La fossa degli impiccati

11 Lug

 

LA FOSSA DEGLI IMPICCATI

Un piccolo cortile, dietro un cancelletto, è il sagrato della chiesa di Santo Stefano. Edificio romanico della fine del XV secolo, poco fuori di Porta Fratta, fu riportato al primitivo stato con un restauro del 1931. Il fabbricato adiacente alla chiesa, prima di divenire, nel 1470, la casa di un eremita, fu sede di uno dei tanti ospedali del territorio. A destra del cortile c’è un locale a due vani e sul pavimento una fossa sigillata da una grossa pietra. Era chiamata “la fossa degli impiccati”.

I frati Confratelli della Carità prelevavano i cadaveri dopo il supplizio e li gettavano nella capace buca. Riporta un articolo di Manlio Mantilacci, apparso nel 1941 sul mensile “Il Risveglio”, alcuni nomi dei maggiori esponenti della malavita del contado tuderte che dopo esser stati giustiziati vi trovarono sepoltura, come: Andrea della Gatta, Donna Betta di Ceccaccio, Simone di Giovanni, Bino della Zampa, Francesco di Filippo. La fossa degli impiccati accolse le salme di rapinatori, ladri, femmine di malaffare, imputati di maleficio e sgualdrine. Allora c’era la certezza della pena (fin troppa) e non venivano concessi tre gradi di giudizio.

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PIAZZA GARIBALDI (già Piazza San Giovanni) nel tempo

6 Apr

1890 Inaugurazione monumento a Garibaldi

1895

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1947 Bellezze tuderti

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1964 – Picchiotti Giovanni

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La torre del Podestà bn

 

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Piazza Garibaldi (l'autocorriera dell'Umbria)

 

Piazza Garibaldi (postali)

 

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Piazza Garibaldi tempi addietro

 

Piazza Garibaldi

 

 

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Tarquini detto Picche

 

 

LA LEGGENNA DE LA CASCATA DE LE MARMORE

21 Mar

 

LA LEGGENNA DE LE MARMORE

Inzù la rupa stava er pastorello
e scorze stesa ar sole ‘na ciumaca:
Nerina, bella e bionna de capello,
tant’è che lui d’amore se ‘mbriaca.
Velino fa la ronna, fa er baggeo,
ma lei arisponne sempre: “Marameo”.
Lui piagne e fiotta ma lei manco sente.
Tutto annicito allora chiede agliuto
ar dio Cupido ch’arrivasse urgente
pe’ stramutà in amore quer rifiuto.
Lei profidiosa e altera, co’ ‘no strido,
ardice none e fa incazzà Cupido.
Allora er dio, senza perché e percome,
la butta ingiù nell’acqua del torente.
Per questo er Nera adesso cià ‘sto nome.
Nerina è er fiume e va co’ la corente,
tra gnauli e pianti pe’ ‘sta malasorte,
giù pe’ la valle lungo vie distorte.
Ammalappena lui vene a sapello
sbotta in un pianto rotto e disperato.
Le lagrime divenneno un ruscello,
che da le mano umane viè aiutato,
inzino a fa’ un ber sarto, ‘na cascata,
che scapicolla giu pe’ la vallata.
Cascata de le Marmore se chiama,
indo’ el Velino zompa da la roccia
riempenno de vapori er panorama,
mistianno infinarmente, goccia a goccia,
Velino co’ Nerina. ‘Sta vicenna
ricconta de ‘st’amore la leggenna.
Pasquino da Todi XXIV II MMVI

 

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IL LAGO TIBERINO

13 Mar

 

 

LAGO TIBERINO

Due milioni di anni fa, nell’epoca chiamata Pleistocene, la valle umbra del Tevere era invasa da un vasto e profondo lago salato (punto massimo di mille metri). Gli studi effettuati, in particolare dall’Università di Perugia, imputano a questo invaso la conformità odierna del territorio umbro. Il lago era alimentato da molteplici ruscelli e fiumiciattoli che scendevano dai ripidi pendii degli Appennini. La sua conformazione ci viene rilevata da osservazioni satellitari che dimostrano quale essa fosse, osservando le attuali configurazioni del territorio dell’Umbria. Il lago Tiberino o dell’Umbria, come viene chiamato, iniziava nei pressi di San Sepolcro e proseguiva verso Città di Castello a Perugia. Poi deviava e si prolungava con un braccio verso Assisi, Foligno e Spoleto. Un altro braccio si riversava verso Marsciano e Todi fino ad Acquasparta, San Gemini e Terni. La cartina prodotta è un’attendibile sua collocazione e conformazione. Si presume sia scomparso circa 400.000 anni fa, quando il progressivo sfondamento del Tevere presso Todi, attraverso la gola del Forello, segnò la fine di questo antichissimo bacino, lasciando paludi ed acquitrini e disegnando il nuovo percorso del Tevere.

Li castelli de Todi: Mezzanelli

1 Mar

Da: “Todi e i suoi castelli” di Franco Mancini

Mezzanelli fu fondato circa il mille dai nobili Rapizzoni: appartenne alle terre Arnolfe. Il paese è situato in alto e domina il sottostante piano, su cui scorre la Naia (torrente che ha origine dai monti Martani, a occidente di Portaria e si getta nel Tevere presso Pontecuti, dopo un percorso di ventotto chilometri).Per lungo tempo il castello fu proprietà di un ramo della famiglia Baschi (i cui membri, peraltro, si distinsero con il nome di Conti di Mezzanelli): nel 1551 Torquato di Paride, conte di Baschi, vendette la metà di questo suo feudo a Isabella Liviani e a suo marito Gian Giacomo Cesi.
Panorama di Mezzanelli
Demolito a più riprese nel 1447 e nel 1451 dal Comune di Todi e da quello di Spoleto, Mezzanelli venne poco dopo (1467) riedificato a spese dei suoi abitanti. Ma l’anno 1500 fu nuovamente assalito e distrutto dalle truppe di papa Alessandro VI, che avevano conquistato Acquasparta. La chiesa parrocchiale di San Filippo e Giacomo, come del resto le diroccate mura, non presenta particolari degni di rilievo.

 

Mezzanelli – Il castello

L’ANTOLOGIA TUDERTE: “Quanno el calmajo è el còre” (Rossana Massari)

14 Feb

 

 

ROSANNA MASSARI

 

 

RICORDO DI TODI: FRAMMENTI SPARSI (pag. 1)

Non posso definirmi di Todi, perché non vi ho vissuto gran parte della vita e non ho ricordi di avvenimenti così importanti ed emozionanti che si possa dire abbiano inciso nell’esistenza della mia famiglia, tuttavia mi sento un po’ todina poiché, nei cinque anni in cui ho girato per le sue strade, si sono rivelati appieno, e poi consolidati, i tratti della personalità che ancora, mutatis mutandis, mi sono propri.
Nel mio caso, non sono stati grandi sconvolgimenti o travolgenti passioni a far di me quello che sono,
quanto piuttosto una serie di “cose”, piccole agli occhi di chi vede il mondo attraverso la macrostoria, ma significative per me, vissute nella quotidianità, rivisitate dall’immaginazione e dall’amore per il mondo e successivamente collegate tra loro in un sistema coerente.
Ho cominciato allora, tra il gennaio 1960 e l’estate del 1965, a guardare il mondo con i miei occhi e, pur desiderando come tutti i ragazzi di vivere un giorno grandi avventure, passavo le mie giornate osservando ciò che mi accadeva intorno, ma soprattutto cercando di penetrare nell’atmosfera che gli edifici della città mi pareva creassero: un mondo lontano nel tempo, ma che sentivo vicino al mio cuore.
Forse per me, che fin da piccola avevo amato sentir raccontare storie antiche, era più facile “vedere” il Medioevo e il Rinascimento, piuttosto che il prosaico presente, ma quel presente si è poi così radicato che ancora oggi, dopo più di cinquant’anni, ricordo con affetto quel tempo.

TODI. CITTÀ SILENTE

Strade anguste,
tornanti scoscesi
tra mura di pietra.
Antiche facciate
di grigi marmi
arroccate su scale barocche.
Piccole piazze,
microscopici mondi
in cui il tempo si ferma
e la vita non scorre.
Ogni voce si perde
in antri bui
e il tuo passo s’allontana
sull’acciottolato di secoli.

 

RICORDO DI TODI: FRAMMENTI SPARSI (pag. 2)

I ricordi non arrivano alla mente in ordine cronologico o d’importanza, quanto piuttosto spinti da una qualche istanza emotiva, richiamata, a sua volta, da un’immagine, un odore, una canzone.
Se penso a Todi, la prima cosa che mi viene in mente è l’estate del 1960 quando, finita la scuola, dato che ero la più grande, i miei genitori mi fecero accompagnare le mie sorelle più piccole a giocare sulla Rocca; rima di quel periodo, c’ero andata solo una volta con le compagne di classe ed il maestro. Ero molto timida e ricordo che, appena giunta pochi mesi prima da Giano dell’Umbria dove avevo frequentato la prima parte della quinta elementare in una classe mista di trentacinque alunni, mi ero trovata in una classe tutta femminile con un maestro che mi faceva una gran soggezione, mentre le ragazze mi facevano sentire provinciale, c ampagnola. In quel periodo avevo sviluppato un notevole senso d’inferiorità nei confronti delle giovani eleganti che parlavano sempre delle belle cose da fare alla scuola media ed al liceo: qualcuna i sentiva superiore e riteneva che sarei andata alla scuola di Avviamento al lavoro. Non ricordo più i loro nomi e con loro ho rimosso quel piccolo primo disagio.
L’ambiente della Rocca, dove poi mi recai tutte le estati insieme alle mie sorelle, mi conquistò, perché era vissuto in libertà: ne percorsi tutti gli angoli, scoprendo, volta a volta, scorci affascinanti. A parte la cupola della Consolazione che si vedeva dall’alto, noi tre amavamo recarci ad abbracciare i due leoni in fondo alle scalette, immaginando che fossero domestici e vivessero insieme a noi singolari avventure. Un giorno, durante, durante “un’avventura del pensiero”, proprio dietro la rocca, sorpresi una coppia d’innamorati e scoprii improvvisamente cosa volessero dire quelle mezze frasi bisbigliate dai più scafati della mia classe di seconda media. Uno, addirittura, vista la mia ingenua meraviglia di fronte alla scoperta, volle impressionarmi e mi portò davanti a San Fortunato per mostrarmi lo “scandalo” di un piccolissimo bassorilievo della facciata, da lui descritto con coloriti epiteti “numerici” che io compresi nella loro realistica concretezza solo anni dopo!
La chiesa di San Fortunato mi aveva sempre affascinata ed il passarci davanti tutte le mattine per andare a scuola costituiva per me l’occasione di sempre nuove scoperte e motivi di riflessione: rimandandomi ad episodi di vita d’un tempo passato, quella facciata m’insegnava a riflettere sulla vita presente.
Anche il chiostro della scuola, dove andavamo a comprare la pizza a ricreazione, mi faceva pensare al periodo in cui era stato costruito il convento: immaginavo i frati, i ricchi di Todi che lo frequentavano per le funzioni religiose, i contadini che portavano i loro prodotti e le frotte di scalpellini e muratori costantemente a lavoro tutt’intorno. È così che ho iniziato ad amare la storia.

SAN FORTUNATO

Cento scalini
per arrivare alla tua porta
ove antiche pietre scolpite
immote mostrano le cose del mondo.
Come pellegrino,
dal basso io mi muovo
per salire a te San Fortunato
e tu m’indichi le piazze,
le case turrite e gli archi
ov’anche Jacopone
gridava il suo dolore.
Mi guidi sulla Rocca
donde il Bramante
scelse il punto
ove fermare il tempo.

Frazioni: la foto più d’epoca

2 Feb

ASPROLI – Chiesa di San Michele Arcangelo

CACCIANO – Castello dei Chiaravalle

CAMERATA – Panorama nel 1913

CANONICA – Eremo dei Camaldolesi nel 1920

CASEMASCE – Dentro la frazione nel 2018

CECANIBBI – Il castello nel 1925

CHIOANO – La chiesa nel 2015

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CORDIGLIANO – Sant’Angelo di Cacalicchio nel 1920

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DUESANTI – 1901

 

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FIGARETO – Il castello

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FIORE – Castello di Belforte

1925 Castello Frontignao (il castello)

FRONTIGNANO – Il castello nel 1929

1926 ilci

ILCI – Il castello

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IZZALINI – 1920

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LORETO – 2016

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LORGNANO – 1910

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MONTEMOLINO – 2017

1930 Castello di Montenero nel 1930 SI

MONTENERO – 1930

1908 Monticello (fonte Mira Valle)

MONTICELLO 193O – Le fontane

1908

PANTALLA – 1908

1922 Pesciano.

PESCIANO – 1922

1925 San Martino a Petroro

PETRORO – 1925 (San Martino)

Pian di San Martino (costruzione del Campanile)

PIAN DI SAN MARTINO

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PONTECUTI

1915 Pontenaia (Costruzione tunnel)

PONTENAIA – 1915 (Costruzione della stazione)

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PONTERIO – 1903 (il mercato)

Traghetto

PIA DI PORTO – Il traghetto

Porchiano (San Biagio)

PORCHIANO – San Biagio

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QUADRO – 1925 (Ruderi Monte Calvo)

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RIPAIOLI

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ROSCETO

San Damiano

SAN DAMIANO

Sobrano

SOBRANO – 1930

1920 Torregentile (la chiesa)

TORREGENTILE – 1920

1920 Vasciano (Chiesa di San Salvatore)

VASCIANO – 1920 (San Salvatore)