da scoprire, non si accenna minimamente a Todi, e non si può neanche dire che all’autrice sia mancata l’occasione di  visitarla poiché è passata proprio ai piedi di questo colle per andare da Ferentillo a San Venanzo, e le assicuro che la vista di Todi dalla superstrada provenendo da sud ha un fascino indescrivibile, che non può non suscitare il desiderio di  prendere la prima uscita per la città e andare a scoprirla  e risvoltarla come un calzino. Con tutto il rispetto per San Venanzo e la sua zona vulcanologica si intende.>> <<Perché non pubblica lei qualcosa sulla sua Tutere, sono sicuro che non sarebbe più così trascurata come lamenta.>> <<Scrivere, io? _________ sarebbe un sogno, ma non credo di esserne capace>> <<Qualunque cosa tu possa fare, o sognare di fare, incominciala. L’audacia ha in sé genio, potere e magia. Incominciala adesso. E’ una mia citazione signorina Beatrice, e voglio che lei la faccia sua. Inoltre scusi, non solo Todi potrebbe averne il suo tornaconto ma anche le sue tasche, e lei potrebbe smettere di portare in giro gente rompiscatole come me, e starsene comodamente seduta a scribacchiare davanti ad una finestra aperta sulla media valle del Tevere.>> <<La finestra c’è .. la mia camera si affaccia pienamente sulla valle e nei giorni in cui l’aria è terza riesco a distinguere benissimo il profilo di Perugia, ma non credo che ciò sia sufficiente per riuscire a scrivere qualcosa degno di essere pubblicato.>> <<Può raccontare di questo nostro incontro, farebbe sicuramente scalpore e attirerebbe una folla di curiosi.>><<Signor Goethe,  ma lo sa che lei è un genio!?>> afferma seria Beatrice guardando  Johann dritto negli occhi. Lo sguardo divertito con cui lui la ricambia le fa ripercorrere in silenzio la sua affermazione.  <<Volevo dire Signor Goethe .. .>> <<Sì, ___dica signorina Beatrice.>>  <<Volevo dire che lei è proprio il genio che tutto il mondo applaude da oltre due secoli.>> conclude frettolosamente Beatrice non riuscendo a trattenersi dal ridere e scappando velocemente lungo le scale del tempio. <<Ehi ma dove va?>> le grida dietro Johann. <<Questo era il posto ideale per raccontare la storia dell’aquila, se andiamo avanti così finirà che non la saprò mai!>> <<Non si preoccupi, eventualmente potrà sempre leggere i versi di Francesco Pianegiani, sicuramente le risulteranno più graditi delle mie parole.>>

 

Un’aquila ghermì la veste bianca  

lasciata dalla vergine sul fiume,

 mentre posava dopo il bagno stanca

 e le membra indorava al grande nume.

 Non era un sogno: ed inseguì il rapace

 nuda fra i boschi su per l’erto colle,

 quando Camèse, giovane ed audace,

 spiava quella corsa tanto folle.

 Il sole era già alto e scintillante

 sul Tevere. La tunica lontana

 cadde a sinistra, bella ed ondeggiante,

 quasi presagio d’altra vita umana.

__ Appentìna rimani qui mia amante __

E Tùtere nel bacio fu marziana.

 

Alfia Cardoni  ­- Todi,  estate 2009

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SAN CASSIANO (carcere)

30 Set

 

 

SAN CASSIANO

Abblavio fu ‘n impavido guerriero
e Diocleziano, pe’ ‘sta dota fiera,
lo nominò proconzole. Lue, ch’era
un tudertino, a nome de l’impero,
guernò sul centritalia e donga Todi.
S’accanì coi cristiani in tutti i modi
e je tajò la testa a un’ottantina.
Nun fune certo un gran stinco de santo
e a Todi nun lassò manco un rimpianto,
anco pe’ via de ‘sta carnificina.
A Roma, assieme al nonno, stéa un fijetto,
che pei cristiani, ‘nvece, céa rispetto.
Tand’è che appena Abblavio annò al Creatore,
Cassiano, el fijo sua, ch’era ‘n prelato,
tornò ne’ la città dov’era nato.
Tradito da seguaci sinza onore,
fu carcerato drendo a ‘n cisternone,
pu marmenato a morte col bastone.
Quil serbatoro poi divennò chiesa,
e se conosce col nome cristiano
de “carcere” o de “chiesa San Cassiano”.
Va ditto, sinza boria e sinza offesa,
che la storia de Todi è affascinante:
e de città cusì n’ce stonno tante.
Jacopino Tudertino

 

San Cassiano (Don Mario Pericoli)

Fu introdotto nel Martirologio Romano al 13 agosto dal Baronio, sull’autorità di una leggendaria passione, proveniente dalla Chiesa tudertina. In questo documento, che non può essere anteriore al secolo VI, si narra che Cassiano, nipote del prefetto di Roma, Cromazio, aveva studiato diritto e medicina; durante la persecuzione di Diocleziano, ebbe in custodia il vescovo di Todi, Ponziano, per la cui influenza si convertì al cristianesimo. Il papa Marcellino lo inviò quale vescovo a Todi; messo in carcere, sebbene il fratello Venustiano ora lusingandolo, ora minacciandolo tentasse di farlo apostatare, Cassiano rimase fermo nella sua fede e lì morì il 13 agosto dell’anno 304.
Gli anacronismi, gli errori e le falsificazioni contenute in questa passio sono così evidenti che fanno ben a ragione dubitare dell’esistenza di un Cassiano, vescovo di Todi, che, d’altronde, è sconosciuto alle più antiche fonti tudertine. Inoltre, la coincidenza del dies natalis con quello di Cassiano di Imola e parecchi particolari della passio, derivati dal racconto di Prudenzio, inducono a pensare che Cassiano sia stato confuso col santo imolese venerato a Todi e in seguito creduto vescovo locale. Tuttavia, si racconta che nel 1301 il vescovo Nicolò Armato avrebbe trasferito il presunto corpo di Cassiano dal luogo del martirio alla chiesa di S. Fortunato, e lo avrebbe posto sotto l’altare maggiore. Ma, in seguito a dei lavori fatti a questo altare, nel 1596 il corpo fu nuovamente trasferito dal vescovo Angelo Cesi e, infine, nel 1923 il vescovo Luigi Zaffarami ne fece la solenne ricognizione. Dopo la prima traslazione, il capo fu conservato in un reliquiario a cassetta, coperto di lamine d’argento e adorno di immagini dorate del Crocifisso, della Vergine e di s. Giovanni Evangelista. Nella grande chiesa eretta alla fine del sec. XIII dai Frati Minori, fu dedicata a Cassiano una cappella fornita di arredi sacri.
Nell’oratorio dedicato a Cassiano, nel quale era stato sepolto anche il vescovo s. Fortunato, il 4 ottobre 1198 il papa Innocenzo III consacrava l’altare di s. Fortunato, mentre il cardinale di Porto dedicava quello di Cassiano. La tradizione indica la prigione del martire nell’interno di una cisterna romana sul colle della Rocca, che ancora oggi è aperta al culto. Ben distinta era la cappella dedicata a Cassiano; in un inventario dei sece. XIII-XV, a proposito della decorazione fatta eseguire con 180 libbre di denari cortonesi dalla famiglia Sardoli che ne aveva il patronato, si dice espressamente: “cappella est in ecclesia s. Fortunati et vocatur cappella s. Cassiani episcopi et martyris”. Il 16 giugno 1242, in quello stesso oratorio, Filippo, vescovo di Camerino, dedicò un altro altare in onore di Maria S.ma, di s. Illuminata e di altri santi con le rispettive reliquie, e il 5 ottobre 1263 il vescovo di Todi, Pietro Caetani, consacrò ancora un altro altare in onore di s. Francesco d’Assisi. Il nome di Cassiano figura nelle litanie approvate nel 1630 dal vescovo Ludovico Cenci.
Don Mario Pericoli

L’Antologia Tuderte: quanno ‘l calamajo è el còre (Tiziana Sciaramenti)

21 Set

tiziana

TIZIANA SCIARAMENTI
LA DISCOTECA DE NOIALTRI  (di Tiziana Sciaramenti)
E… mentre a Todi impazzava l’ascolto segreto di “je t’aime moi non plus” cantata dalla voce sensuale di Jane Birkin… andavano di moda i club privati… alias le “discoteche segrete de noialtri”. Trovato, anzi occupato bonariamente un fondo bellissimo in pietra con delle volte mozzafiato in una via segreta (ma non troppo) di Todi; un gruppo di amici e amiche si misero all’opera per l’allestimento dello stesso. Fu un lavorone… ma avendo a disposizione un futuro esperto di designer… un futuro geometra ed un futuro maestro del legno… tutto fu facile e l’effetto fu strepitoso!! Noi ragazze mettemmo a disposizione molto olio di gomito… ed un immancabile” tocco floreale​”.Un sedicente elettricista…nostro amico , mise a punto un fenomenale impianto di luci che andavano dal giallo paierino al verde mela e blu blu notte…ma siccome eravamo “potti risparmiosi, “per essere sincera i maschietti lo erano di più, (chissà perché?) non accendevamo mai o quasi mai…le luci! Era un club privato era il nostro piccolo regno aveva un nome…ascoltavamo musica slow molto slowwwwww. Ci trovavamo lì ogni pomeriggio o quasi e, tra musica, chiacchierate sul perché della vita…(mai fatti discorsi così seri in loco….ma fa scena) partite a carte, sedute spiritiche, balli, tanti balli e chicchere amorose.. varie ed eventuali…siamo cresciuti in allegria ed amicizia. Noi siamo diventati grandi, la casa ha cambiato proprietario…ma lì in quel bellissimo fondo con le volte mozzafiato…c’è rimasta un po’ della nostra allegria e complicità! Il Club venne inaugurato il 21 settembre 1974 ed ogni volta che, come oggi, mi trovo a passare lì…tornano i ricordi…ciao ragazzi!!!
Tiziana Sciaramenti

IL CASTELLO DI CAMPI E IL NICCHIO DI TODI

21 Set

IL CASTELLO DI CAMPI E IL NICCHIO DI TODI
(da “I luoghi del silenzio” http://www.iluoghidelsilenzio.it/ )

 

Castello di Campi

Fu antico feudo della famiglia Leoni, com’è attualmente documentato dallo stemma posto sopra il portale d’ingresso. Il nome potrebbe derivare da un membro della famiglia, Campoleone, che con il passare del tempo, assunse la dizione di Campi di Leone. Nel 1313 Monaldo di Filippuccio dei Leoni divenne podestà di Fabriano. Alcuni membri della famiglia sono stati insigniti degli ordini cavallereschi di Santo Stefano (Trailo e Giacinto) e di Malta (Fortunato nel 1733). Il castello si trova nelle vicinanze di Casemasce, villa fondata nel 1470 da Mascio di Matteo di Acqualoreto. Nelle vicinanze venne scoperto nel 1512 un grande marmo, il Nicchio di Todi, oggi sistemato nella Città del Vaticano, cortile di Belvedere. Nel maggio del 1565, transitò per Campi Cipriano Piccolpasso, provveditore della Rocca di Perugia, incaricato dal 12 aprile di provvedere alla rilevazione delle città, dei castelli e delle rocche situate nella provincia di Perugia, raccogliendo una serie di informazioni sullo stato delle fortificazioni e degli armamenti; il 2 giugno giunse a Terni restandovi per circa 20 giorni. Posto lungo l’itinerario Pontecuti – Casemasce, svetta con l’alto cassero circondato da un poderoso muraglione di cinta a scarpata. All’interno si trova la secentesca chiesa di Santa Lucia affiancata da un piccolo campanile con arco a sesto acuto. Dai Leoni il castello passò ai Mazzocchi Alemanni. Il professor Nallo Mazzocchi Alemanni, noto studioso di economia agraria, lavorò per molto tempo a Palermo presso l’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano. Attualmente è sede dell’azienda agricola Mazzocchi Alemanni Magdalena e Muzio.

 

Nicchio di Todi

Il Nicchio, un’edicola marmorea decorata in rilievo di età Giulio-Claudia, fu trovato nell’anno 1512 vicino al Tevere tra il castello di Pontecuti e il castello di Campi e fu portato a Todi approfittando dei carri che passavano da li con i carichi di pietra estratti a Titignano e che dovevano servire per la costruzione della Basilica della Madonna della Consolazione. I todini lo trasportarono li con l’intenzione di allocarvi li l’immagine della Madonna SS. Della Consolazione; decisero quindi di rasare le immagini profane che vi erano scolpite nelle tre facciate e vi fosse invece rappresentata una croce. Riconosciuto però angusto lo spazio e disapprovata l’idea dall’architetto Bramante che costruiva l’opera del Tempio, fu accantonato e portato in altra sede e successivamente trasportato nei Musei Vaticani dove ancora è visibile. Si suppone che il Nicchio fosse posizionato all’interno di un tempio lungo le sponde del Tevere e che avesse custodito in origine la statua del “Dio Tiberino“. Il Tempio si suppone fosse posizionato nella pianura del Tevere tra il castello di Campi, Pontecuti e Pian San Martino che però una violentissima piena del Tevere lo spazzò via, tant’è che ad avvalorare tale ipotesi c’è anche un piedistallo in marmo ( forse la base della statua) trovato sempre nei pressi del fiume vicino Baschi recante la scritta “D. TIBERINO SAC.”

Raimondo Fugnoli

Le mano mia (Jacopino Tudertino)

30 Ago
LE MANO MIA (Jacopino Tudertino)
El primo viso è quillo de la mamma
che teste mano mia, da pargoletto,
accarezzonno, dorgi e co’ rispetto.
Doppo c’è stata più che carche fiamma,
’na vita de alliciate a quista o quilla,
tande donne a le quale ho dato amore.
Quande carezze pregne de pudore,
gesti amorosi, ma nemmango a dilla!
Pu l‘anni so’ arriàti, io lo so quanti!
Le mano mià se so’ fatte rugose,
malferme, ossute, gracili e tremanti.
Ma so’ arimaste sembre vigorose,
orquanno ciònno d’esse carezzanti
pe’ le nipoti, petali de rose.

ARCO DI DIOMEDE

25 Lug

ARCO DI DIOMEDE

Salendo da Montesanto verso il Tempio di Santa Maria della Consolazione, sulla destra, colpisce la vista un bellissimo arco, opera della metà del millecinquecento. Quest’arco segnava l’ingresso della proprietà di Diomede degli Atti, prete canonico della Cattedrale nel 1538. Diomede fu un uomo di grande ingegno e di corposa cultura che s’impegnò in molte opere di bene. Aveva la grande dote di forbito oratore ed era fratello di Viviano degli Atti, colui che fece edificare il palazzo in Piazza Garibaldi, oggi chiamato Palazzo Pensi. Lo stemma di Diomede degli Atti e l’iscrizione sopra l’arco, confermano che fu un’opera da lui voluta.

 

Via Ulpiana (ora Giacomo Matteotti) nel tempo

10 Mag

1908

1909

1910 Ospedale

1912

1926

1926

1931 corteo storico

 

1939 Vicolo dei Molini

1947 Vera Valentini

1947 Vera Valentini

1955

1956

1961

1979

1987

2015 Fiera di San Martino

2015

2016

2016

2017 Muretto del callarellaro

Processione

Chiesa della Madonnuccia

Pianta Anfiteatro romano

Pianta di Via Ulpiana

Ospedale

Panorama